Tra Storia e Scoop: Sant’Agnello celebra i 150 anni del Corriere della Sera
di lucio esposito
Dopo il successo dei primi incontri, riflettori puntati sul “misterioso” Salvatore Aponte. Appuntamento il 12 maggio con il prof. Riccardo Cucciolla per scoprire il giornalista che svelò i segreti della Russia di Stalin.
SANT’AGNELLO – Non è solo un anniversario nazionale, ma una riscoperta delle radici locali. Il ciclo di incontri dedicato ai 150 anni del Corriere della Sera continua a riscuotere un successo che va oltre le aspettative, dimostrando come la grande storia del giornalismo italiano passi anche per le strade della Penisola Sorrentina.
Un bilancio oltre le aspettative
I primi due appuntamenti hanno confermato l’interesse del pubblico: dalla chiesa gremita (con tanto di fila sulle scale) per il concerto inaugurale del 14 marzo, all’approfondimento letterario del 18 aprile con Antonietta Vinaccia e Felicio Izzo sulla figura di Maria Antonietta Torriani.
“Nonostante la concomitanza con le partite del Napoli, la risposta è stata straordinaria,” spiegano gli organizzatori. “Il merito va a programmi rari e curati che sanno unire cultura e identità del territorio.”
Il “caso” Salvatore Aponte: lo scoop che scosse il mondo
Il prossimo appuntamento, fissato per martedì 12 maggio alle ore 18:45 presso la Congrega di Sant’Agnello, promette di essere uno dei più intriganti. Al centro del dibattito ci sarà Salvatore Aponte, figura leggendaria del giornalismo di politica estera.
Nato a Vico Equense nel 1892 da una facoltosa famiglia legata ai traffici marittimi, Aponte fu uno degli inviati di punta del Corriere. Viaggiò in Cina, Etiopia e Germania, ma fu la sua permanenza in Russia tra il 1926 e il 1929 a segnare la storia: parlando correntemente il russo, riuscì a realizzare uno scoop sensazionale sulla transizione di potere tra Lenin e Stalin, una scoperta che all’epoca ebbe l’eco di un “segreto di Fatima” politico.
Un personaggio complesso, la cui adesione totale al fascismo gli costò il licenziamento dal quotidiano nel 1945, ma la cui eredità professionale rimane monumentale, tanto che la Fondazione Corriere della Sera gli ha dedicato un imponente volume di quasi 600 pagine.
Un ospite d’eccezione: il prof. Riccardo Cucciolla
A narrare le gesta di Aponte e il contesto della Russia sovietica sarà il professor Riccardo Cucciolla, docente dell’Università L’Orientale di Napoli. Un nome che evoca grandi emozioni: il professore è infatti il figlio del celebre attore Riccardo Cucciolla (indimenticabile interprete di Sacco e Vanzetti). Per il docente, tornare in penisola è anche un tuffo nel passato personale, legato ai ricordi di gioventù trascorsi a Marina di Cassano come ospite dell’etruscologa Maria Bonghi Jovino.
Non solo storia: torna la “Woodstock del Monte di Sant’Agnello”
Il fermento culturale non si ferma alle conferenze. Il 9 maggio tornerà l’atteso appuntamento con la musica e la natura al Monte di Sant’Agnello (località Picco del Monaco). Un evento che compie 33 anni e che vedrà protagonisti il chitarrista Paolo Amato e l’eclettica artista Betty Coppola.
L’iniziativa è anche un’occasione per rilanciare il progetto “YAM” (Yeranto, Arola, Metrano), un’idea di turismo integrato che mira a unire i comuni della costiera attraverso trekking, musica e prodotti tipici, sfruttando sentieri che offrono panorami unici al mondo, dai 1100 metri del Faito fino al mare.
INFO UTILI
Evento Corriere: 12 maggio, ore 18:45, Congrega di Sant’Agnello.
https://www.youtube.com/watch?v=hUAKGRIzGEM
Lo scoop che fece tremare il Cremlino: Salvatore Aponte e il “Testamento” di Lenin
SANT’AGNELLO – C’è un filo invisibile ma d’acciaio che collega le strade di Vico Equense e Sant’Agnello ai corridoi del potere della Mosca sovietica degli anni ’20. Quel filo porta il nome di Salvatore Aponte, il giornalista che per primo portò all’attenzione del pubblico italiano quello che era considerato il segreto più scottante dell’URSS: il “Testamento” di Lenin.
Il cuore dell’incontro: Una “Lettera non spedita”
Il prossimo 12 maggio (ore 18:45, Congrega di Sant’Agnello), l’incontro con il professor Riccardo Cucciolla entrerà nel vivo di una vicenda degna di una spy-story politica. Il focus sarà il libro della Fondazione Corriere della Sera, Salvatore Aponte. Il «Corriere» tra Stalin e Trockij (1926-1929), arricchito da una magistrale introduzione dello storico Luciano Canfora.
Al centro del dibattito ci sarà la lotta fratricida per la successione a Lenin. Aponte, durante il suo mandato a Mosca (1926-1929), si trovò immerso nello scontro frontale tra Stalin e Trockij. In quegli anni cruciali, il giornalista di origini costiere ebbe un ruolo fondamentale nella trasmissione e nella diffusione del celebre “Testamento” di Lenin, il documento in cui il leader bolscevico, ormai morente, esprimeva giudizi durissimi sui suoi possibili successori, avvertendo il partito della pericolosità e della brutalità di Stalin.
Tra cronaca e storia inedita
L’intervento del Prof. Cucciolla non si limiterà alla biografia, ma analizzerà i carteggi inediti tra Aponte e la direzione del Corriere. Si parlerà della genesi di quelle corrispondenze e del mistero di una “lettera non spedita” che racconta molto sulle difficoltà di fare informazione in un regime totalitario, pur essendo Aponte stesso, come ricordato nell’intervista, un uomo di dichiarata fede fascista.
Un volume monumentale
Il libro presentato raccoglie l’antologia completa degli articoli di Aponte da Mosca, offrendo uno spaccato rarissimo e di prima mano sulla nascita del potere stalinista. “Aponte non era solo un giornalista, era un uomo di profonda cultura formatosi presso i gesuiti,” è stato sottolineato durante la presentazione dell’evento. “La sua capacità di parlare la lingua e di comprendere le sfumature della politica russa lo rese l’occhio privilegiato dell’Italia su un mondo che stava cambiando per sempre.”
Perché partecipare
L’evento rappresenta un’occasione unica per i cittadini della Penisola Sorrentina per:
Riscoprire un concittadino illustre: Salvatore Aponte (1892-1956), nato a Vico Equense e morto a Parigi, le cui spoglie ideali tornano oggi nel suo territorio.
Comprendere la grande storia: Analizzare come un giornalista locale sia diventato protagonista della narrazione di uno dei momenti più drammatici del XX secolo.
Ascoltare l’eccellenza accademica: Il prof. Cucciolla (L’Orientale di Napoli) porterà rigore scientifico e aneddoti personali legati al suo legame con la costiera.
Un appuntamento che trasforma la Congrega di Sant’Agnello in un osservatorio internazionale sulla storia del Novecento.
Ricordo di Salvatore Aponte .La Gazzetta del Mezzogiorno, 28 febbraio 1956
- Fonte: Rivista / Periodico A cura di: Ministero dell’Informazione e della Documentazione
- Pagina 3 — Ore 20:00. Conversazione di Salvatore Aponte:
- Nessuna nazione ha pagato così caro l’errore del proprio governo quanto la Polonia. Quando la Gran Bretagna ha ritenuto che tutto fosse maturo per trasformare gli affari europei a proprio vantaggio, ha fatto della Polonia un capro espiatorio. La cecità dei polacchi ha fatto il resto. Così è scoppiata la più feroce di tutte le guerre.
- Sarebbe di cattivo gusto attaccare oggi Sikorski per la sua partecipazione al gioco britannico. Il poveretto chiese una volta a Stalin della sorte di 000 ufficiali polacchi scomparsi. Stalin rifiutò di rispondere, ma dichiarò che 1 milione e mezzo di civili polacchi internati in Russia sarebbero stati inviati nel Vicino Oriente. È noto, tuttavia, che dopo l’arrivo dei primi centomila, nessuno ha più attraversato la frontiera russo-polacca.
- L’incidente di Katyn’ ha portato i fatti alla luce. Sikorski ha immediatamente dato a Stalin l’opportunità di rispondere alle accuse mosse contro di lui dalla Germania, rivolgendosi alla Croce Rossa Internazionale per un’indagine neutrale. Sikorski si illudeva forse di poter mettere in imbarazzo Stalin? Per quest’ultimo, le lugubri scoperte di Katyn’ sono solo uno “scavo archeologico”. Se fosse stato innocente, avrebbe colto con ansia l’opportunità di smentire le affermazioni tedesche.
- Invece, Stalin ha espresso il suo malcontento verso Sikorski in un modo ormai universalmente noto: ha interrotto le relazioni con il governo fantoccio polacco, espellendo i suoi rappresentanti sotto una pioggia di insulti. Gli inglesi, finora, si sono limitati a dichiarare che “l’incidente è indubbiamente deplorevole”. L’atteggiamento di Londra deve fare un’impressione pessima su tutte le persone oneste.
- Cosa farà Churchill? La Gran Bretagna era la garante della Polonia e per questo motivo è entrata in guerra. Non è riuscita, tuttavia, a onorare i propri obblighi, cedendo una parte significativa della Polonia ai russi; ha però trattenuto Sikorski. Attualmente Stalin accusa Sikorski di dare alla Russia un colpo alle spalle e di fare il gioco di Hitler. Churchill continuerà a proteggere Sikorski, rischiando il malcontento del suo partner?
- Da quanto sappiamo sugli umori di Londra, Eden ha trovato il modo di risolvere la questione attraverso la creazione di un nuovo governo fantoccio polacco, propenso a ritirare l’appello di Sikorski alla Croce Rossa e a firmare con il Cremlino un trattato di rinuncia ai territori orientali della Polonia.
- La penitenza dei polacchi continua! Una simile soluzione non cambierà il fatto che le cosiddette Nazioni Unite agiscano in modo deplorevole. Non era necessaria la furia di Stalin per convincere il mondo della colpevolezza della Russia. Né Londra né Ginevra potevano nutrire dubbi sulla verità delle fosse di Katyn’. È l’ennesima prova delle atrocità bolsceviche. Cosa ha intrapreso Eden firmando un accordo che impegna la Gran Bretagna a 20 anni di cooperazione con i sovietici? Inglesi e americani stanno ovviamente cercando di tenersi al passo con l’alleato. Non possono, dunque, [mostrare] eccessiva preoccupazione per le lugubri scoperte di Smolensk e Odessa…
- Il testo riflette il dramma del Governo Sikorski, stretto tra la scoperta del massacro di 22.000 ufficiali polacchi per mano sovietica e la necessità politica degli Alleati (UK e USA) di non inimicarsi Stalin durante la guerra contro il Nazismo. La menzione di Salvatore Aponte (giornalista del Corriere della Sera) suggerisce che il Ministero polacco stesse monitorando e riportando i commenti della stampa internazionale per documentare come il mondo reagiva al tradimento diplomatico subito dalla Polonia.
Fonte: Vincenzo Squillacioti, U Mulìnu ’e Lapònti, Associazione Culturale “La Radice”.
Dettaglio chiave: Data 1861 incisa sul mulino della fiumara della Provvidenza.
Origine: Vico Equense (NA).
Furono alloggiati inizialmente a Washington con spese a carico del governo americano.
Successivamente vennero trasferiti nell’elegante località di Hot Springs, in Virginia, in attesa di testimoniare.
Identità Professionale: Salvatore Aponte viene identificato esplicitamente come giornalista e corrispondente del prestigioso quotidiano italiano Corriere della Sera.
Ambito Geografico: La sua attività si svolgeva in aree di grande rilievo geopolitico dell’epoca, come l’Arabia Saudita (Gedda), lo Yemen e il Sudan.
Contesto Storico: Il fatto che il suo nome compaia in rapporti ufficiali accanto a comandanti militari e diplomatici britannici (come il colonnello Wikeley) suggerisce che la sua presenza non fosse solo turistica, ma legata alla copertura di importanti dinamiche internazionali in Medio Oriente.
La trascrizione dell’articolo intitolato “Ricordo di Salvatore Aponte” apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno:
RICORDO DI Salvatore Aponte
L’improvvisa scomparsa di Salvatore Aponte, morta sulla breccia a Parigi, da giornalista che ha lavorato sino all’ultimo giorno con serena coscienza e così nostalgia nell’animo per la sua casa di Roma e per Vico Equense natia, mi fa ripensare ai tempi, così lontani, così diversi dagli attuali, e così vibranti di ideali, in cui ci conoscemmo, giovanetti entrambi, nella redazione del «Giornale d’Italia» a Palazzo Sciarra, animata dalla forte volontà di Alberto Bergamini, che aveva fatto del giornale una bandiera, e che, con la sua tipica barbetta a punta poi brizzolata, era il piegato sul suo grande scrittoio colmo di carte, di ritagli e di libri.
Di fronte allo scrittoio di Bergamini erano un divano e alcune poltrone; e lì la sera, entrando discretamente da una porticina che sporgeva al vicolo Sciarra, si riunivano a commentare gli avvenimenti politici uomini che ispiravano a tutti un grande rispetto ma mettevano anche molta soggezione. Salandra, e i loro amici De Nava, Riccio, Arlotta, Fani, de Cesare, Pietro Chimienti deputato di Brindisi, Alfredo Codacci-Pisanelli deputato di Tricase, Calisse, Ferrero di Cambiano ecc. Talvolta vi giungeva Ferdinando Martini, sagace politico come delizioso conversatore. Nei primi tempi anche Di San Giuliano, altro spirito caustico e mondano, faceva parte del gruppo, ma poi, come si sa, se n’era allontanato. Il «Giornale d’Italia», organo di tenacissima ma costruttiva opposizione contro il Governo di Giolitti, che però poteva sempre contare su grandi maggioranze parlamentari (gli ascari, così venivano chiamati i deputati maggioritari, a mazziere gli elettorati più… combattivi di taluni collegi del Sud) era allora il giornale della sera più letto della Capitale, specie dopo che Rastignac, Vincenzo Morello, aveva lasciato, sia pur temporaneamente, la «Tribuna», ed era anche il più diffuso nel Mezzogiorno in virtù, soprattutto, della «Pagina Meridionale», che resta un esempio forse inimitabile per le accese polemiche e le feconde discussioni che in essa si svolgevano e per il controllo che, attraverso quella pagina, si riusciva a portare sulle pubbliche amministrazioni e sull’opera dei rappresentanti politici. Poi abbiamo avuto tante Pagine meridionali o regionali nei giornali di Roma, ma nessuna è stata fatta con i criteri di quella del «Giornale d’Italia» di Bergamini. Questa Pagina – cui anch’io collaborai per tanti anni, pur vivendo in un cantuccio di mondo, nel mio paese natio – aveva, come mente direttiva, un giornalista che è stato troppo presto dimenticato, e che sentiva come pochi la passione per la sua terra meridionale: Matteo Incagliati, che poi, con la duttilità del suo ingegno, quando Nicola d’Atri, critico musicale fra i migliori che allora avesse l’Italia, divenne capo di gabinetto di suo zio Antonio Salandra, Capo del Governo, lo sostituì degnamente in quella delicata mansione.
Di lontano immaginavo che la «Pagina meridionale» – nella quale, con Raffaele Gorjux, che a Bari rappresentava con ogni prestigio il giornale cui, da organizzatore nato, era riuscito a dare uno straordinario impulso; con Alfredo Violante, anima aperta alle più nobili aspirazioni, e con altri, combattevamo le nostre campagne sulle questioni allora di moda – avesse, di per sé sola, ampi e signorili locali a disposizione. Ma rimasi assai deluso quando in questi locali entrai per la prima volta: era una modesta stanza interna nella sede del giornale e faceva netto contrasto col magnifico salone per i redattori, che si chiamavano Luigi Federzoni (Giulio de Frenzi), che alternava di continuo con la sua prosa pungente l’Amministrazione comunale di Ernesto Nathan; Goffredo Bellonci, Alessandro Bocchiani, l’entusiasta ma ancor vegeto Eugenio Checchi, Vittorio Vettori, Arturo Calza (il «Farmacista»), il pugliese Vico Pellizzari, che parlava con senso di orgoglio della sua gente salentina ecc. La stanza dunque ove si faceva la Pagina Meridionale era di una povertà francescana, messa tra la direzione e la tipografia, sui tavoli della quale, e in mezzo al fragore delle macchine, Incagliati buttava giù, il più delle volte, i suoi articoli che davan tanta molestia a deputati, prefetti e sindaci. In un angolo della stanza v’era il suo tavolino e lì s’intratteneva bonariamente con i tanti amici con la sua caratteristica cadenza salernitana (chiamava molti suoi concittadini compari, e se li abbracciava e baciava), e, addossato alla parete, un altro tavolino, dietro al quale sedeva un giovane biondo e quasi imberbe: era Salvatore Aponte. Salvatore era una natura aristocratica: contenuto, dignitoso, signore nel tratto e nella voce, freddo e talvolta tagliente nei giudizi. Frequentavo insieme al Carfagna, nelle adiacenze della piazza Poli. Lui parlava, ma concisamente, della sua Vico Equense, del Conte Giusso che era nato in quei luoghi, della costa sorrentina; io gli dicevo quale era allora la vita dei paesi nostri, nel Barese, col collegio uninominale, il suffragio ristretto, le Prefetture agguerrite, la congenita incapacità di una parte della classe dirigente. Si restava d’accordo che qualcosa bisognava tentare. Fu aperta, sempre nella Pagina Meridionale, una inchiesta sulle effettive condizioni del Sud e tutti noi inviammo articoli e facemmo proposte: una delle tante inchieste che mettevano a nudo i nostri mali. Contemporaneamente le varie commissioni parlamentari pubblicavano voluminosi volumi, densi di cifre statistiche. Il Mezzogiorno affogava sotto la carta stampata, ma se dalle Americhe non fosse giunto, come ancora provvidenzialmente giungeva, il rivolo d’oro delle cosiddette rimesse degli emigrati, sarebbe precipitato nella più cruda miseria. Aponte scrisse nella Pagina Meridionale secchi e precisi articoli che negavano comunque l’inferiorità del Mezzogiorno come allora veniva comunemente intesa, nonché la fatalità, che, a parere di alcuni insigni studiosi, pesava come un incubo sinistro su di noi: e fummo d’accordo.
Ma tutto questo passò in ombra, anzi in fittissima ombra, quando si giunse alla prima guerra mondiale, che accese nei giovani tante speranze e parve facesse rivivere il fascino romanticismo del Risorgimento. Aponte era nazionalista di Corradini e di Federzoni, e lo rividi tempo dopo in grigio verde, ufficiale fregiato al valore, ma sempre sobrio, se non proprio schivo, a parlare di sé e delle cose sue. Però gli piaceva, tutte le volte che ci incontravamo, riandare al passato, quando, giovincelli, si pranzava da gran signori con una lira e cinquanta. «Ti ricordi?… Ti ricordi?…». E si capisce che non eran soltanto ricordi giornalistici e che la nostra voce assumeva i toni accorati di Oxilia in «Addio giovinezza».
Incagliati se ne andò anzitempo, e Dio gli fece la grazia di farlo morire prima della guerra mondiale; la sua sedia di Bergamini fu occupata da altri, ma mai con quell’ardore, con quella vivacità polemica, con quella capacità di giungere al cuore dei connazionali. Salvatore cominciò a viaggiare il mondo, a scrivere ottimi articoli e ottimi libri su questi viaggi: me ne inviò, tra gli altri, uno veramente suggestivo sul paese di Mille e una notte, sull’Arabia felice. Aveva un suo proprio stile terso e lucido, nutrito com’era di forti studi letterari. Venne a Bari, molti anni fa, durante la Fiera del Levante: si era già invecchiato, aveva un po’ l’aria di un piccolo lord britannico, sempre freddo, sempre compassato; eppure chi lo conosceva sapeva che aveva un’anima vibrante per senso di italianità e per senso di fratellanza umana.
Viaggiò in tutto il mondo, conoscendo alla perfezione varie lingue, dal Polo Nord allo Estremo e Medio Oriente, dalla Russia e dall’India all’America. Le sue corrispondenze dall’estero nei maggiori giornali italiani (ora rappresentava «Il Tempo» a Parigi) sono state per tanti anni tra le più lette e apprezzate, il suo giudizio era sempre perspicace, le sue fonti d’informazione tra le più sicure, il suo metodo di lavoro sempre ispirato a serietà e a superiore onestà. Ed ora se ne è andato pur lui, per un improvviso collasso cardiaco, in una clinica di Parigi. Non so se sia morto in solitudine, ma, se così è stato, era natura troppo fiera per potersene lamentare. Avrà accettato il suo destino senza battere ciglio. E con lui non è soltanto finito un giornalista fra i migliori, ma un italiano che ha per tutta la vita creduto nell’Italia, in un’Italia, come diceva Mazzini, sempre risorgente.
PEUCEZIO

Comunicato Radiofonico del 29 aprile 1943 — Edizione del mattino
· Contenuto:
· Analisi Storica Breve
Sulle tracce degli Aponte: tra Vico Equense e Badolato, una storia di mulini e mecenatismo
BADOLATO – Esistono cognomi che evocano immediatamente imperi globali, come quello degli Aponte legati alla multinazionale MSC di Sant’Agnello. Tuttavia, la storia spesso percorre sentieri meno battuti, ma non per questo meno affascinanti. È il caso degli Aponte di Badolato, una famiglia che, pur condividendo le radici geografiche con i noti armatori sorrentini, sembra aver tracciato un solco del tutto indipendente nel cuore della Calabria ionica.
L’arrivo dalla Penisola Sorrentina
Secondo le ricerche condotte dall’Associazione Culturale “La Radice” e documentate da Vincenzo Squillacioti nell’articolo “U Mulìnu ’e Lapònti”, il cognome Aponte fece la sua comparsa a Badolato intorno alla metà dell’Ottocento. Il capostipite, Salvatore Aponte, giunse nel borgo calabrese provenendo da Vico Equense.
Nonostante la vicinanza geografica tra Vico Equense e Sant’Agnello (patria degli Aponte di MSC), le evidenze documentali non mostrano, al momento, legami di parentela o interessi comuni tra i due rami. Mentre i “cugini” di Sant’Agnello guardavano al mare, Salvatore Aponte sembra aver scelto la terra e l’industria molitoria.
Il Mulino della Provvidenza e l’alluvione del ’51
Il simbolo più tangibile della presenza di questa famiglia è il mulino ad acqua situato nella fiumara della Provvidenza. Dei 15 impianti attivi a Badolato nel XX secolo, quello degli Aponte era uno dei più significativi. Un dettaglio architettonico ne fissa la memoria: sulla “sagitta” (la condotta forzata dell’acqua) è ancora leggibile la data 1861, anno che segna l’apice o l’insediamento definitivo della famiglia nel territorio.
Purtroppo, la furia della natura ha cancellato gran parte di questo patrimonio: l’alluvione dell’ottobre 1951 ha insabbiato le macine e la ruota lignea, lasciando oggi solo ruderi visibili dal Belvedere Carmelina Amato.
Una famiglia “danarosa” e devota
Gli Aponte non erano semplici proprietari terrieri, ma una famiglia dotata di notevoli disponibilità economiche. Oltre al mulino, i documenti e la memoria storica attribuiscono loro la proprietà di un orto adiacente, un vasto appezzamento in località Soglia e un maestoso palazzo in Corso Umberto I.
La loro influenza non si limitò all’economia. La tradizione popolare vuole infatti che siano stati proprio gli Aponte a finanziare la costruzione della Chiesa della Provvidenza, situata nel fondovalle. Sebbene alcune perizie suggeriscano l’esistenza di un edificio preesistente nel XVIII secolo, è molto probabile che la famiglia abbia contribuito in modo determinante al suo rifacimento o mantenimento, legando indissolubilmente il proprio nome al culto locale.
L’eredità oggi
Oggi la famiglia Aponte è ufficialmente “scomparsa” dalle anagrafi di Badolato, ma la loro eredità genetica continua a vivere attraverso i discendenti di rami femminili e variazioni generazionali.
Il ritratto che emerge dalle ricerche, rafforzato anche dai ricordi legati al giornalista Salvatore Aponte – uomo di cultura e inviato internazionale che mantenne sempre vivo l’orgoglio per le proprie origini – descrive una dinastia di migranti “alla rovescia”: partiti dalla florida costiera sorrentina per investire, costruire e lasciare un segno indelebile tra le montagne e le fiumare della Calabria. Una storia di dignità e lavoro che, pur senza i grandi transatlantici dei loro omonimi, ha saputo navigare con onore nel mare della storia calabrese.
Note storiche e riferimenti:
Il Caso Pound e l’Ombra del Minculpop: Il Ruolo di Salvatore Aponte
ROMA – La complessa vicenda giudiziaria di Ezra Pound, il celebre poeta americano accusato di tradimento per le sue trasmissioni radiofoniche durante la Seconda Guerra Mondiale, vede emergere una figura chiave dell’apparato burocratico fascista: Salvatore Aponte. Funzionario del Ministero della Cultura Popolare (Minculpop), Aponte si è trovato al centro dell’intrigo che ha portato il governo statunitense a formulare una delle incriminazioni più controverse del dopoguerra.
I “Visti” di Radio Roma
Secondo i documenti emersi, il rapporto tra il poeta e il ministero non era regolato da contratti formali. Pound considerava il governo italiano come il suo “editore” e veniva pagato a cottimo per i suoi interventi. Tuttavia, per arrivare ai microfoni di Radio Roma, i suoi testi dovevano superare il vaglio censorio.
È in questo contesto che la figura di Salvatore Aponte si affianca a quella di Adriano Ungaro. Mentre Ungaro viene ricordato come colui che ebbe “il fegato di siglare i comunicati” del poeta, entrambi i funzionari furono profondamente coinvolti nella gestione dell’attività radiofonica di Pound, diventando testimoni oculari del suo operato per conto del regime.
Da Funzionari a Testimoni Chiave
La posizione di Aponte divenne critica con l’avanzare delle indagini americane. Nell’agosto del 1945, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti faticava a costruire un caso solido contro Pound, poiché era tecnicamente difficile provare il reato basandosi solo su trasmissioni radiofoniche disturbate dalle scariche elettrostatiche.
Per corroborare l’accusa, il governo americano decise di puntare su testimoni diretti che avessero osservato Pound durante l’atto della trasmissione o della consegna dei testi. Salvatore Aponte e Adriano Ungaro furono così identificati come i “testimoni qualificati” necessari per puntellare un’inchiesta altrimenti definita “traballante”.
Il Trasferimento negli Stati Uniti
Il coinvolgimento di Aponte raggiunse il culmine il 26 novembre 1945, quando fu emessa una nuova incriminazione per tradimento contro Pound, coprendo il periodo tra il 1941 e il 1945. Per garantire la riuscita del processo, Salvatore Aponte e Adriano Ungaro furono portati negli Stati Uniti insieme a cinque tecnici.
I due italiani vissero un’esperienza quasi surreale:
Questa vicenda solleva ancora oggi interrogativi sulla natura dei rapporti tra l’intellighenzia straniera e i quadri intermedi del Ministero della Cultura Popolare, figure come Aponte che, da grigi burocrati di regime, finirono per diventare pedine fondamentali in uno dei processi più famosi della storia letteraria e politica del Novecento.
Nel volume di Pietro Quaroni Ricordi di un Ambasciatore leggiamo:
Nel 1925, a Mosca, nonostante molte difficolta, noi stranieti potevamo ancora avere dei contatti con l’ambiente russo. E una sera, mi pare nell’ottobre,SalvatoreAponte, allora corrispondente del Corriere della Sera, venne a taccontarmi che, in uma casa privata, aveva incontrato uno dei redattori importanti della Pravda — morto poi in seguito, e non della sua bella morte naturale — e che questi gli aveva detto che l’uomo che cominciava realmente a comandare in Russia era Stalin. E Aponte mi chiese: « Lei ne sa niente? » E gli dovetti rispondere —— ne arrossisco retrospettivamente — che non ne sapevo niente. E cosi fu che, insieme con Aponte, scoprimmo Stalin.
dal volume Carteggi Inediti di Luigi Pirandello leggiamo:
Salvatore Aponte (Vico Equense, Napoli, 1892 – Parigi, 1956), redattore del «Giornale d’Italia» dal 1910 al 1924, poi corrispondente da Mosca della «Gazzetta del Popolo», dal 1926 al 1930 per il «Corriere della Sera» é in Russia, con una parentesi in Cina nel 1927 ed una in Germania nel 1929, allorché appunto anche Pirandello si trova a Berlino. Dal 1930 al 1943 é corrispondente da Parigi del «Tempo» di Roma.
i viaggi di Salvatore Aponte nella Penisola Arabica, tratti dal contesto fornito:
“…riferisce dell’arrivo a Gedda di un certo numero di personalità europee, tra cui il comandante J. H. Bowen, al comando della nave ‘Weston’, [..] e Mackey per condurre le sue indagini nel Najd e a Taif; e Yusuf [..] da Al Hudaydah e il Dottor Salvatore Aponte, un giornalista corrispondente del Corriere della Sera. Si prevede che si recherà in Sudan per scopi turistici e professionali.”
Pagina 709 — Sezione “Varie”:
“Nella sezione dedicata alle notizie varie, il rapporto menziona la partenza della nave ‘Weston’ verso Port Sudan e l’arrivo del colonnello J. Wikeley con la moglie. Si annota inoltre la partenza del Dottor Salvatore Aponte per il Sudan. Allo stesso modo, Dunkley, che si era dimesso dalla compagnia mineraria, è partito per la Gran Bretagna. [..] È arrivato anche un gran numero di pellegrini malesi. Il governo saudita non si è opposto alla richiesta di Maxwell di visitare Al-Hofuf e Gedda per condurre le sue ricerche [..] forse perché non desidera che si indaghi sulle proprie riserve riguardo allo Yemen.”
Punti chiave emersi dalla ricerca:
The Ethiopian War, 1935-1941 Del Boca, Angelo, 1925-
“Mussolini che, per la prima volta da quando era diventato dittatore, spendeva vaste somme senza riserve, era ansioso che la guerra fosse seguita dal maggior numero possibile di reporter italiani, scrittori italiani fedeli al regime e corrispondenti stranieri. ‘Prima di lasciare l’Italia’, scrisse Bruno Roghi in Tessera Verde in Africa, ‘fummo ricevuti dall’Onorevole Dino Alfieri, allora Sottosegretario di Stato, che ci salutò, ci augurò fortuna e ci rivolse l’esortazione che le nostre tessere stampa giustificavano: dovevamo essere vivaci e concisi nei nostri resoconti, così da far emergere nel nostro stile di scrittura le ultime prerogative dell’impresa italiana, vibrante di giovinezza, incrollabile determinazione e unità d’intenti’.
In altre parole, questo era un invito a glorificare la guerra, a esaltare ogni incidente come un esempio luminoso, a dar voce, di fatto, a un peana di lode incondizionata, non rovinato dalla minima ombra di dubbio o dalla minima traccia di critica. Per i retori e gli scrittori che facevano della lode al partito la loro professione con effusioni lealiste, questa era l’occasione per ‘andare a nozze’. Salvatore Aponte riuscì a trasformare la sconfitta italiana a Dembeguina in una vittoria decisiva. Yvon de Begnac inneggiò alle ‘prodezze’ delle Camicie Nere; Federico Valli, nella sua descrizione del bombardamento di Harar, affermò che ‘quando vidi cadere le bombe, avrei voluto scagliare il mio cuore dietro di esse’; mentre Mario Appelius continuò per mesi a sfornare passaggi retorici incredibili come: ‘Divenne una lotta eroica, un sublime gioco di morte. La battaglia si frammentò in innumerevoli incidenti, si sbriciolò in polvere di stelle. Mentre i cadaveri si accumulavano sempre più in alto, mentre le baionette innestate luccicavano…'”.
DOSTOIEVSKI. DeLItto E cASTIGO – Traduzione di Salvatore Aponte.
