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SANTA ELISABETTA D’UNGHERIA: LA REGINA DEI POVERI

Auguri a tutte le Elisabetta, Elisa, Lisa, Bettina e Betty

Ieri abbiamo incontrato Giuseppe Moscati medico dei poveri, oggi andiamo a trovare Santa Elisabetta di Ungheria, Regina dei poveri,che secondo il calendario liturgico si celebra il 19 novembre, ma mia madre e mia figlia, come anche la bisnonna , festeggiano il 19 nov, perché precedentemente così era annoverata nel calendario.

Insistiamo con questi santi speciali che si rivolgono ai meno abbienti della società, perché di grande attualità con il loro essere antichi, mai come in questo periodo di emergenza sanitaria ed economica, ci mostrano come si reagiva in passato. Le urla dei tanti disperati sono soffocati in gola dalla dignità e dalla vergogna,le giriamo alle orecchie delle autorità di ogni ordine e grado e soprattutto a quei direttori di banche,le poche rimaste in penisola sorrentina, che con telefonate prima e lettere poi , dai loro ovattati uffici invitano a “rientrare”. A rientrare dove? e come? dalle vacanze!? noooo! A rientrare nei conti correnti in rosso. Stanno spingendoci tra le braccia dei cravattari! Niente catastrofismi, ma gli scenari futuri che si prospettano sono questi se non si interviene subito.

Il culto a questa Santa Elisabetta di Ungheria arriva in penisola Sorrentina con l’arrivo dei Francescani in cui la santa è fondatrice del Terzo Ordine Francescano a lei intitolato. Riportiamo di seguito uno stralcio dal libro dei Monasteri per raccontarvi la storia dell’arrivo delle elisabettiane bige e la cronaca del loro operato.

Generico novembre 2020

FRAMMENTI DI STORIA DAGLI INIZI DI QUESTO SECOLO AD OGGI Raccolta di Elisabetta Aversa 1929-1990. Libro da cui è tratta la foto. Digitalizzato da Liberato Gargiulo per l’Archeoclub Lubrense.

dal volume MONASTERI E CONVENTIO DELLA PENISOLA SORRENTINA DI TROMBETTA 

Viveva allora a Napoli un santo ed umile frate
francescano dell’Ordine dei Minori, zelantissimo della gloria
di Dio ed operatore istancabile di opere di carità, il
quale dal paese in cui era nato 1’11 marzo del 1814, aveva
preso il nome di Ludovico da Casoria, fondatore, tra l’altro,
della Congregazione della carità, detta anche dei Frati bigi,
dal colore del loro abito, e delle Suore Elisabettine, dal nome
di S. Elisabetta d’Ungheria, sotto la cui protezione le aveva
poste, ed anch’esse, per il colore dell’abito, ordinariamente
.chiamate suore bigie. Or avvenne che, sette anni dopo le ultime
vicende del detto eremo, ossia nel 1866, uno di suoi amici
più cari, di Napoli, cioè il marchese Alfonso Casanova, venne
a fare una gita nella nostra penisola e salì anche sulla collina
dov’era il detto ex eremo, e rimase oltremodo meravigliato
del grandioso panorama, che da lì si godeva. Per cui,
tornato a Napoli, appena poté, si recò dal padre Ludovico
per invogliarlo a fondare lassù una casa della sua Congregazione.
Questi, convintosi della bontà del suggerimento, nell’autunno
dello stesso anno, in compagnia del medesimo Casanova
e dei coniugi De Martino, anch’essi suoi amici devoti,
andò di persona ad ispezionare il luogo, e tutti e quattro furono
d’accordo nella determinazione di farvi sorgere un’opera
socialmente utile. In conseguenza si stabilì che il De Martino
avrebbe rivolto una domanda al governo del regno d’Italia
allo scopo di ottenere che il Demanio assegnasse qualche altro
fondo di sua pertinenza alla parrocchia di S. Agata, affinché
il parroco della medesima cedesse il fabbricato di quell’ex
eremo con un po’ di terreno all’intorno al padre Ludovico per
fondarvi una colonia agricola ed un ospizio per vecchi e poveri
contadini e marinai della penisola sorrentina. Andata,
però, a vuoto l’attuazione di quel progetto, il fondatore dei
frati bigi non si rassegnò alla negativa ricevuta, e perciò nella
primavera successiva, dopo matura riflessione, andò dal
parroco di S. Agata, che, come abbiamo già detto, era l’usu-
fruttuario di quell’ex eremo e del terreno circostante, per pregarlo
di concedergli almeno l’uso dell’edificio. Ma quel sacerdote,
temendo, data la difficile situazione politico-religiosa d’allora,
di andare incontro a qualche grave briga con il governo
nazionale, rifiutò nella maniera più assoluta. Costatata, però, subito
dopo la santità del richiedente, lo soddisfece a pieno, consegnandogli
immediatamente le chiavi del fabbricato desiderato,
e dandogli la facoltà di fare nel terreno circostante tutto ciò
che voleva. Esultante allora di santa gioia, il padre Ludovico
non perdette un istante per dar principio alla sua opera. Ricorrendo
pertanto, qualche settimana dopo, la festa della Pentecoste
di quell’anno 1867, diede subito ordine ai suoi religiosi
di preparare per quel giorno, e per quanto fosse possibile
in sì breve tempo, il luogo e le cose più essenziali per la
cerimonia di fondazione; e pregò i parroci della nostra penisola
di parteciparvi e di presentare, ciascuno, un orfano d’ammettere
nella casa, che inaugurava. Venuto poi quel giorno,
ci fu sulla collina, dov’era l’ex eremo carmelitano, chiamata
già allora topograficamente « Il Deserto », una vera festa
campestre, santificata, però, dalla presenza del venerabile fondatore
dei frati bigi, durante la quale ebbe « ufficialmente »
luogo l’inaugurazione dell’orfanatrofio da lui voluto, che in breve
tempo fu completato da una scuola agraria, sia pure rudimentale,
e da un ricovero per vecchi e poveri contadini e marinai
della nostra penisola. Restaurata poi la chiesa ed, in
parte, anche l’edificio di quell’ex eremo, egli, sia pure tra molte
difficoltà, ottenne la concessione in enfiteusi del medesimo
e del terreno, che gli era intorno (66). Al principio poi del
nostro secolo i frati bigi, continuatori della sua opera, cambiarono
l’orfanotrofio, voluto ed avviato dal loro fondatore,
in un. normale convitto per ragazzi di scuola elementare, che
durò fino alla guerra mondiale del 1939-45.
(66) Per tutto quello, che abbiamo detto sull’opera fatta dal Padre Ludovico
da Casoria sul « Deserto > di Sorrento, si veda il capitolo xvm
della e Sua Vita > scritta dal card. Alfonso Capecelatro.
– 194 –
Chiuso allora anche questo, per le vicende belliche, che
si facevano sentire anche lassù, in quel vasto edificio rimase
soltanto qualche religioso della detta congregazione fino al
1973, allorché essa per la scarsità dei membri, fu soppressa,
i suoi beni, secondo le disposizioni ecclesiastiche in materia,
passarono alla S. Sede, la quale, dieci anni dopo, ossia
nel 1983, concesse quell’ex eremo carmelitano alle suore
benedettine del monastero di S. Paolo a Sorrento, le quali
allora, lasciata la sede ultramillenaria, che avevano in quella
cittadina, vi si trasferirono. I lavori, però, di riparazione
e di ristrutturazione del grande fabbricato da esse comprato,
non sono ancora terminati. Non di meno per quel solitario e
silenzioso << deserto » è già cominciata una nuova vicenda,
ma quale essa sarà, è troppo presto per dirlo: ai posteri il
compito. Da parte nostra possiamo soltanto augurare che
quel luogo sia per le sue abitatrici . un << paradiso », come era
chiamato quando in esso vi erano gli eremiti carmelitani.
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La figura della giovane Elisabetta d’Ungheria (1207-1231) ha sempre un grande fascino, non solo dal punto di vista mistico, ma anche umano. La sua breve esistenza non è stata esente da colpi di scena. Si può dire che abbia bruciato le tappe: fidanzata a 4 anni –secondo le consuetudini del tempo per i futuri regnanti-, sposa a 14 anni, madre a 15 anni, vedova a 22 anni. Nonostante che il suo sia stato un matrimonio combinato per ragioni politiche quello di Elisabetta e di Ludovico IV di Turingia fu un grande amoreTra loro ci fu sempre piena intesa e Ludovico non  ostacolò mai la sua sposa nella vita mistica, pauperistica, a servizio dei poveri e se ne lasciò coinvolgere. Le ragioni politiche costringevano spesso Ludovico a lunghe assenze, e grande era la sofferenza della sua sposa –pare che in 6 anni di matrimonio siano  stati assieme solo 1000 giorni- che per tale circostanza metteva da parte i suoi abiti da regina per indossare quelli della vedovanza. Quando il marito era lontano Elisabetta sapeva assolvere con grande saggezza e competenza il suo ruolo di regina, come quando affrontò ad esempio la grave crisi della carestia del 1226, facendo distribuire gratuitamente il pane a chi era nell’indigenza. Quando Elisabetta seppe all’improvviso che il marito doveva partire per la crociata con Federico II (24 giugno 1227) a causa del dolore ebbe uno svenimento, presagio forse della tragedia. Ludovico non iniziò neppure la crociata perché morì l’11 settembre per una febbre di tifo ad Otranto prima d’imbarcarsi. Elisabetta non si preoccupò di nascondere il suo strazio per la grave perdita. A questa tragedia se ne aggiunse però anche un’altra; a corte ci fu un intrigo, poiché alcuni non sopportavano ‘la regina dei poveri’, e venne arbitrariamente privata di tutti i suoi diritti, anche della sua dote personale. Elisabetta lasciò il castello di Wartburg e si stabilì in un porcile abbandonato, vivendo nel radicalismo il suo ideale evangelico di povertà. I santi sono sempre dotati di grande equilibrio umano. Elisabetta sapeva che i suoi figli erano destinati alla vita di corte e per loro trovò un’altra sistemazione. Quanto la situazione a corte si ribaltò e ad Elisabetta vennero restituiti i suoi beni ella se ne servì per far costruire un ospedale a Marburgo, dove si era trasferita con le sue fedeli domestiche –o meglio amiche- Guta e Isentrude, e potè dedicarsi totalmente al servizio dei poveri, degli ammalati, dei bambini orfani ed abbandonati –come già faceva quando era a corte- e dei lebbrosi, riservando a sé le mansioni più umili. Visse da vedova consacrata al Signore secondo l’ideale di San Francesco che, secondo una leggenda, le avrebbe mandato il suo mantello. Attorno a lei si radunarono delle collaboratrici che condivisero il suo ideale, venendosi così a costituire una comunità di laiche penitenti francescane. Ad Elisabetta non mancò mai la consolazione delle forti esperienze mistiche, già al tempo della sua vita a corte, come ad esempio l’estasi durante la preghiera. Il Signore le fece capire quando sarebbe venuto a prenderla, ed ella morì con un strana malattia, senza febbre, senza dolori, ma con mancanza totale di forze. Quando salì al Cielo grande fu l’affluenza del popolo che andò a venerare il suo corpo per la sua fama di santità. Ella venne canonizzata nel 1235 ed è stata  proclamata patrona dell’Ordine Francescano Secolare.

Generico novembre 2020

Ambrogio LorenzettiElisabetta d’Ungheria, 1335-1340

Generico novembre 2020
Generico novembre 2020

Santa Elisabetta mentre imbocca un ammalato (che dall’aureola crociata riconosciamo essere Gesù Cristo), frammento di una pala d’ Altare, 1385, Wallraf-Richartz-Museum, Colonia

Generico novembre 2020

Hans Holbein der Ältere – Die Heilige Elisabeth

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