Le Dolci Storie di Napoli: Un Viaggio Tra Leggende e Sapori con Amedeo Colella
Villa Fondi .Piano di Sorrento. Mercoledi 23 luglio 2025.-Napoli, città di miti e contraddizioni, non smette mai di sorprendere, specialmente quando si parla delle sue delizie culinarie. E chi meglio di Amedeo Colella, con il suo umorismo pungente e la sua profonda conoscenza della cultura partenopea, può guidarci in un viaggio attraverso le origini spesso dibattute dei suoi dolci più iconici? La sua recente serata, dedicata ai segreti della pasticceria napoletana, ha svelato aneddoti affascinanti, tra storia e leggenda, che trasformano ogni boccone in un pezzo di cultura. Alternando il racconto con la grande cantante Francesca Marini.
La Zuppa Inglese: Un Errore Reale, un Dolce Leggendario
Colella non ha esitato a sfatare miti e a rivendicare la “verità” sull’origine della Zuppa Inglese, un dolce la cui nascita è spesso contesa tra diverse regioni italiane. Mentre alcuni la fanno risalire all’Emilia o addirittura a Caterina dei Medici nel ‘500, Colella ha offerto una versione ben più specifica e curiosa, fissandone la data di nascita al 3 ottobre 1839.
Questa data non è casuale: coincide con l’inaugurazione della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, un simbolo dell’ingegno e della modernità del Regno delle Due Sicilie sotto Ferdinando II. Per celebrare l’alleanza con gli inglesi, pionieri della tecnologia ferroviaria (come la già esistente linea Southampton), Ferdinando II organizzò un sontuoso ricevimento alla Reggia di Portici. Ospite d’onore, l’ambasciatore inglese a Napoli, Lord Cornelius Napier.
Il dolce preferito del re era la “pizza roce”, un semplice pan di Spagna (allora base della pasticceria meridionale, giunto dalla Spagna nel ‘700 e ancora oggi preparato nel Cilento e in Alta Calabria) appena velato di zucchero. La leggenda narra che un cameriere maldestro fece cadere i pan di Spagna destinati al ricevimento, riducendoli in mille pezzi. Nel panico generale, il capo pasticcere, con un’intuizione geniale dettata dalla necessità, tentò di ricomporre i frammenti. Per mascherare il disastro, aggiunse alkermes (un liquore rosso), crema pasticcera, e infine una copertura di meringa, infornando il tutto.
Quando Ferdinando II, non riconoscendo il suo dolce preferito, chiese spiegazioni, il cameriere, con prontezza di spirito (quella che i napoletani chiamano “pezza a colore”), gli disse che si trattava di un nuovo dolce, creato proprio in omaggio all’ambasciatore inglese: la “Zuppa Inglese”. Così nacque un classico, da un incidente e una brillante improvvisazione, che per anni simboleggiò la festa delle ferrovie, sebbene oggi sia più spesso gustata in versioni più piccole, come “zuppetta” o “diplomatico”.
La Sfogliatella: Dalle Clausure al Successo Imprenditoriale
Ma il racconto di Colella non si è fermato qui. Ha poi deliziato il pubblico con la storia della sfogliatella, un altro pilastro della pasticceria napoletana, la cui origine è legata al convento di Santa Rosa a Conca dei Marini, sulla Costiera Amalfitana, nel ‘700.
Qui, una suora cuciniera, per non sprecare del semolino avanzato, ebbe l’idea di trasformarlo in un dolce, aggiungendo ricotta, uova, frutta candita e acqua di millefiori per il ripieno. L’esterno croccante fu realizzato con una spirale infinita di pasta di acqua e farina, tagliata e spinta per ottenere una forma che, secondo le interpretazioni, ricordava il cappuccio di un monaco o, con più licenziosità, l’organo sessuale femminile (da cui uno dei sinonimi popolari, “sfugliatella”). Il dolce, inizialmente chiamato “Santa Rosa” (e arricchito di simbologia religiosa con un baffo di crema e amarene che richiamavano la croce e il sangue di Cristo), rimase confinato tra le mura del convento, scambiato per ricompensare benefattori o pagare il medico.
La svolta arrivò grazie a Pasquale Pintauro, nipote della badessa di un convento degli Spagnoli, che, sebbene oste e non pasticcere, intuì il potenziale di questo dolce. Dopo molte resistenze, pare che la zia, in punto di morte, gli rivelò la ricetta. Pintauro portò la ricetta a Napoli, ma capì che per renderla un successo commerciale doveva semplificarla e adattarla ai ritmi frenetici della città. Ridusse le dimensioni, tolse il baffo di crema e le amarene, rendendola un dolce “da passeggio”, da consumare rapidamente e con un nome più accattivante: “sfogliatella”.
Aprì la sua bottega su Via Toledo e il successo fu immediato e travolgente, tanto che nell’Ottocento si diceva “guarda là la folla Pintauro” per indicare un assembramento, o “una ragazza molto corteggiata” come “una sfogliatella corteggiata”. Il termine “sfogliatella” divenne anche sinonimo di una bella somma di denaro o, ironicamente, di una brutta sorpresa, come una cartella esattoriale. Colella ha anche raccontato un divertente aneddoto su una truffa legata all’equivoco tra “30 sfogliatelle” (il numero di dolci) e “30.000 lire” (il valore di una collana), a dimostrazione di quanto il dolce fosse radicato nella quotidianità napoletana.
Pintauro non si fermò alla sfogliatella riccia. Intuì che la croccantezza, sebbene apprezzata, poteva essere fastidiosa. Venne a sapere che in un altro convento, Santa Maria Regina Coeli, le suore avevano creato un dolce simile con lo stesso ripieno, ma usando la pasta frolla per l’esterno, risolvendo il problema. Si impossessò della ricetta, e così nacque la sfogliatella frolla, un dolce con lo stesso nome ma una consistenza profondamente diversa.
Il suo genio imprenditoriale non si esaurì qui. Sentendo che a Santa Chiara avevano inventato uno “gnoccone fritto” aromatizzato con l’elisir del convento, Pintauro lo riprese e, per la prima volta, lo legò a San Giuseppe, creando la zeppola di San Giuseppe. Sfruttò l’assenza di un dolce specifico per la festa del papà e, basandosi sulle Sacre Scritture che narravano di San Giuseppe che nutriva la famiglia con delle frittelline durante la fuga in Egitto, ne fece un simbolo della festa.
Un altro aneddoto illuminante sul suo acume commerciale: Pintauro vendeva le sfogliatelle a prezzo pieno fino alle 17:00, dopodiché le metteva in offerta. Nonostante sembrasse un gesto da “miserabile”, molti napoletani benestanti, pur di risparmiare, aspettavano l’offerta, dimostrando l’abilità di Pintauro nel cogliere le dinamiche sociali e commerciali dell’epoca.
La serata con Amedeo Colella è stata un vero e proprio tuffo nella storia e nelle curiosità che si celano dietro i sapori di Napoli, dimostrando come ogni dolce sia un tassello di un patrimonio culturale vivente, fatto di ingegno, fortuna, e un pizzico di quella “pezza a colore” tutta partenopea. Quale di queste storie vi ha incuriosito di più?






















