Il Crepuscolo degli Dei e la Genesi del Ring: Note sulla Lectio Magistralis del Musicologo Andrea Esterno
DI LUCIO ESPOSITO
La figura di Richard Wagner e la monumentale architettura della sua tetralogia, L’Anello del Nibelungo (Der Ring des Nibelungen), continuano a rappresentare uno dei vertici più complessi e affascinanti della storia della musica e del teatro occidentale.
In una recente e illuminante lectio magistralis, il musicologo Andrea Estero ha guidato il pubblico alla scoperta dell’ultimo, grandioso capitolo dell’opera: Il crepuscolo degli dei (Götterdämmerung). Attraverso un’analisi che intreccia la genesi compositiva, la drammaturgia musicale e le profonde influenze filosofiche, il relatore ha messo in luce la natura ambivalente di un capolavoro che chiude una parabola artistica durata quindici ore, bilanciando la tradizione operistica ottocentesca con la sperimentazione più radicale.
1. La Genesi a Ritroso: Dalla Morte di Sigfrido al Prologo
Un elemento chiave per comprendere la struttura del Crepuscolo degli dei risiede nella sua particolare cronologia compositiva. A partire dal 1848, Wagner stese la bozza in prosa e il libretto procedendo esattamente a ritroso.
L’opera nacque infatti con il titolo originario di Siegfrieds Tod (La morte di Sigfrido), focalizzandosi dunque fin da subito sull’epilogo tragico. Solo in un secondo momento, spinto dall’esigenza di fornire allo spettatore le motivazioni originarie e di inserire la vicenda all’interno della più ampia mitologia nordica (attingendo alla saga dei Nibelunghi e ai poemi norreni), il compositore creò il vasto preambolo costituito dalle tre opere precedenti: L’oro del Reno, La Valchiria e il Sigfrido.
Curiosamente, la stesura della musica seguì invece il senso opposto, procedendo in avanti dall’inizio della tetralogia fino al cataclisma finale. Questo scarto metodologico spiega la duplice anima del Crepuscolo degli dei.
2. Tradizione e Sperimentazione: Due Anime in Equilibrio
Dal punto di vista formale, l’ultimo capitolo del Ring presenta una forte ambivalenza:
Le forme convenzionali e il mondo dell’inganno: A differenza delle opere precedenti della tetralogia — basate su un flusso musicale ininterrotto —, nel Crepuscolo degli dei ricompaiono elementi tipici della tradizione operistica, come il coro (estraneo al rigore del dramma musicale puro) e forme chiuse (quali il celebre terzetto del secondo atto tra Hagen, Brunilde e Gunther, che richiama i congiurati dell’opera italiana o il romanticismo di Lohengrin). Wagner associa deliberatamente queste strutture tradizionali agli ambienti legati all’inganno, alla corruzione e alla reggia dei Ghibicunghi.
La declamazione wagneriana e l’orchestra parlante: Sul versante opposto, la scrittura vocale più libera e il lavoro capillare sui motivi conduttori (Leitmotiv) rappresentano il cuore più avanzato e sperimentale del dramma. Attraverso cellule musicali brevi e pregnanti, l’orchestra assume una funzione “epicizzante”, simile alla voce di un narratore di romanzesco: anticipa i fatti, svela i retroscena e commenta o addirittura contraddice le intenzioni dei personaggi. Su circa novanta motivi catalogati nell’intera tetralogia, ben settanta sono già stati enunciati nelle prime tre giornate, lasciando al Crepuscolo un immenso lavoro combinatorio e polifonico.
3. I Pilastri della Drammaturgia e i Livelli Storici
La vicenda si muove su coordinate mitologiche e cosmiche profonde, i cui nodi chiave ruotano attorno a elementi ineludibili:
L’oro del Reno e la maledizione dell’anello: Il furto iniziale dell’oro rompe l’armonia dell’universo. L’anello del potere forgia una catena di distruzione: chiunque lo possieda (da Alberich a Fafner, fino a Sigfrido e Brunilde) va incontro inevitabilmente alla morte.
La figura di Wotan: Il dio che ha fondato il proprio potere sulle leggi incise sulla sua lancia, finendo però imbrigliato dalle regole stesse e costretto a sperare nell’azione di un eroe “puro e senza paura” (Sigfrido) capace di agire al di là delle imposizioni.
L’ingresso della dimensione storica: Se i capitoli precedenti esploravano livelli primordiali e mitologici, nel Crepuscolo degli dei fa il suo ingresso la storia umana, incarnata dalla casata corrotta dei Ghibicunghi e dalla tragica manipolazione di Sigfrido tramite il filtro d’amore e oblio somministratogli da Gutrune.
4. Il Finale: Tra Ideologia Anarchica e Rassegnazione Schopenhaueriana
Il cataclisma finale vede la morte di tutti i protagonisti principali — l’eroe Sigfrido, la semidea Brunilde, l’antieroe Hagen — e la distruzione del Valhalla. Tuttavia, il termine tedesco Götterdämmerung (letteralmente “crepuscolo”) porta in sé un valore ambivalente: non solo tramonto e fine, ma anche la luce dell’albeggiare, l’apertura verso un nuovo inizio per l’umanità (come magistralmente interpretato nella celebre regia di Patrice Chéreau).
Nella conclusione della sua lectio, Andrea Estero ha evidenziato il profondo mutamento di prospettiva che attraversò la mente di Wagner durante la stesura dell’opera:
La matrice giovanile: Concepii inizialmente il finale negli anni della militanza anarchica e socialista post-1848, come denuncia radicale del capitalismo, della bramosia di ricchezza e del potere.
La svolta schopenhaueriana: Successivamente, la folgorazione per il pensiero di Arthur Schopenhauer modificò radicalmente il senso del sacrificio di Brunilde. Il gesto finale sul rogo non rappresenta più soltanto una rigenerazione sociale, bensì il distacco definitivo dalla bramosia e dalla catena ininterrotta del desiderio, accostando idealmente la figura di Brunilde a quella di Isotta in un supremo abbraccio di amore e morte (Liebestod).
