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di lucio esposito

La storica facoltà di Archeologia dell’Università Humboldt di Berlino ha annunciato la chiusura, mettendo fine a oltre 200 anni di tradizione. Un duro colpo che colpisce da vicino anche la nostra Penisola Sorrentina, legata a doppio filo agli studi condotti sulla villa di Pollio Felice.

 Si è abbattuto come un fulmine a ciel sereno, lo scorso 17 giugno, l’annuncio che ha gettato nello sconforto il mondo accademico internazionale: il consiglio di facoltà della Humboldt-Universität zu Berlin ha deciso, nel quadro di una serie di misure di contenimento della spesa, di avviare la chiusura dell’Istituto di Archeologia. Una decisione che, sebbene programmata nel medio termine, segna di fatto la fine di una gloriosa tradizione bicentenaria.

Il legame con la “Terra delle Sirene”

Per il territorio della Penisola Sorrentina, la notizia ha un sapore particolarmente amaro. Sono ancora vividi nella memoria locale i contributi fondamentali portati proprio dagli studenti e dai docenti del Winckelmann-Institut della Humboldt. Le loro campagne di scavo a Punta del Capo, presso la cosiddetta Villa di Pollio Felice, hanno permesso scoperte di inestimabile valore: dal recupero del pavimento musivo della passeggiata sopra le cisterne, fino alle complesse indagini subacquee condotte nel bacino della piscina naturale.

Il lavoro dei ricercatori tedeschi non è stato solo un esercizio accademico, ma un atto di amore e tutela verso un patrimonio che appartiene alla storia collettiva. Sapere che questa fucina di talenti e ricerche è destinata a spegnersi rappresenta una ferita profonda per il legame transnazionale che unisce la nostra terra alla scienza europea.

Una crisi di sistema: l’Archeologia “abbandonata”

La chiusura dell’istituto berlinese non è un caso isolato, ma il sintomo di un malessere che attraversa molte università italiane ed europee. Si assiste a un preoccupante arretramento nella formazione delle nuove generazioni, segnale di una crisi di sistema che solleva interrogativi urgenti sul futuro della disciplina.

Il cuore del problema risiede forse in una percezione sociale del valore dell’archeologia che, nel tempo, è diventata sempre più labile. L’archeologia si è progressivamente allontanata dal suo impatto sociale diretto, perdendo terreno di fronte a nuovi indirizzi politici e accademici che prediligono settori percepiti come più “immediati” o redditizi, ma privi di quella profondità culturale che solo lo studio del passato può offrire.

Una riflessione necessaria

Come sottolineato dagli stessi membri del Winckelmann-Institut, la decisione della Humboldt è un segnale drammatico contro la diversità scientifica e la competenza umanistica. La domanda che oggi risuona nei dipartimenti di tutta Europa è inquietante: “Chi sarà il prossimo?”.

Il rischio è quello di smantellare un sapere che definisce la nostra identità. Se l’archeologia è, come appare evidente, “messa a morte” nelle aule universitarie, è necessario un dibattito franco su come restituire a questa disciplina il suo ruolo centrale. Non si tratta solo di preservare singoli siti o reperti, ma di difendere un metodo di indagine umana e storica che rischiamo di perdere, in un presente sempre più orientato al breve termine e sempre meno capace di dialogare con le proprie radici.

Fonti:

  1. Winckelmann-Institut / Klassische Archäologie / HU Berlin – Documentazione e comunicati ufficiali dell’Istituto in merito alla decisione del 17.06.2026.

La villa maritima del Capo di Sorrento

By Wolfgang Thomas Filser and Christoph Klose
Commento preliminare. Perché villa maritima? Il monumentale studio di Xavier Lafon sulle villae maritimae romane menziona brevemente anche la villa del Capo di Sorrento, che viene inclusa nello sviluppo della villa maritima, sempre più a contatto con il litorale, verso una “machine à voir la mer” 1 . Il mare, qui, è intrapreso come un oggetto che trova la sua giustificazione solo attraverso la presenza architettonica della villa, quasi privo di una sua realtà se non quella visiva al servizio del prospectus romanus; questa è l’idea di un mare statico come fosse una pittura parietale della villa e non l’immagine del mare in continuo movimento incorniciato dalle aperture nelle pareti della villa. Le particolarità naturali di una villa maritima specifica, sempre così fortemente variegato e multi-sensuale – i mari, le rocce, le vegetazioni, gli orizzonti, le luci, i suoni, i venti, i colori, i profumi ecc. – possono essere solo di secondaria importanza in un approccio di questo tipo, che tende a rendere malleabile il materiale per adattarlo alle fonti letterarie e collocarlo in uno sviluppo storico. Questa comune interpretazione della villa maritima come macchina dominatrice della natura è doppiamente radicata nella tradizione archeologico-filologica: da un lato, sul piano estetico-artistico nelle note descrizioni di ville degli aristocratici romani composte da loro stessi e da poeti incaricati a questo scopo 2 ; dall’altro, l’esistenza del fenomeno della villeggiatura marittima è spiegata nel quadro della villa romana sulla base degli agronomi romani e quindi soprattutto con un interesse per l’aspetto economico 3 . La nascita di ville sulla costa tirrenica nel II sec. a.C. sarebbe l’espressione del desiderio dell’élite romana di sfruttare il mare, cioè di generare reddito attraverso la piscicoltura. Poiché nel nostro caso questo elemento della produzione marittima è praticamente inesistente – a parte la piccola piscina sulla punta del promontorio, indubbiamente insignificante per quanto riguarda una produzione destinata per un mercato di vendita – non ci sarebbe motivo di definire il complesso esteso del Capo di Sorrento una villa maritima. Ma ovviamente la definizione puramente economica si basa su un ideale che si oppone alla realtà di un gruppo di monumenti così grande ed eterogeneo. L’aspetto economico ripreso dalle fonti letterarie – che stabiliscono un rapporto tra la villa maritima e la villa rustica su un piano chiaramente idealistico, se non propagandistico – si lega fin dall’inizio all’espressione di un lusso articolato e a volte estremo, riflesso ancora oggi nello scheletro architettonico delle ville tardo-repubblicane superstiti, che sembrano quasi volutamente resistere alla classificazione secondo le convenzioni architettoniche contemporanee 4 . Sembra dunque che nei testi “maritimus” sia un termine ambiguo, rifacendosi nello stesso momento al presunto carattere industriale e di spreco, risultando in una costellazione paradossale, cioè una “villa rustica-maritima”, una “fattoria di lusso”: un problema puramente ermeneutico, che viene poi risolto tramite la critica dei testi che tenderebbero o ad oscurare la vera utilitas della villa maritima o, al contrario, ad esagerare l’aspetto economico-industriale per nascondere lo smisurato spreco di risorse così caratteristico di questi complessi 5 . A questo punto è forse opportuno ricordare che non sono noti significativi resti archeologici delle ville citate da questi autori romani. Mentre possiamo dire con certezza che la villa del Capo di Sorrento (tav. I, figg. 1-3) non aveva una funzione come allevamento di pesci e i suoi proprietari (al contrario dei proprietari della vicinissima cd. villa di Agrippa Postumo a Sorrento) non cadrebbero nella categoria ciceroniana di piscinarii 6 , non si cercherà nemmeno di collocarla in una delle varie tipologie modellate sul corpus dei monumenti conosciuti, tentativi tassonometrici che di solito si basano esclusivamente su planimetrie schematiche e perciò estremamente flessibili nella loro interpretazione 7 . Torneremo su questo problema dell’assenza di una tipologia più avanti: i risultati attesi dalla classificazione della villa del Capo di Sorrento secondo uno di questi sistemi sono nulli 8 . Al contrario, alcuni aspetti discussi in seguito forse non sarebbero emersi durante l’indagine dettagliata del sito. La discussione della ricostruzione ipotetica si sarebbe fermata probabilmente dove l’ha portata 50 anni fa Friedrich Rakob con la sua ampiamente accettata visualizzazione schematica, frutto di un lungo studio del sito da parte dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, che non fu mai pubblicato 9 . Ovviamente, la natura non vincolante della rappresentazione grafica ha permesso di iscrivervi certezze tipologiche e di riconoscervi un momento particolare di una presunta evoluzione universale della villa maritima. In questo modo, astraendo dalla realtà archeologica, si è ricavato sia un modello euristico applicabile ad altre ville in contesti storico-topografici completamente diversi (nonché alle descrizioni testuali e alle rappresentazioni di ville nella pittura romana), sia un ideale emblematico ridotto alla funzione di “machine à voir” 10 . Non è certamente questa la sede adatta per tentare una nuova definizione generale della villa maritima, perché qui si affronta solo un monumento specifico, con l’obiettivo di riassumere quanto emerso in quasi dieci anni di ricerca sul campo, cioè il sistema singolare di una villa maritima, conservato in modo intelligibile anche nel frammento perché la metà settentrionale del Capo di Sorrento non fu mai edificata in maniera estesa dopo l’epoca romana. D’altra parte, se queste indagini possono contribuire alla comprensione del fenomeno della villa maritima, sarà sulla base di ipotesi derivate in primo luogo dalle tracce dell’architettura: queste non sono primariamente di carattere economico (vista la notevole mancanza di tali elementi) ma “ecologico”, nel senso che l’analisi parte da una lettura ravvicinata dello spazio naturale del Capo di Sorrento, liberando lo sguardo analitico dalla distorsione dovuta alle fonti letterarie e alle tipologie architettoniche e mettendo al centro dell’interesse l’ambiente (l’“environment”) della villa 11 . Come si è detto, il modus operandi per giungere alle conclusioni è stato principalmente deduttivo, partendo dalla lettura delle murature e dalle tracce della villa nella “basis villae12 di prima categoria: la roccia viva, che tanto si è modificata sia a terra che sott’acqua per incorporare architetture ed elementi decorativi. 2 Storia della ricerca archeologica sul Capo di Sorrento Rispetto ad altri siti archeologici della zona, la villa è stata documentata relativamente tardi 13 . Ciò è sorprendente, dal momento che Sorrento era nota come sito di monumenti eccezionali di epoca romana almeno dalla fine del tardo Rinascimento. L’umanista e storico Giulio Cesare Capaccio (1550-1634) lodò le installazioni idriche a Sorrento come un capolavoro della tecnica costruttiva romana. Ovviamente non si riferiva ai cisternoni della villa del Capo di Sorrento, ma all’acquedotto e ai cisternoni a sud-est dell’antica Surrentum, appena fuori le antiche mura, nei pressi dell’attuale Piazza Tasso (SUR 02-03) 14 . Il teologo e polimatico Nicolò Partenio Giannettasio (1648-1715) fu il primo a descrivere, meno di un secolo dopo, parte delle rovine della villa in modo esplicito, rimanendo anch’egli particolarmente colpito dai cisternoni romani 15 . Giannettasio visitò l’area insieme al cardinale e arcivescovo di Napoli Giacomo Cantelmo (1640-1702), fondatore di una propria collezione di antichità, e spiega nei suoi Aestates Surrentinae e Autumni Surrentini le rovine romane in una conversazione immaginaria con il cardinale e un altro interlocutore 16 . A lui sembra risalire per la prima volta l’identificazione corretta delle rovine del promontorio come appartenenti a una villa maritima e il collegamento di grande portata (sicuramente erronea) di questa con la villa di Pollius Felix descritta da Stazio, che fino ad allora era soltanto genericamente associata all’area sorrentina nell’opera di Capaccio 17 . Il fulcro della sua interpretazione fu il Bagno della Regina Giovanna (da noi definito come porto interno, figg. 3-4, tav. I), che Giannettasio identificò come un palcoscenico circense per la naumachia o un complesso di bagni con soffitto a volta, che allineò con le descrizioni di Stazio 18 . Va sottolineato che, oltre ai singoli ambienti, vengono citati anche le cisterne e il frangiflutto del porto esterno 19 . L’associazione della villa sul capo con il nome di Pollius Felix si è mantenuta fortemente anche nei secoli successivi e nell’Ottocento ha trovato spazio sia nelle opere di autori di rilevanza storica locale come Bartolomeo Capasso e Nicola Iovino che di rilevanza storico-archeologica internazionale come Karl Julius Beloch 20 . È sopravvissuta fino ad oggi anche la fantasia che il porto interno fosse un tempo completamente coperto a volta, a causa della testudo gemina citata da Stazio e a cui Giannettasio aveva fatto riferimento. La descrizione di Iovino della topografia del capo contiene molte informazioni importanti sull’approvvigionamento idrico, la struttura proprietaria e l’uso del suolo nel XIX secolo. Una documentazione fotografica del promontorio di Sorrento, che a quanto pare aveva progettato, non è purtroppo stata realizzata 21 . Pertanto, i disegni e i dipinti fantasiosi del XVII e XVIII secolo sono le prime testimonianze pittoriche del capo 22 . Una mappa topografica con accenni alle rovine si trova nell’opera di Beloch 23 . Tuttavia, la prima documentazione archeologica fu avviata solo negli anni ’30 e pubblicata nella collana Forma Italiae solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1946 24 . In quell’occasione, Paolino Mingazzini e Federico Pfister fecero una descrizione dettagliata di tutte le rovine visibili del promontorio (che comprendeva sia la pars maritima che la parte a monte), con documentazione fotografica, planimetrie, prospetti e altri disegni di dettaglio 25 . Fu così realizzata la prima pianta complessiva del monumento, che costituì la base di tutti gli studi archeologici sulla villa fino a tempi recenti 26 . Le fotografie pubblicate forniscono importanti informazioni sullo stato e sulla conservazione dell’edificio durante gli anni ’30-’40 con alcune parti oggi mancanti. Mingazzini e Pfister collocavano l’edificio cronologicamente e in termini di storia culturale nel contesto delle villae maritimae sorrentine, ignorando però la fase in opus incertum. Anche se le osservazioni presentano alcune imprecisioni, dovute anche alle circostanze storiche, con delle affermazioni ormai decisamente superate, la loro rimane un’opera di riferimento importante. A loro merito, hanno privilegiato lo studio storico-architettonico dell’edificio e si sono astenuti con solide argomentazioni dall’attribuzione della villa a Pollius Felix sulla base del carmen di Stazio 27 . Questa nuova base di dati potrebbe anche aver spinto Rakob a effettuare degli scavi nell’area della pars maritima negli anni ’60 (dal novembre 1963 all’ottobre 1969) 28 . Tuttavia, i risultati non furono mai pubblicati in forma sintetica 29 . Come si evince dai documenti conservati nell’archivio Rakob all’Istituto Archeologico Germanico di Roma, gli scavi stratigrafici si concentrarono sulla storia architettonica dell’edificio a mare 30 . Attraverso gli scavi del Rakob è stato possibile stabilire che sulla basis villae si trovava un giardino con fontana e portici circostanti, nonché sale per banchetti con pavimenti in opus sectile sul lato est. Ulteriori scavi nell’area della porticus del giardino sono stati effettuati dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei nel 1981 sotto la direzione di Tommasina Budetta, seguiti da un intervento di consolidamento dopo il terremoto dell’Irpinia dell’anno precedente. Il risultato di questi lavori (e di un’altra campagna di restauro nel 2000), di cui non si ha quasi nessuna documentazione 31 , sono le ricostruzioni delle fondazioni e dei muri della pars maritima (soprattutto sul piano superiore) che sono ancora oggi visibili. Importanti per la documentazione di questo lavoro e per una nuova valutazione archeologica complessiva della villa del Capo di Sorrento basata sui risultati visibili sono i lavori di Mario Russo, che ha studiato in dettaglio la storia e gli edifici di Surrentum romana 32 . Tuttavia, le sue osservazioni erano basate su una conoscenza limitata dei risultati degli scavi precedenti, per cui una rivalutazione stratigrafica della villa rimase un desideratum ed è stata tra gli scopi delle nuove indagini avviate nel 2014. Inoltre, grazie al suo buono stato di conservazione e all’accessibilità al pubblico, la villa del Capo di Sorrento ha sempre avuto un ruolo importante nel discorso archeologico sulle villae maritimae romane 33 . Le ultime indagini, che hanno compreso lo scavo stratigrafico e ’esplorazione subacquea della zona litoranea davanti alla villa, avevano lo scopo di integrare le ricerche sulla villa e di proporre una nuova interpretazione dell’intero complesso 3.
https://www.youtube.com/watch?v=gFYvJDohozs
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