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“IL REGNO D’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA” con il prof Ferrigno.

11/11/18

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DOMENICA 11 NOVEMBRE 2018 ORE 18.30
PRESSO LA SALA CONSILIARE DEL COMUNE DI PIANO DI SORRENTO
IL GRUPPO CULTURALE DI CIRO FERRIGNO
PRESENTA
IL REGNO D’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA
RELATORE IL DOTT. VINCENZO CUOMO
CON LA PARTECIPAZIONE DEL CHITARRISTA M° DANIELE AIELLO
DI ROSALBA SPAGNUOLO (VOCE) E FRANCESCO CESARANO (CHITARRA)

 

IL REGNO D’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA
Sono trascorsi cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. La Vittoria dell’Esercito italiano, con l’annessione di Trieste e Trento, concludeva la lunga e dolorosa pagina dell’Unità d’Italia. L’eco di quei giorni difficili giunge fino a noi attraverso un filtro che, da un lato è di pietà per i tanti caduti, dall’altro lascia indifferenti per quei grandi ideali. Oggi siamo freddi, disincantati, disorientati di fronte ad un presente che ci chiede di essere cittadini d’Europa e figli d’un villaggio globale. Prospettive belle, affascinanti che però appaiono irrealizzabili quando ti giri intorno e capisci che ognuno, a modo suo, coltiva solo il proprio orticello. Un senso di cristiana pietà ci fa rabbrividire quando a quei Caduti, tanti da divenire una folla anonima e lontana, si danno nomi familiari, quelli della propria gente, del paese, della famiglia. Nulla è più innaturale della guerra, anche quella più sacra ed allora ben venga un momento di crisi, di disorientamento come quello che viviamo, se può portarci ad allargare gli orizzonti e capire, con uno sforzo grande, enorme, che in realtà siamo tutti figli di uno stesso Padre e, pertanto, tutti fratelli. Cento anni fa! Ecco cosa scrivevano dal fronte, due Caduti carottesi: Giovanni Botta e Amedeo Porzio.
“Caro babbo, in quella giornata mi sono trovato in brutte e tristissime condizioni. Il fuoco delle mitragliatrici avversarie mi costrinse a rimanere fermo, aggrappato al terreno per parecchie, lunghe ed eterne ore; a scavarmi con le mani una trincea, e a tenere il viso nella terra rimossa, in mezzo a due soldati che ho visto morire. Sporco, bronzato, con la barba lunga, inselvaggito, modesto, terribilmente calmo, pronto a tutto senza esitazione e senza eccitazione, aspettavo, con la massima rassegnazione dell’uomo già votato alla morte, che giungesse il mio turno  fatale…”-“Non tremate per me, ché presto suonerà l’ora della vittoria finale con una pace onorevole per la nostra cara Patria. Il mio bacio affettuoso giunga a tutti di famiglia in questa primavera di guerra e di grandezza della nostra Patria…” (Giovanni Botta)
“I miei compagni combattono ed io devo combattere, sono Italiano e devo prestare la mia opera per la Patria..perché v’impensierite? perché vi addolorate tanto?..povera mamma mia!..Ma bisogna aver pazienza e speranza nella felicità futura. Vorrei proprio esser¬vi vicino in questi giorni per consolarvi, ma un dovere più santo, cioè quello della Patria, mi chiama in ben altre contrade, verrò a consolarvi dopo compiuto il mio dovere..io sto allegro più che mai. Cantiamo accompagnati da un’orchestra formata dai tiri di artiglieria, fucileria, granate, ecc. Io sono felice di trovarmi in guerra, non penso che a difendere la mia Patria.. Il mio entusiasmo, i miei sentimenti patriottici ed il mio spirito militare mi fanno sopportare con indifferenza tutti i disagi della guerra. Ho offerto tutto me stesso per la grandezza dell’Italia, e se  dovrò dare in olocausto la mia vita per essa, lo farò col sorriso sulle labbra – Chi per la patria muore vissuto è assai…(Amedeo Porzio)
Ciro Ferrigno

 

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DON MICHELE MASSA

Andiamo, Don Michele, sono pronto. Voglio scalare questa montagna fin su alla cima; Voi vi poggiate al mio braccio nella salita. Io mi poggio alla vostra anima, perché la mia non ce la fa. Il vostro spirito ha una forza immensa, quella che viene dall’amore.
Don Michele… ho insegnato tanti anni la contabilità, la ragioneria eppure vi giuro che non ho mai contato da uno a centomila… adesso ci provo con Voi, se sbaglio mi correggete, se mi viene meno il fiato, mi soccorrete…
Cominciamo la salita su questa montagna di marmo che sembra congiungere il cielo e la terra, su questa piramide bianca che è rosa all’alba, si arrossa al tramonto e d’inverno si copre di neve, dove arde il fuoco perenne e sventola il tricolore. È il Sacrario di Redipuglia.
Don Michele, come avete potuto Voi, fare quello che avete fatto? Per trent’anni, giorno dopo giorno, raccogliere le salme dei nostri Caduti in guerra, ricomporle, procedere al riconoscimento, dare loro degna sepoltura? Io sarei impazzito dopo solo un’ora di questo orribile compito. Veder passare sotto i miei occhi migliaia e migliaia di giovani vite, nell’età dei sogni e delle speranze più belle, morte per un ideale, l’amore per la Patria! Mio Dio, ma oggi quanti di noi saremmo disposti ad un tale sacrificio? Purtroppo quello di Patria è un concetto mortificato, sbiadito, lontano…
Più di centomila salme, delle quali quarantamila identificate grazie al vostro impegno ed alla capacità che avete saputo mostrare nell’indagare a fondo, cogliendo anche particolari insignificanti, per dare il nome a tanti resti mortali, strappati alle pietre del Carso…
Dieci, mille, dodicimila, cinquantamila, la vetta è lontana? Caro don Michele, Voi avete dedicato metà della vostra vita a questo duro compito, lontano dal paese, dagli affetti, dalla serenità della vostra casa in via Bagnulo e avete amato chi non poteva neppure dirvi un grazie.

Monsignor Michele Massa nacque a Piano di Sorrento il 17 gennaio 1888. Fu nominato Cappellano militare con il grado di Tenente il 20 aprile 1915 e prestò servizio fino al 1954, quando lo raggiunsero i limiti d’età. Già dal giugno 1915 fu in zona di guerra al seguito della Terza Armata del Duca d’Aosta e si distinse per l’abnegazione, il grande coraggio ed il generoso zelo, in particolare durante la sua permanenza in prima linea sulle pendici del Carso, nell’ospedale di campo numero 68. Al termine della guerra, nel 1918 chiese di continuare la sua missione per cui fu destinato alla faticosa e delicatissima opera di recupero delle salme dei Caduti in un vastissimo territorio comprendente l’altopiano di Asiago, il Cengio, il Monte Grappa, il Piave ed il Cadore. Don Michele esplorò, rimosse, scavò, personalmente, talvolta anche con sole mani, incurante del pericolo per la presenza di mine inesplose, cercando ovunque resti umani in attesa di sepoltura. In quegli anni bui e dolorosi, il suo nome risuonava in tutta Italia, dovunque vi fossero madri, padri, sorelle, fidanzate, in attesa di sapere qualcosa sul proprio caro, scomparso sul campo di battaglia. Dolorose attese, testimoniate da migliaia di lettere, che riceveva da ogni angolo d’Italia. Fu nominato Monsignore, dopo la fine dell’ultima guerra. L’ultima onorificenza, in riconoscimento dei suoi altissimi meriti, la Commenda al Merito della Repubblica Italiana, gli fu conferita nel 1952 da Luigi Einaudi, in visita a Redipuglia. Si spense a Piano, nella sua casa in via Bagnulo il 29 giugno 1957, pianto e rimpianto da tutti.

Don Michele, siamo giunti sulla sommità, dove lo sguardo spazia sul Friuli verdeggiante e le montagne dell’epopea della Grande Guerra. Dove è forte l’anelito alla pace. Vi ringrazio per avermi accompagnato in questo mesto pellegrinaggio, dove si può imparare a contare fino a centomila, come faceste Voi, solo per amore dell’Amore!
Ciro Ferrigno

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