Generico novembre 2020

OSCAR WILDE VERSO IL SOLE DI SORRENTO

29/11 » 01/12/20

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Celebriamo  con questo articolo i 120 anni dalla scomparsa di Oscar Wilde, che  muore il 30 novembre del 1900, aveva 46 anni. Lo facciamo riprendendo un saggio di Elio Angrilli pubblicato su Genius Loci 1998-1999, annuario del Centro Studi e ricerche Marion Crawford, diretto da Antonino De Angelis,  e con le conversazioni del prof Angrilli presso l’UNITRE di Piano di Sorrento. Ma lo facciamo soprattutto per far conoscere la presenza a Sorrento di Wilde, nonostante non fosse nell’elenco della Lapide  degli uomini illustri presso il Museo Correale.

Non sapevo che Wilde avesse visitato Sorrento, Neanche la lapide del Musco Correale dedicata agli illustri visitatori della cittadina ne fa menzione. Sono, quindi, particolarmente grato a Renato Miracco per il suo pregevole volume e per la preziosissima messe di conoscenze che esso ci offre. Mi riferisco, in particolare, all’ultima sezione, intitolata, appunto “Oscar Wilde e Sorrento”, contenente l’abbozzo inedito della “Ballata del Giovane Pescatore”. Se ho ben capito si tratta dell’embrione, ahimè mai sviluppato, dell’ultimissima opera del  poeta. Viene spontaneo riflettere che la penisola sorrentina, anni prima, aveva ispirato i versi di un altro autore legato per opposizione a Wilde; parlo di Robert Browning e della sua lirica (ma sarebbe meglio, forse chiamarla “poemetto”) “The Englishman in Italy”, scritta a Piano di Sorrento nel 1845. Wilde e Browning; come dire Giuda e San Pietro nella stessa pariglia! Eppure, per  quanto diversissimi, i due poeti, sotto punti di vista specularmente contrapposti, sono entrambi figure  emblematiche della stessa età che viene immediatamente evocata dai loro nomi: L’età vittoriana!

Browning ne è il figlio benedetto: la sua produzione ne copre quasi per intero l’arco cronologico. Egli stesso, ahneno negli ultimi vent’anni, ne è considerato la vera e propria incarnazione: E,’,ninent Victorian anche   dopo la mortc e la solenne traslazione delle spoglie cifero dissipatore precipitato dallo splendore dei salotti e dei foyers nella tenebra e immonda di una cella per il peccato più grave che in quei luoghi si potesse nominare. E per il medesimo peccato egli sarebbe stato condannato anche all’esilio post mortem: solo   dopo molte traversie la salma sarebbe stata traslata al Père Lachaise di Parigi, in una bella tomba poco lontana da quelle di Proust e di Apollinaire. Quali che siano state le contraddizioni cd i limiti ideologici di Wilde, la sua acutissima “Critica della Ragion Vittoriana” ebbe meritevoli conseguenze sulla storia del costume, e a questi meriti si può associare qualche geniale e profetica intuizione contenuta soprattutto nel saggio “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”.  D’altronde Browning – bisogna dirlo – non fu solo ‘ambasciatore della City sul Parnaso e non fu per niente un “bacchettone monolitico”. Lo stesso Wilde, nonostante le scudisciate di un’ironia crudele, venne costretto ad ammettere che ” … tuttavia egli fu grande”. Ma torniamo alla penisola sorrentina. Browning le dedica un poemetto di duecentonovantadue versi; Wilde un abhozzo di quarantuno righe. Browning illustra natura e costumi della nostra terra in una  sfilza lunghissima di vedute tra il pittoresco e il presepia1e, una serie di stampe che avrebbero fatto bella figura ne1lo studio di qualsiasi avvocato o notaio londinese. Quadretti, peraltro, graditissimi a noi  indigeni”. Wilde situa Sorrento in una dimensione fiabesca, in uno scenario onirico appena tratteggiato e sfumante. Vi incontriamo figure, situazioni clemcnli poetici che sono familiari a chiunque abbia un po’ di dimestichezza appena con la sua precedente produzione. Antecedenti formali del pescatore sorrentino si possono agihnente rinvenire in due componi- menti compresi nella sezione “Cannide” (Char-midcs) della sua Raccolta “Poesie”3 e, soprattutto, in due Fiabe: “Il pescatore e la sua anima” e “Il giovane Re”: nella seconda compare anche 1′ elcmento della perla strappata al flutti del ,narc. La perla ha una grande valenza siinbolica in alcuni degli autori più amati da Wilde, a cominciare dagli amatissimi Dante e Shakespeare, valenza che, orientata verso i poh della candida purezza, della freschezza e della rarità si conserva anche nelle pagine dello stesso Irlandese  Verrebbe spontanea, allora una facilissima interpretazione in chiave allegorica sottesa alle vicende del poeta: la perla rapita dagli uomini al mare sarebbe l’arte, squisita e preziosa, tratta dai marosi della vita. La medesima vita, però, alla fine, ingoierebbe nuovamente l’atte ove l’artista virinunciasse per un amore improvviso e struggente, l’amore verso uno splendido giovane. Ma questa lettura non convince. Il tì·anm1ento suggerisce tutt’altro percorso interpretativo. A ben vedere, l’ “esquisse” wildiano si chiude con una rinuncia a scrivere che è del personaggio – il poeta straniero e- comc sappiamo, anche dell’autore: Wilde. Sarà proprio lo stesso Wildc, dopo la stesura dell’abbozzo, a ripetersi le strofe della ballata, a non scriverle più. Dove la facondia descrittiva di Browning annuncia una futura, copiosissima produzione, gli scarni periodi di Wilde proclamano il futuro silenzio. Forse l’estrema  testimonianza di questo grande nome della cultura ottocentesca va esarninata proprio al cospetto del silenzio, che è l’esito ullimo dell’avventura letteraria, sua e di altri autori coevi. Parlo di coloro che si sono votati alla profondità. A questo punto consentitemi una piccola divagazione personale che forse mi permetterà di essere più chiaro. Ai tempi dei liceo, escogitai, con un mio carissimo amico, un criterio di massima per affrontare il labirinto della letteratura che i manuali chiamavano schematicamente  “decadentismo europeo”. Partendo dal noto assunto aristotelico secondo cui profondità ed estensione non vanno d’accordo, noi, che non avevamo studiato ancora Hegel, dividemmo poeti e prosatori europei della seconda metà dell’ottocento, in modo altrettanto schematico, in due grandi schiere: quelli che sceglievano l’estensione e quelli che si votavano alla profondità. Sapevamo che a partire da Baudelaire era il linguaggio a dominare la scena di ogni esperienza letteraria. Oscurando sia il soggetto, narrante o lirico che fosse, che l’oggetto, ( o referente, o mondo reale che dir si voglia) il linguaggio poetico che brillava di luce propria soddisfatto di illuminarsi perennemente. Per dirla con Paul Ricoeur, il linguaggio poetico approfondiva l’abisso che separa i segni dalle cose e celebrava se stesso

• Il linguaggio poetico era, per quegli autori, l’oceano primordiale, senza terre emerse, in cui ogni  fenomeno letterario trovava non solo la sua origine ma anche la sua giustificazione, le acque primeve. Alcuni avevano preferito galleggiare sulla superficie di questo oceano; avevano voluto esplorarlo in tutta la sua latitudine, inseguire i riverbeti della sonorita sulla massa ondivaga e instabile delle parole, assaporarne il calore: Gautier era tra questi insieme a Swimburne e, successivamente, a D’Annunzio, tanto per fare qualche esempio. Altri, sempre secondo la nostra metafora ma1ina, avevano preferito scendere nelle profondità oceaniche, come l’ annegato pensoso del “Battello Ebbro” di Riinbaud: con “fluttuazione livida ed estatica “essi erano sprofondati verso le diinensioni più oscure e abissali del linguaggio (ma anche dell’esistenza), quelle ricche di tesori, abitate da fonne di vita misteriose e inquietanti, meravigliose o anche rnostruose. Fonne di vita poetica, ma anche psichica. L.o stesso Rimbaud, Mallanné, Corbière andavano annoverati in questa seconda schiera. Dunque gli estesi e i profondi: o, se preferite, i marinai e i palombari. Con un supplemento di impcrtincnza liceale scherzavamo parlavamo di Rcs cxtensa e Res praccipitans. E Wilde? Il priino Wilde andava senz’altro annoverato, secondo noi, tra gli amanti dell’estensione: uno dei pochi e dei primi ad essere persino consapevoli della propria vocazione. Si potrebbero invocare centinaia di citazioni a mo’ di tcstimonianza. Valga, per tutte, la programmatica prefazione del “Ritratto di Dorian Gray”. “Ogni arte è ad un tempo epider- mide e simholo, Coloro che vogliono andare sotto J’epiclcnnide lo fanno a prop1io 1ischio. Coloro che vogliono intendere il siJnbolo lo fanno a proprio rischio”. Anzi, dato che l’arte si risolve ne11a vita e viceversa, l’estesa supeficialita, senza pii:1 alcuna connotazione negativa, diventa per Wilde anche un Ìmperativo categorico, il fondamento di un’etica epiteliale! Le cose cambiano drastica-mcnte con la cognizione del dolore: col processo e con la detenzione nel carcere di Reading. E’ il momento della svolta; magari ancora il pieno della vita vissuta e quello della produzione letteraria si sovrappongono. Ma stavolta sono piani inclinati che portano al fondo. E’ il mo- mento del “Dc Profundis”, il lavoro per me più pre7.ioso di Wilde. Fin dal titolo esso è connotato nel duplice senso dello sprofondamento e del- 1′ approfondimento. Un’analisi del testo anche approssimativa e dilettantesca – l’unica che io sono in grado di compierc – confcnna in pieno questa tesi. Le occorrenze  che nel “Dc Profundis” evocano caduta, discesa, ma anche perspicuità si impongono quasi in ogni pagina. Soprattutto un’afferinazione è eloquente. Essa è ripetuta, con le slcsse parole, all’inizio del libro, nelle sue pagine centrali e nelle ultime: “Il vizio supre- mo è  la superficialità, Tutto ciò che viene vissuto fino in fondo è giusto” 6. Potrebbe essere considerato il motto dell’opera. Con esso ci collochiamo agli antipodi della prefazione del “Dorian Gray”, soprattutto nella prospettiva delle scelte morali. La profondità verdi raggiunta anche nell’ ambito del linguaggio poetico con la successiva “Ballata del Carcere”: mctafore itnprevedibili, di difficile impatto, allusioni criptiche, intersezioni di allegorie si alternano a soluzioni espressive di tipo corale e a cadenze popolari. Tutto ciò allontana i] testo dal brillante dialogo delle  conm1edie ma anche dal lucido tessuto linguistico,collaudato, infarcito di classicisnU, un po’ scolastico, tipico delle poesie degli anni settanta e ottanta. I versi della “Ballata”, nonostante qualche strofa meno convincente, sprigionano un alto voltaggio creativo e si apparentano davvero, sotto più di un aspetto, alla produzione di alcuni “maestri del profondo”: Verlaine e Laforguc, più di tutti. Ma voglio aggiungere, a costo di un’accusa di eresia, un altro nome, cronologicamente lontano: quello di Pier Paolo Pasolini! Più volte ho ripensato a lui rileggendo i versi della “Ballata”. Ma chi sceglie la profondità procede verso il silenzio: il fondo dell’oceano. Rimbaud lo elesse a suggello della sua brevissima carriera poetica. Mallanné lo esaltò comc ideale punto di riferi- mento di tutta la poesia. Wildc ncontrò il silenzio nel dolore che il filistcismo della sua epoca gli impose e celebrò ideal- mente questo   incontro nell’evocazione ciel paesaggio di Sorrento. I quarantuno righi del suo scritto sono le spire di un alambicco che distilla il silenzio. Non conosceremo mai le strofe ascoltate da Frank Harris. Un grande artista nostro conterraneo, Salvator Rosa, scrisse un giorno: “Taci, o dì qualcosa di meglio del silenzio~” Certamcntc Wildc aveva ancora moltc cose da dire, migliori del silenzio, ma lo aveva incontrato, una volta per tutte. in un certo senso lo aveva incontrato a So1Tento e volle il silenzio – lui, il do- minatore dei teat1i   londinesi e pcu·igini – come unico spettatore, come unico ascoltatore. E siccome a Sorrento, di Sorrento, su Sorrento si parla moltissimo  e si straparla anche, sarebbe bene che molti, a partire magari da me, seguissero il suo escmpio. Sant’Agnello 19 settembrc l 998: Alessandra Bo1;~io nel mo11o/ogo di Sa/omé

ELIO ANGRILLl è docente di materie giuridiche nelle scuole superiori. Laureato in filosofia si interessa di retorica e filosofia del I inguaggio. Fra le sue passioni letterarie vi è la figura e l’opera di James Joice; cura gli autori di lingua inglese fra cui, Oscar Wilde e Robert Browning non a caso associati’ a questo scritto. Angrilli in questo articolo si richiama al volume di Oscar Wilde “Verso il sole” curato da Renato Miracco per Gaetano Colonnese Editore.

biografia di Oscar Wilde

Oscar Fingal O’ Flahertie Wills Wilde nacque a Dublino il 16 Ottobre 1854. Suo padre William era un rinomato chirurgo e uno scrittore versatile; sua madre Jane Francesca Elgée, una poetessa e un’accesa nazionalista irlandese.Il futuro scrittore dopo aver frequentato il prestigioso Trinity College a Dublino e il Magdalen College, divenne presto popolare per la sua lingua sferzante, per i suoi modi stravaganti e per la versatile intelligenza.Ad Oxford, dove fra l’altro vinse il premio Newdigate con il poema “Ravenna”, conobbe due fra i maggiori intellettuali del tempo, Pater e Ruskin, che lo introdussero alle più avanzate teorie estetiche e che affinarono il suo gusto artistico. Nel 1879 soggiorna a Londra dove inizia a scrivere occasionalmente saggi giornalistici e pubblicare poemi. Nel 1881 escono i “Poems” che ebbero in un anno ben cinque edizioni. La sua chiarezza, il suo brillante modo di conversare, il suo ostentato stile di vita ed il suo stravagante modo di vestirsi fecero di lui una delle figure più salienti degli affascinanti circoli londinesi. Un tour di lettura durato un anno negli Stati Uniti incrementò la sua fama e gli diede l’opportunità di formulare meglio la sua teoria estetica che ruota intorno al concetto di “arte per l’arte”.

Nel 1884, ritornato a Londra dopo aver trascorso un mese a Parigi, sposa Costance Lloyd: un matrimonio più di facciata che dettato dal sentimento. Wilde è difatti omosessuale e vive questa condizione con enorme disagio, soprattutto a causa della soffocante morale vittoriana che imperava nell’Inghilterra del tempo. La costruzione di cartapesta eretta da Oscar Wilde non poteva però durare a lungo e infatti, dopo la nascita dei suoi figli Cyryl e Vyvyan, si separa dalla moglie a causa dell’insorgere della sua prima vera relazione omosessuale.

Nel 1888 pubblica la sua prima collezione di storie per ragazzi “Il principe felice e altre storie”, mentre tre anni dopo compare il suo unico romanzo, “Il ritratto di Dorian Gray”, capolavoro che gli diede fama imperitura e per cui è conosciuto ancora oggi. L’aspetto peculiare del racconto, oltre alle varie invenzioni fantastiche (come quella del ritratto ad olio che invecchia al posto del protagonista), è che Dorian possiede indubbiamente molti dei tratti caratteristici dello scrittore, cosa che non mancò di scatenare l’ira dei critici, i quali ravvedevano nella prosa di Wilde i caratteri della decadenza e della disgregazione morale.

Nel 1891, il suo “annus mirabilis”, pubblica il secondo volume di favole “La casa dei melograni” e “Intenzioni” una collezione di saggi comprendente il celebre “La decadenza della menzogna”. Nello stesso anno stende per la famosa attrice Sarah Bernhardt il dramma “Salomé”, scritto in Francia e fonte ancora una volta di grave scandalo. Il tema è quello della forte passione ossessiva, particolare che non poteva non attivare gli artigli della censura britannica, che ne proibisce la rappresentazione.

Ma la penna di Wilde sa colpire in più direzioni e se le tinte fosche le sono familiari, nondimeno si esprime al meglio anche nel ritratto sarcastico e sottilmente virulento. La patina di amabilità è anche quella che vernicia uno dei suoi più grandi successi teatrali: il brillante “Il ventaglio di Lady Windermere”, dove, sotto l’apparenza leggiadra e il fuoco di fila delle battute, si nasconde la critica al vetriolo alla società vittoriana. La stessa che faceva la fila per vedere la commedia.

Galvanizzato dai successi, lo scrittore produce una quantità considerevole di pregevoli opere. “Una donna senza importanza” torna alle tematiche scottanti (avendo a che fare con lo sfruttamento sessuale e sociale delle donne), mentre “Un marito ideale” è incentrato nientemeno che sulla corruzione politica. La sua vena umorisitca esplode nuovamente con l’accattivante “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, un’altra stilettata al cuore dell’ipocrita morale corrente.

Questi lavori vennero definiti come perfetti esempi della “commedy of manners”, grazie alle loro illustrazioni delle maniere e della morale dell’affascinante e un po’ frivola società del tempo.

Ma la società vittoriana non era così disposta a farsi prendere in giro e soprattutto a veder svelate le sue contraddizioni in maniera così palese e sarcastica. A partire dal 1885, la scintillante carriera dello scrittore e la sua vita privata vennero dunque distrutte. Già dal 1893 la sua amicizia con Lord Alfred Douglas, detto Bosie, mostra la sua pericolosità procurandogli non pochi fastidi e suscitando scandalo agli occhi della buona società. Due anni dopo viene appunto processato per il reato di sodomia.

Entrato in carcere viene processato anche per bancarotta, i suoi beni sono messi all’asta mentre sua madre muore poco dopo.

Viene condannato per due anni ai lavori forzati; è durante il periodo del carcere che scrive una delle sue opere più toccanti “De profundis”, che non è altro che una lunga lettera indirizzata al mai dimenticato Bosie (il quale nel frattempo si era allontanato non poco dal compagno, quasi abbandonandolo).

Sarà il vecchio amico Ross, l’unico presente fuori dal carcere ad attenderlo al momento della scarcerazione, a tenerne una copia e a farla pubblicare, come esecutore testamentario, trent’anni anni dopo la morte di Wilde.

L’ultima opera, scritta dopo un riavvicinamento a Bosie, è “Ballata del carcere di Reading” che termina nel 1898 dopo essere uscito di prigione, durante un soggiorno a Napoli. Tornato a Parigi apprende della morte della moglie e, dopo un paio d’anni di spostamenti sempre insieme all’amato Bosie, il 30 novembre del 1900 Oscar Wilde muore di meningite.

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