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Mascherine anti-Covid: la riduzione del rischio contagio passa per i modelli certificati

In un momento delicato come quello che l’Italia e il mondo stanno vivendo, per ridurre al minimo i rischi di contagio da Covid-19 non solo occorre assumere comportamenti responsabili quali il distanziamento sociale e l’igienizzazione di mani e ambienti, ma anche utilizzare mascherine adeguate. Per questo, devono riportare una certificazione CE della Comunità Europea, la norma UNI EN 14683:2019:secondo tale norma, tutte le mascherine a uso facciale devono essere realizzate e testate al fine di filtrare adeguatamente batteri e altre sostanze nocive, risultando al contempo traspiranti e resistenti all’umidità.

Tra le più diffuse, vi sono certamente le mascherine chirurgiche dpi certificate che sono usa e getta e oggi largamente impiegate da gran parte della popolazione. Questi modelli sono dotati di ben tre strati protettivi e possono trattenere, dall’interno verso l’esterno, fino al 98% di virus e batteri per una sicurezza notevole soprattutto nei confronti delle persone con le quali non è possibile mantenere la distanza di sicurezza. Proprio per questa peculiarità, andrebbero indossate da tutti i soggetti a rischio e non: nel senso inverso, infatti, le goccioline di aerosol verrebbero trattenute con un efficacia pari solo al 20%.

Altre tipologie di mascherine certificate

Si sente spesso parlare anche di Ffp1, Ffp2 ed Ffp3: partendo dal presupposto che anche queste categorie necessitano di una certificazione per garantirne la qualità e la sicurezza, sono tipologie comunque abbastanza diverse tra loro.

Le FFP1, per esempio, si impiegano soprattutto in luoghi di lavoro ove siano presenti polveri sottili potenzialmente dannose da inalare e, con una capacità filtrante del 72% in entrambe le direzioni, non bloccano comunque le particelle in aerosol tipiche di virus e batteri.

Notevolmente più efficaci, e quindi utilizzate soprattutto dal personale sanitario, sono le FFP2 e le FFP3 che raggiungono valori di protezione rispettivamente del 92% e del 98% sia per chi le indossa che per chi si trovi nei dintorni.

I modelli con la valvola hanno il vantaggio di facilitare la respirazione ma riducono l’efficacia in uscita al 20%, con risultati quindi opposti alle classiche mascherine chirurgiche.

L’uso corretto dei DPI

Nonostante le certificazioni che ne attestano la qualità, se una mascherina viene utilizzata in modo non completamente corretto o persino indossata per più di 8 ore giornaliere, potrebbe non avere l’efficacia necessaria a garantire la sicurezza. Innanzitutto occorre ricordare che le mascherine chirurgiche, seppure più leggere e versatili, non hanno una vera e propria clip da stringere sul naso ma presentano comunque un verso corretto in cui indossarle: sulla parte superiore, infatti, è sempre previsto un inserto interno modellabile che consente di adattarle al setto nasale. Vanno, inoltre, apertecorrettamente perché i tre strati coprano il viso fino ad avvolgere il mento.

In tutti i modelli, poi, gli elastici si posizionano dietro le orecchie o, in alcuni casi, persino dietro alla testa: è proprio da questi ultimi o comunque dalle bande elasticizzate che va afferrata la mascherina, sia prima che dopo l’uso, per evitare di venire a contatto con agenti patogeni che potrebbero essersi depositati sulla parte centrale.

Le Ffp 1, ffp2 e ffp3, si presentano tutte più spesse e rigide ed è anche per questo motivo che la clip in metallo contribuisce a tenerle ben salde sul naso.

Come tutte le mascherine monouso, non possono essere indossate più di una volta non solo per una questione di igiene ma anche perché, soprattutto in condizioni atmosferiche in cui sia presente un’elevata umidità, possono bagnarsi eccessivamente perdendo la loro efficacia. Se si ritiene di doverle indossare per molte ore consecutive, occorre sempre prevedere un ricambio. Una volta tolte, poi, è sempre necessario smaltirle in sicurezza.

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