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Sorrento. Mary Shelley e le sue impressioni.

Il 1° febbraio del 1851 muore Mary Shelley, noi sorrentini di Positanonews, la vogliamo ricordare lanciando simbolicamente una camelia dal belvedere del Cocumella, luogo frequentato e tanto amato dalla scrittrice. La camelia perché è il simbolo del romanticismo ottocentesco e di quell’amore immortale tra Shelley e Percy .  Ne parliamo a 170 anni dalla morte semplicemente, perché era una donna che è andata oltre ogni orizzonte, rendendo attualissima la sua vita e le sue interpretazioni, dalla famiglia allargata della sua infanzia, al menage a troi , agli amori omosessuali. I suoi diari  furono pubblicati nel 1844, Rambles in Germany and Italy e  tradotti da Simonetta Berbeglia nel 2004. Da essi Enzo Puglia con una chirurgica operazione letteraria ne ha estrapolato tutto ciò che riguarda la Penisola  Sorrentina. In effetti vengono fuori squarci letterari simili ai quadri ad olio lasciatici dai grandi pittori viaggiatori. Shelley si differenzia per la profonda e sensibile lettura, prima dei paesaggi e poi dei loro abitanti. Si intravedono importanti approcci di antropologia e psicologia negli scritti, di non poco conto, validi spunti per una ripartenza turistica della Penisola Sorrentina rimodulata.

«Mary Wollstonecraft Shelley […] famosa per il Frankenstein, si rivela viaggiatrice originale lungo la nostra penisola […] Uno degli aspetti più significativi dell’opera è l’interesse per la situazione politica italiana […] Il volume originale, sotto forma di epistolario, ripercorre i viaggi compiuti da Mary Shelley tra il 1840 e il 1843 […] L’Italia, per Mary Shelley, è croce e delizia, terra agognata e scrigno delle sue angosce. Infatti ella, moglie del grande poeta romantico Percy Bisshe, lo aveva visto morire, con il figlio Edward William, proprio lì vent’anni prima, nel corso del loro memorabile viaggio insieme a Lord Byron, in una tempesta di mare al largo di Viareggio, sulle coste di quell’Italia da entrambi amata e dove aveva purtroppo perso anche un’altra figlia».

recensione di Antonio Milone in «Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana».

«Mary Shelley raccontò quel viaggio e il suo amore per l’Italia in un libro, il suo ultimo, che uscì nell’estate del 1844, Rambles in Germany and Italy, oggi pressoché introvabile nella stessa Inghilterra. La terza parte dei Rambles, ovvero il loro secondo volume, in cui l’Italia è la vera protagonista, è stata di recente tradotta per la prima volta nella nostra lingua a cura di Simonetta Berbeglia […] Il lavoro intelligente della Berbeglia e l’impegno di un raffinato editore ci consentono finalmente di leggere le impressioni dell’autrice di Frankenstein […] Strana storia quella dei Rambles, nati perché una scrittrice inglese di mezz’età s’era invaghita di un italiano di bell’aspetto [l’esule mazziniano Ferdinando Gatteschi], che più che un patriota si rivelò un impostore. In ogni modo, con quel libro di viaggio concluso dal resoconto entusiasta del soggiorno a Sorrento la produzione di Mary Shelley si esaurì. Senza più pubblicare altre opere, l’autrice si spense nella sua casa londinese di Chester Square il primo febbraio 1851».

Enzo Puglia, La terra delle sirene. Rivista del Centro di studi e ricerche multimediali Bartolommeo Capasso

Domenica, 12 giugno 1842: una signora di mezz’età, la cameriera, il figlio e un compagno di studi si imbarcano a Londra sul Wilberforce diretti ad Anversa. Partono per una vacanza che durerà tredici mesi e che li porterà in giro per l’Europa, ultima tappa Sorrento. La signora non è nuova a lunghi viaggi. La prima volta che lasciò l’Inghilterra aveva sedici anni, era incinta, ed era in fuga d’amore con un uomo sposato, Percy Bysshe Shelley. Due anni dopo, tra le foreste del Giura e sulle sponde del lago di Ginevra, darà alla luce quel Frankenstein che da due secoli sollecita la nostra immaginazione. Ad èesso vedova; madre affettuosa, si preoccupa di far fare una sorta di Grand Tour al figlio.

Parigi, agosto 1843: Ferdinando Gatteschi, mazziniano, è a caccia di una donna che, ammaliata dal suo bell’aspetto e dal suo eloquio, gli allunghi qualche franco. La vedova cade nella rete. Estate 1844: escono i Rambles, ultima opera di Mary Shelley, in cui, per raccogliere fondi a favore di Gatteschi, ella racconta del viaggio con il figlio e del suo amore per l’Italia.

Pressoché introvabili nella stessa Inghilterra e tradotti adesso per la prima volta in Italia, i Rambles in Germany and Italy rientrano nella tradizione della letteratura di viaggio al femminile. I Rambles si muovono su tre livelli: il reale percorso geografico, la riflessione storico-politica, i ricordi personali. Per Mary Shelley, come per tutte le donne che visitarono l’Italia nell’Ottocento, il nostro Paese divenne terra d’elezione il cui bisogno di indipendenza esse si sentivano chiamate a sostenere.

Simonetta Berbeglia, docente di lingua inglese in una scuola superiore, sta svolgendo una ricerca su L’anello ed il libro di R. Browning. Ha tradotto L’accidia medievale: la noia della cella di S. Wenzel, in La malinconia nel Medio Evo e nel Rinascimento (Quattro Venti 1982). Per la nostra casa editrice ha tradotto e curato, nel 2002, il taccuino italiano di William Story, Vallombrosa e, nel 2003, le Storie di Dante Gabriel Rossetti.

Cosimo Ceccuti, insegna Storia del Risorgimento presso La Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze. Studioso dei movimenti politici e culturali dell’Ottocento, si è formato alla scuola di Giovanni Spadolini, di cui presiede oggi la Fondazione che ne porta il nome. È direttore della rivista «Nuova Antologia» e coordinatore del Centro di Studi sulla Civiltà Toscana fra ’800 e ’900.

MARY SHELLEY UNA VIAGGIATRICE ROMANTICA A SORRENTO     di Enzo Puglia    La Terra delle sirene N° 23 2004

“É come se non avessi mai visitato l’Italia prima, come se ora, per la prima volta, mi si rivelasse il fascino del paese. In ogni momento i sensi, avvolti nel piacere, sussurrano questo è il Paradiso. Qui trovo il segreto della poesia italiana: non di Dante, egli apparteneva all”Etruria e alla Gallia cisalpina. La Toscana e la Lombardia sono belle, sono una Francia perfezionata, un Inghilterra abbondante e soleggiata, ma solo qui troviamo un’altra terra e un altro cielo. Qui i poeti d’Italia assaporano le dolcezze di quei giardini incantati che descrivono nelle loro poesie, e noi ci  meravigliamo della loro fertile immaginazione, ma si sono soltanto ispirati alla realtà: la realtà di Sorrento, Richiamate alla mente quelle stanze del Tasso, quei passi del Berni e dell’Ariosto, che più vividamente vi hanno trasportato nei giardini del piacere, ed in essi troverete lu migliore descrizione delle bellezze di questo luogo. Ho visto prima Napoli, ma è stato d’inverno, e per quanto bella la credessi, non avevo allora immaginato cosa fosse questa terra in tutto lo splendore dell’abito estivo”.”

La scrittrice che il primo giugno 1843 così annotava nel suo diario di viaggio è l’inglese Mary Godwin Shelley, donna intelligente e anticon-formista, addirittura audace per la sua epoca, autrice di estrema originalità che seppe ritagliarsi uno spazio non trascurabile nella storia letteraria europea.

Mary era nata a Londra il 30 agosto 1797 da una straordinaria coppia di intellettuali; il padre, William Godwin, è scrittore e filosofo utopista, la madre, Mary Wollstonecraft, che morì poco dopo averla partorita, è letterata, femminista, autrice di un saggio sulla rivoluzione francese e di un importante

A zonzo per la Germania e per l’Italia, a c. di S. BERBEGLIA. Editrice Clinamen, Firenze 2004, p. 205.10

testo sui diritti delle donne. La piccola Mary crebbe col padre e con una sorellastra che la madre aveva avuto da una precedente unione. Poi, nel 1801. il padre si risposò con una vedova già madre di due figli. un altro figlio nacque dal nuovo matrimonio. Mary visse così la sua infanzia attorniata da un nugolo di fratellastri nell’angusta casa londinese, in ristrettezze.

L’evento che mutò radicalmente la vita della ragazza si verificò nel 1812 in Scozia, dove ella ebbe modo di conoscere l’affascinante baronetto Percy Bysshe Shelley, infatuato delle idee rivoluzionarie di Godwin e frequentatore della sua casa.

Il ventenne poeta era già sposato dal 1811 e dal 1813 era pure padre, ma, nonostante ciò, s’innamorò perdutamente della figlia diciassettenne del suo maestro e il 28 luglio 1814 fuggì con lei alla volta della Francia. Da lì i due amanti si diressero in Svizzera, Germania e Olanda, mentre Mary iniziava a scrivere e raccontava gli avventurosi spostamenti per l’Europa in un libro di viaggi. Tornarono a Londra in settembre, osteggiati dai genitori e in completa miseria, e fecero dei libri e della scrittura il loro pane quotidiano, frequentando vari letterati, fra cui T. L. Peacock e T. J. Hogg. Per qualche tempo con quest’ultimo s’instaurò una sorta di ménage à trois, per esplicito desiderio di Percy, che riprese pure a frequentare la moglie Harriet. Solo la morte del nonno del poeta, che lasciò al nipote una grossa rendita, risolse i problemi economici della coppia. Nel 1815 Percy e Mary si trasferirono così a Oxford, dove lei partorì in febbraio una bambina, che però morì dopo pochi giorni. In novembre nacque pure un figlio di Percy e della moglie, il che ingelosì non poco la malinconica Mary; soltanto la nascita nel 1816 di un altro bambino, William, valse a consolarla. In quello stesso anno gli Shelley raggiunsero George Byron che viveva in esilio sul lago di Ginevra. Fu lì che, in una sera di pioggia, Byron lanciò agli umici della sua cerchia la proposta di scrivere “un racconto dell’orrore”. Mary, che fu l’unica ad assolvere l’impegno, cominciò così a scrivere quello che sarebbe stato il suo romanzo più celebre e che l’avrebbe resa famosa: Frankenstein. In dicembre, intanto, la moglie di Shelley si suicidò e i due amanti poterono sposarsi. Nel maggio 1817 Mary terminò Frankenstein che, dopo molte difficoltà, fu finalmente pubblicato anonimo nel marzo 1818  rendendo subito popolare il suo protagonista. L’opera assunse presto un ruolo di preminenza fra i  romanzi “neri” o “gotici” e diede inizio a un tipo di favola fantascientifica di grande successo. Innumerevoli riduzioni prima teatrali e poi cinema-tografiche segnarono il trionfo di un romanzo che esprimeva con efficacia le più recondite fobie umane sull’origine e sulla manipolazione della vita. Nello stesso marzo 1818 Mary e Percy partirono per l’Italia stabilendosi prima a Como, poi a Bagni di Lucca e quindi in Veneto. La figlia Clara, venuta alla luce in settembre, morì per le fatiche del viaggio. La madre, disperata, si rifugiò nella lettura, come sempre faceva in simili circostanze. Più tardi gli Shelley si trasferirono a Roma e di lì a Napoli, alternando grandi letture a svariate gite per la zona. Nel giugno 1819, a Roma, Mary perse anche il piccolo William, ma in settembre, a Firenze, partorì Percy Florence,l’unico figlio che sopravvivrà. Nel 1820 Mary e Percy raggiunsero Pisa, dove furono ammessi nella cerchia intellettuale cittadina, che comprendeva anche Lord Byron. Anche se turbato dalle infatuazioni di Shelley per altre donne, il rapporto fra il poeta e Mary era saldo e intenso, perché cementato dal comune amore per i libri e la letteratura. L’Italia era il paese felice che essi avevano eletto a loro sede e dove lui scrisse le sue opere maggiori. Solo la morte del poeta, di ritomo da una gita in barca a vela al largo di La Spezia nel luglio 1822, pose fine a quell’amore straordinario e tormentato. Mary, ritrovatasi vedova a 25 anni, per di più straziata per le recenti incomprensioni col marito, all’inizio del 1823 decise di tornare col figlio in Inghilterra e di dedicarsi alla memoria di Shelley. Sempre più triste e nostalgica, s’immerse ancor più nella lettura e nella scrittura, ma sentiva di non riuscire a trovare una propria collocazione in Inghilterra. Fra ricordi e amarezze di vario genere, cominciò a frequentare Edward Trelawny, un amico dei tempi di Pisa, che voleva scrivere una biografia di Shelley. Quando però questi le chiese di sposarlo, rifiutò decisa affermando: “Sulla mia tomba ci sarà scritto Mary Shelley”. Intanto la sua vasta produzione letteraria, che sarebbe qui impossibile ripercorrere, si accresceva; fra l’altro, nel 1839, l’aiuto degli amici più intimi del poeta, pubblicò poesie, scritti, appunti e lettere del marito, suscitando plausi ma anche aspre critiche. Nel 1842, replicando un’esperienza già compiuta nel 1840, Mary condusse il figlio Percy Florence in un viaggio a ritroso nei luoghi in cui

aveva vissuto col padre. Insieme alla cameriera, al figlio e a un suo compagno di studi, Alexander Knox, la Shelley partì per una vacanza che con sarcbbe durata tredici mesi e li avrebbe portati in giro per l’Europa, ultima lappa Sorrento. Quel viaggio e il suo amore per l’Italia Mary Shelley raccontò in un libro, il suo ultimo, che uscì nell’estate 1844, Rambles in Germany and Italy in 1840, 1842 and 1843, oggi pressoché introvabile nella stessa Inghilterra. La terza parte dei Rambles, ovvero il loro secondo volume, in cui l’Italia “è la vera protagonista”, è stata di recente tradotta per la prima volta nella nostra lingua a cura di Simonella Berbeglia col titolo A zonzo per la Germania e per l’Italia (Editrice Clinamen, Firenze 2004). I Rambles, come avverte la curatrice in quarta di copertina, “rientrano nella tradizione della letteratura di viaggio al femminile” e “si muovono su tre livelli: il reale percorso geografico, la riflessione storico-politica, i ricordi personali. Per Mary Shelley, come per tutte le donne che visitarono l’Italia nell’Ottocento, il nostro paese divenne terra d’elezione il cui bisogno di indipendenza esse si sentivano chiamate a sostenere”. Il lavoro intelligente della Berbeglia e l’impegno di un raffinato editore ci consentono finalmente di leggere in italiano le impressioni su Sorrento dell’autrice di Frankenstein. Grazie inoltre alla disponibilità della famiglia Del Papa, attuale proprietaria dello storico Hotel Cocumella, è stato anche possibile ritrovare e pubblicare su questa rivista le firme che Mary Shelley, il figlio Percy Florence e il suo amico Alexander Knox lasciarono nel registro degli ospiti dell’albergo.

Il medesimo registro ci svela anche con buona attendibilità perché Mary Shelley venne a Sorrento e prese alloggio proprio alla Cocumella (dove fra l’altro c’erano “un buon cuoco” e vivande “eccellenti”). Dovette farlo per suggerimento del suo già citato amico e spasimante Edward Trelawny.

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