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Il filo invisibile che lega storie e luoghi: il riscatto negato del patrimonio pubblico
Come una ragnatela, un filo invisibile lega luoghi e comunità in una rete della storia, che logiche miopi vorrebbero spezzare ma che invece continua a ripetersi, scandalosamente, senza soluzione. La tutela del patrimonio storico, sociale e sanitario in Campania sta vivendo una stagione di profonda crisi. Da un lato abbiamo le grandi città, dall’altro le aree costiere, ma il filo conduttore è lo stesso: imponenti strutture nate per servire la collettività che rischiano di essere privatizzate tra l’indignazione popolare.
I casi dell’Ex Convitto Pontano alla Conocchia a Napoli e dell’Ex Ospedale San Michele di Pogerola ad Amalfi sono lo specchio di una stessa emergenza.
Il paradosso di Napoli: un gigante da 17 milioni svenduto all’asta
Nel cuore del Rione Sanità, la comunità è in rivolta. L’Ex Convitto Pontano alla Conocchia, un complesso monumentale seicentesco di oltre 15.000 metri quadrati coperti e 60.000 di parco, è stato recentemente aggiudicato all’asta giudiziaria per appena 1,2 milioni di euro. Una cifra irrisoria, se si pensa che la stima peritale del Tribunale ne attestava il valore reale a ben 17 milioni.
La struttura, che in passato è stata casa dei Gesuiti, lazzaretto durante l’epidemia di colera del 1884 e scuola pubblica, rischia ora di diventare una proprietà privata. I cittadini e le associazioni locali hanno reagito immediatamente inviando un’istanza d’urgenza al Ministero della Cultura per chiedere l’esercizio del diritto di prelazione statale (secondo il D.Lgs. 42/2004), permettendo alle istituzioni di riscattare il bene allo stesso prezzo dell’asta per destinarlo a fini sociali e di rigenerazione urbana.
Il vicolo cieco di Amalfi: l’ospedale fantasma che l’ASL vuole vendere
Spostandosi sulla Costiera Amalfitana, la musica non cambia, sebbene la procedura sia differente. L’ex ospedale San Michele di Pogerola è l’emblema dello spreco e dell’abbandono: una struttura sanitaria mastodontica, completata a fine anni ’80 e mai entrata in funzione.
Mentre a Napoli si attende la mossa del Ministero, ad Amalfi è l’ASL Salerno ad aver avviato il percorso di alienazione dell’immobile, fissando il prezzo a 14,8 milioni di euro. Nonostante le proteste delle associazioni, dei comitati civici e dei sindaci del territorio che chiedono di bloccare la vendita per trasformare la struttura in una RSA o in un presidio sociosanitario, l’ASL ha confermato che non vi sono alternative alla vendita a causa della mancanza di fondi pubblici per la ristrutturazione.
Due storie, un unico grande tema: il diritto alla città e alla salute
Emerge una riflessione cruciale sulle priorità della politica locale: la privatizzazione priva i residenti di ampi spazi preziosi che potrebbero colmare i vuoti drammatici della carenza di aree sociali e di servizi sanitari territoriali. Tuttavia in entrambi i casi, la spinta più forte per la conservazione del patrimonio non arriva dai palazzi del potere, ma dalle mobilitazioni popolari, dalle petizioni e dai movimenti civici.
La domanda che questi casi sollevano è perentoria: se le istituzioni continueranno a preferire il profitto privato al benessere collettivo, quel filo invisibile potrebbe spezzarsi, da un lato lasciando le comunità più sole, dall’altro allontanando definitivamente i cittadini dalla politica e dalle urne.
Di fronte a questa deriva, la rassegnazione non può essere un’opzione
La difesa dei beni comuni richiede una mobilitazione permanente che sappia unire le piazze ai seggi elettorali.
Dobbiamo ricordare che il voto non è una delega in bianco o un vuoto esercizio formale, ma lo strumento di potere più forte e immediato nelle mani dei cittadini per chiedere conto di queste svendite e imporre una rotta diversa. Mandare un segnale chiaro nelle urne è il primo, fondamentale atto di contropotere democratico per impedire che la ragnatela della memoria venga distrutta, rivendicando il diritto a un futuro in cui il bene pubblico torni a essere, davvero, di tutti.