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L’assedio dei piromani sui Monti Lattari divampa nella notte.

Un risveglio nel rombo assordante dei motori aerei a bassa quota: per i cittadini del versante sud della Costiera Amalfitana, il sabato mattina si è aperto così, con i mezzi antincendio a sorvolare i tetti e la certezza immediata che fosse iniziata, ancora una volta, la drammatica guerra contro il fuoco.

​Quella in corso sui Monti Lattari — tra le colline di Tramonti, Maiori e Ravello — si sta consumando come una delle stagioni più devastanti di sempre. Un’ecatombe ambientale fatta di roghi a ripetizione, dove la casualità non c’entra: le modalità e le tempistiche raccontano una regia criminale spietata.

​Cronaca di una notte d’assedio

​Tutto è iniziato nella serata di venerdì. Il primo innesco ha aggredito i rilievi a monte dell’abitato di Maiori, in località Timbone, un’area impervia e quasi inaccessibile da terra. Soltanto poche ore dopo, mentre l’oscurità prendeva il sopravvento, il secondo attacco: sulle montagne di Tramonti, in zona Cimitero, le fiamme hanno aggredito violentemente la folta vegetazione, propagate rapidamente lungo le pendici dal vento notturno.

​Ma lo scenario di devastazione prevedeva un terzo colpo. Nel pieno della notte, un ennesimo rogo è divampato sul fronte di Ravello, in località Passo, al confine con Tramonti. Qui, la vegetazione resa arida dal caldo torrido dell’estate ha alimentato un fronte d’fuoco imponente, spintosi fino alla Strada Provinciale 1.

Di fronte a questo attacco coordinato, le forze di soccorso si sono trovate costrette a dividersi per fronteggiare contemporaneamente tre emergenze distinte.

​La “strategia del fuoco”: una trappola perfetta

​Dietro l’inferno che ogni anno divora la macchia mediterranea non c’è quasi mai il caso, ma un calcolo freddo e scientifico. Nel gergo degli investigatori e della Protezione Civile, questa tecnica di sabotaggio è nota come “attacco a fronti multipli”: una vera e propria strategia d’assalto studiata per sfruttare i punti deboli dei soccorsi e condannare il territorio alla distruzione.

​Un piano criminale che si regge su tre pilastri:

La saturazione delle risorse: Appiccare il fuoco in tre o più punti lontani tra loro costringe la sala operativa a frammentare le squadre di terra e i mezzi aerei. Senza la possibilità di concentrare le forze su un unico focolaio, si perde il controllo e l’incendio si espande a macchia d’olio.

​Il blocco forzato dei mezzi aerei: L’innesco in serata o di notte è la mossa più cinica. Per norme di sicurezza e mancanza di visibilità, Canadair ed elicotteri non possono volare dopo il tramonto. Colpire al crepuscolo significa neutralizzare l’arma più efficace dello Stato, scaricando l’intero peso dei soccorsi sulle sole spalle delle squadre terrestri, già stremate.

​La complicità del vento: I piromani attendono le raffiche perché sanno che accelerano la propagazione e generano il fenomeno dello spotting (o “fuoco di volata”), capace di proiettare faville a centinaia di metri di distanza e creare nuovi roghi spontanei, rendendo impossibile un attacco frontale da parte dei Vigili del Fuoco.

​Il prezzo della rassegnazione

​Gli accertamenti degli organi competenti serviranno a individuare la matrice precisa dei roghi, ma la dinamica appare fin troppo chiara. Sulle responsabilità morali e civili resta un senso di amaro sconcerto: ancora una volta assistiamo a una regia criminale che sfrutta il buio, il vento e la geografia impervia per mettere in ginocchio un intero territorio.

E mentre le ferite sulla montagna restano aperte, la sensazione più dolorosa è che l’unica vera risposta consolidata continui a essere la nostra tragica capacità di leccarci le ferite e voltare pagina fino al prossimo inferno.

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