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La promessa tradita della sanità per tutti: perché quel dramma parla anche della Costa d’Amalfi

La cronaca, a volte, smette di essere un semplice elenco di fatti e si trasforma nello specchio deformato delle nostre fragilità collettive.

Di fronte all’impatto emotivo della tragedia di Pietralata, la coppia di genitori che si è tolta la vita insieme alla figlioletta disabile e al loro cane, l’Italia è rimasta senza parole.

Ma è in quel biglietto lasciato in cucina con scritto “Da soli non ce la facciamo” che il dramma individuale si fa questione politica e sociale. È il grido d’aiuto di chi è affondato nel silenzio, schiacciato dai debiti e da un carico assistenziale disumano pur di garantire cure alla propria bambina.

​L’episodio ha spinto Filippo Anelli, presidente della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), a porre un interrogativo non più rinviabile: lo Stato è ancora in grado di mantenere la promessa di non lasciare nessuno da solo davanti alla malattia? Quella promessa ha una data precisa:

1978, anno di nascita del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con la Legge 833, na svolta di civiltà con cui l’Italia decideva che la salute era un diritto universale, garantito a tutti indipendentemente dal censo.

Oggi, a quasi 50anni di distanza, quella garanzia rischia di apparire come un fossile del passato. Lo sgomento di fronte alla cronaca sta infatti spingendo l’intera comunità a un’analisi profonda dello stato della nostra società. Una riflessione alimentata anche dalle ultime vicende politiche europee — come il chiaro segnale emerso dal recente voto in Germania, che evidenzia una volontà di svolta verso un ridimensionamento del welfare nazionale, guidato da restrizioni economiche e dall’esclusione delle persone presenti sul proprio territorio ma non regolarizzate. Questo clima di revisione dei diritti di protezione sociale mette a nudo quanto il modello universale sia sotto pressione non solo in Italia, lasciando spesso al proprio destino le fasce più deboli e i caregiver familiari: madri, padri e coniugi trasformati in assistenti h24, costretti a prosciugare risorse e forze nel silenzio.

​Il crollo di questa rete di protezione tocca da vicino anche il nostro territorio. Nel comprensorio della Costa d’Amalfi, alla rigidità delle risorse pubbliche si somma l’isolamento geografico dei tornanti della Statale 163, lontani dai grandi presidi ospedalieri d’eccellenza.

​Per le famiglie locali, l’interfaccia di riferimento resta il Distretto Sanitario 63 (Cava de’ Tirreni / Costa d’Amalfi) che, pur avendo riorganizzato i servizi territoriali e attivato la Casa di Comunità di Amalfi e Maiori, si scontra con limiti strutturali difficili da colmare. Se realtà come il Centro LARS di Maiori rappresentano presidi preziosi per la riabilitazione, per le patologie più complesse il peso della cura ricade quasi del tutto sulle spalle della famiglia.

​Il vero nodo critico rimangono le liste d’attesa e i tetti di spesa imposti alle prestazioni convenzionate. Per un bambino che necessita di logopedia o psicomotricità, dover attendere quasi un anno per iniziare la terapia significa perdere la finestra temporale più preziosa per lo sviluppo. Così, anche tra le nostre scogliere, le scelte politiche europee e i drammi di cronaca nazionale smettono di essere lontani e diventano un monito quotidiano sulle conseguenze del lasciare le famiglie da sole davanti a bivi inaccettabili.

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