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L’11 settembre spiegato a chi non c’era: perché la “woke culture” non può riscrivere la storia

​Se sei nato dopo il 2001, l’11 settembre è una data come tante sul libro di storia. Magari ne hai sentito parlare a scuola, o hai visto in TV delle immagini sgranate di due grattacieli in fiamme. Sembra storia passata, qualcosa che appartiene al mondo dei tuoi genitori.

​Eppure, domani ricorre il venticinquesimo anniversario di quella mattina, e il mondo in cui vivi oggi – dal modo in cui viaggi in aereo fino alla geopolitica che leggi sui social – è stato disegnato proprio in quelle poche ore.

​Cosa successe davvero in quella mattina

​L’11 settembre 2001, diciannove uomini presero il controllo di quattro aerei di linea americani pieni di persone reali, che stavano andando al lavoro o in vacanza. Non chiedevano soldi e non volevano trattare: avevano deciso di trasformare quegli aerei in vere e proprie bombe.

​Due aerei furono fatti schiantare contro le Torri Gemelle di New York, che crollarono in diretta TV davanti agli occhi di tutto il pianeta. Un terzo colpì il Pentagono, il centro del potere militare americano. Il quarto cadde in un campo perché i passeggeri, capito cosa stava succedendo, lottarono fino all’ultimo per fermare i dirottatori. In poche ore morirono quasi tremila persone innocenti: padri, madri, ragazzi e centinaia di pompieri e poliziotti corsi ad aiutare. Fu il più grande attentato della storia recente.

​Ma perché arrivare a tanto?

​Per un ragazzo di oggi è quasi impossibile capire come si possa decidere di morire per uccidere degli sconosciuti. La risposta non sta in una generica “follia”, ma nel fanatismo ideologico. I terroristi di Al-Qaeda odiavano l’Occidente e tutto ciò che rappresenta: la libertà di scegliere come vivere, la democrazia, i diritti delle donne.

​Colpendo i luoghi simbolo dell’America volevano mandare un messaggio preciso al mondo: “Nessuno è al sicuro”. Scelsero di uccidere gente comune proprio per creare un terrore puro, capace di condizionare la vita di tutti per i decenni a venire.

​La trappola della “woke culture” e il peso delle parole

​Oggi, a distanza di venticinque anni, assistiamo a un fenomeno strano e pericoloso. Spinti da un’ondata di revisionismo o da quella che viene definita woke culture – la tendenza a voler edulcorare il linguaggio per non urtare le sensibilità o per rileggere il passato con gli occhiali del presente – si rischia di deformare i fatti.

​Si inizia a parlare genericamente di “un incidente” o di un semplice “dirottamento”. Ma le parole che usiamo sono fondamentali per capire la realtà. Dire soltanto “dirottamento” fa sembrare l’azione quasi un atto dimostrativo, nascondendo la verità: quegli aerei sono stati usati come armi di distruzione di massa contro civili inermi. Usare termini morbidi per fare i “politicamente corretti” non fa sembrare le cose più moderne o neutrali, ma serve solo a cancellare la responsabilità del fanatismo religioso e a calpestare la memoria delle vittime.

​Il dovere di chiamare le cose con il loro nome

​La storia non si può riscrivere cambiando i vocaboli per farla sembrare meno cruda. Educare le nuove generazioni all’11 settembre significa insegnare che la solidarietà verso chi ha sofferto e la ferma condanna del terrorismo sono valori assoluti. Senza sconti, senza relativismo e senza riscritture di comodo. Chiamare le cose con il loro nome non serve a rimanere bloccati nel passato, ma è l’unico scudo che avete per evitare che gli orrori della storia si ripetano nel vostro futuro.