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Hotel Costiera e l’illusione del lusso: davvero vogliamo scambiare la nostra storia per un aperitivo a cinque stelle?

C’era una volta la Costa d’Amalfi del neorealismo: un miracolo di storie ruvide aggrappate alla roccia, abitato da un’umanità verace e indomabile. Con la conclusione di Hotel Costiera su Canale 5, quel paesaggio verticale si è definitivamente palesato per ciò che rischia di diventare ogni giorno di più: un fondale dorato, patinato a uso e consumo dell’algoritmo e del pubblico oltreoceano.

​Sia chiaro, nessuno pretendeva un’inchiesta sociale sui drammi del traffico della Statale 163 o sulla faticosa resistenza dei residenti in inverno. L’idillio turistico era la tassa inevitabile da pagare al mercato globale. Il vero peccato veniale della serie, semmai, è l’aver scelto la via della finzione con sconcertante pigrizia. La ricca storia di artisti eccentrici, letterati e visionari che hanno popolato la nostra “città verticale” avrebbe offerto spunti inesauribili per una narrazione brillante e bislacca. Si è preferito invece un ibrido piatto, dove i veri abitanti appaiono come comparse di un villaggio all-inclusive e dove persino il dramma si scioglie con la flemma di un aperitivo al tramonto.

​Ma è proprio qui che la serie diventa un involontario, preziosissimo specchio dei tempi.

​Mentre sul grande schermo in passato la Divina è stata attrice e musa, ricordiamo tra le tante pellicole d’autore — specchio delle nevrosi umane in Viaggio in Italia di Rossellini, teatro della brama di riscatto ne Il talento di Mr. Ripley, o palcoscenico dell’ironia raffinata de Il tesoro dell’Africa a Ravello — oggi Hotel Costiera la riduce a un semplice “brand”. Un marchio di lusso le cui dinamiche potrebbero essere trasferite a Miami o ai Caraibi senza cambiare di un millimetro la sostanza della storia.

​Sullo schermo scorre una commedia umana fin troppo reale: turisti facoltosi barricati in fortezze dorate fuori dal tempo; un esercito dell’accoglienza costantemente affannato; una moltitudine di passanti intenta a fotografare tutto senza mai interagire.

​Negli anni ’60 e ’70 la ricchezza non si annoiava, perché cercava il cortocircuito con l’anima del luogo. Le case erano semplici, ma accessibili a chiunque portasse idee, arte e fermento. Positano e gli altri borghi hanno costruito il proprio mito su comunità vive, non su vetrine inaccessibili. Oggi, tra affitti lampo a cifre astronomiche e gite “mordi e fuggi”, al terzo giorno di contemplazione persino il visitatore più facoltoso sbadiglia, mentre la sera i paesi si svuotano, lasciando le pietre nel silenzio.

​Il vero ammonimento che questa serie tv ci lascia non riguarda la qualità della sceneggiatura, ma il nostro futuro.

​Si sta gradualmente scambiato la magia irripetibile della storia di questi luoghi con l’illusione di un aperitivo a cinque stelle. Se continuiamo a svendere l’identità della Costiera al miglior offerente, riducendola a mero set cinematografico o a un parco giochi per milionari, non dovremmo poi sorprenderci quando ce la ritroveremo noiosa, vuota e irrimediabilmente finta.

​Hotel Costiera sia allora un campanello d’allarme: la finzione ha bisogno di un’anima per funzionare, ma questa terra ne ha una reale che non possiamo permetterci di vanificare.

È tempo di decidere se vogliamo continuare a essere i custodi orgogliosi di un mito o le semplici comparse della sua definitiva svalutazione.