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Fabrizia Ramondino avrebbe avuto 90 anni, una dimenticanza nel ricordarla di Positano e Massa Lubrense di una grande scrittrice e donna

I<Fabrizia Ramondino avrebbe avuto 90 anni, una dimenticanza nel ricordarla di Positano e Massa Lubrense di una grande scrittrice e donna l silenzio con cui è scivolato via l’anniversario dei novant’anni dalla nascita di Fabrizia Ramondino (nata il 31 agosto 1936) ferisce la memoria di una delle voci letterarie e intellettuali più lucide, intransigenti e originali del Novecento italiano. Ancora più assordante, se possibile, è questo oblio nei luoghi che l’hanno custodita, formata e ispirata: Sant’Agata sui Due Golfi (Massa Lubrense) e Positano. Un rifugio dell’anima tra i monti e il mareNapoletana di nascita ma cittadina del mondo — segnata da un’infanzia spagnola a Maiorca e da un nomadismo politico e culturale che l’ha portata a incrociare le lotte sociali più calde del secolo —, la Ramondino trovò nella penisola sorrentina e in Costiera amalfitana un ancoraggio viscerale. A Sant’Agata di Massa Lubrense la sua famiglia si era rifugiata subito dopo la Seconda guerra mondiale, trovando in quel balcone sospeso tra il Golfo di Napoli e quello di Salerno un approdo di Salvezza e di quiete.Questi luoghi non furono per lei semplici cartoline di villeggiatura o mete di passaggio, ma laboratori di scrittura e di pensiero. A Massa Lubrense e lungo la costa, Fabrizia coltivava quello sguardo obliquo e profondo capace di cogliere la frattura tra la bellezza accecante della natura e le asprezze della condizione umana. Era una donna schiva, lontana da ogni mondanità salottiera, che preferiva la compagnia autentica della terra e del mare.Le giornate a Laurito “Da Adolfo”Il legame con Positano, e in particolare con la caletta di Laurito e il leggendario stabilimento “Da Adolfo”, racconta un’altra dimensione della scrittrice: quella della socialità libera, radicale, informale. A Laurito, tra scogli selvatici e mare azzurro, la Ramondino trascorreva lunghe giornate. Non cercava il lusso o i privilegi della Positano patinata, ma la verità ruvida di un angolo di costa rimasto incontaminato, dove il tempo sembrava sospeso. Lì sapeva ascoltare, osservare i pescatori, i bagnanti, i forestieri, accumulando quel materiale umano e antropologico che avrebbe poi nutrito la sua scrittura.Un’eredità dimenticataAutrice di capolavori come Althénopis (acclamato da Elsa Morante e Natalia Ginzburg), di inchieste sociali rigorose, di testi cinematografici memorabili per Mario Martone (Morte di un matematico napoletano), la Ramondino ha vissuto la letteratura come impegno civile e cura dell’altro. Veder passare il traguardo dei suoi novant’anni nel silenzio dei comuni in cui ha vissuto e che tanto ha amato evidenzia una rimozione colpevole. Massa Lubrense e Positano dovrebbero interrogarsi su questo vuoto di memoria: celebrare Fabrizia Ramondino non significa soltanto riscoprire una grande scrittrice, ma restituire dignità a un’intellettuale che ha saputo raccontare le radici profonde e le contraddizioni di questa terra con una voce che meritava, e merita tuttora, di risuonare ben più forte del rumore delle onde.