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11 settembre: Santi Proto e Giacinto, il mistero e la fede dei due martiri della via Salaria.

La memoria della Roma dei primi secoli è un mosaico affascinante in cui la severa testimonianza archeologica si fonde indissolubilmente con la devozione e le suggestioni del racconto popolare. È in questo orizzonte che si colloca la memoria liturgica che la Chiesa celebra oggi: quella dei Santi Proto e Giacinto, due martiri romani la cui esistenza storica è fuori da ogni ragionevole dubbio, ma la cui biografia rimane avvolta in un’aura di leggenda e mistero.

A confermare la storicità del loro culto fu già nel IV secolo Papa Damaso I, che dedicò ai due martiri un carme epigrafico collocato sul loro sepolcro nelle catacombe romane, testimoniando quanto la loro venerazione fosse radicata nella capitale dell’Impero.

La leggenda agiografica: schiavi, maestri e martiri

Se la certezza storica si limita all’esistenza dei loro sepolcri e al loro martirio avvenuto durante le persecuzioni imperiali (in un’epoca storicamente incerta, collocabile probabilmente tra il III e l’inizio del IV secolo), la tradizione agiografica ha tramandato un racconto ricco di dettagli edificanti.

Secondo tali narrazioni, Proto e Giacinto sarebbero stati due fratelli eunuchi, servitori della nobile Eugenia, figlia del prefetto di Alessandria d’Egitto. Dopo aver convertito la giovane alla fede in Cristo, i due sarebbero stati ceduti alla nobildonna romana Bassilla. Grazie alla loro parola profonda e all’esempio di vita intemerata, anche Bassilla abbracciò il cristianesimo, trascinando con sé numerose altre conversioni tra i patrizi della capitale.

L’intensa attività proselitista non passò inosservata agli occhi delle autorità imperiali. Arrestati e condotti di fronte ai magistrati, Proto e Giacinto rifiutarono categoricamente di sacrificare agli dei pagani. Sottoposti a una feroce flagellazione, vennero infine condannati alla pena capitale per decapitalizzazione.

La svolta archeologica: il clamoroso ritrovare dell’Ottocento

Per oltre un millennio e mezzo le tracce dei due corpi sembrarono in parte disperse, confuse nei complessi sotterranei delle catacombe romane. Tuttavia, la storia riservò una straordinaria conferma archeologica nel 1845, quando l’archeologo gesuita Giuseppe Marchi rinvenne nel cimitero di Basilla, lungo l’antica via Salaria, il sepolcro originale e intatto di San Giacinto.

A differenza di altre sepolture violate o alterate dal tempo, la tomba conservava ancora la lastra originale con l’iscrizione «DP III IDUS SEP HYACINTHUS MARTYR» e all’interno i resti del corpo, parzialmente bruciato (segno del supplizio subito), confermando in modo inconfutabile l’accuratezza dei cataloghi martirologici antichi.

Le reliquie dei due Santi sono oggi conservate ed esposte alla venerazione dei fedeli in due importanti luoghi di culto romani:

  • San Proto: Le spoglie sono venerate nella cappella del Collegio di Propaganda Fide a Piazza di Spagna;
  • San Giacinto: I resti riposano all’interno della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini.