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Profondo Rosso: Da lotta ai trafficanti a lotta alle loro vittime

Non comprendo il motivo per cui i figli di Berlusconi tacciano quando il segretario del partito fondato da loro padre afferma che sia necessario evitare l’ingresso in Italia di coloro che — esattamente come tanti nostri antenati — cercano un Paese nel quale lavorare.

Commemoriamo chi accettò di scendere nelle miniere di carbone del Belgio e lì perse la vita; ci strappiamo le vesti perché i nostri medici e ricercatori lasciano l’Italia in cerca di condizioni migliori; esprimiamo orgoglio ogni volta che un connazionale o un suo discendente vince un Nobel, un Oscar o un Grammy. Ma dimentichiamo che, non molto tempo fa, i nostri concittadini s’imbarcavano su una nave portando con sé una valigia di cartone zeppa di sogni. Dimentichiamo le donne che sposavano per procura uno sconosciuto, dicendo addio per sempre alle proprie famiglie e al proprio paese.

Molti di quegli italiani si arruolarono negli eserciti alleati per combattere anche per noi. E chi restò nei Paesi che li avevano accolti e dato loro la cittadinanza, inviava a noi, ridotti in miseria, pacchi di aiuti e lettere con dentro una banconota da cinque o dieci dollari. Una vera manna: grazie al cambio fisso (630 lire per un dollaro), potevamo pagare la spesa a debito dal salumaio, la bolletta della luce o restituire il prestito a un parente.

Queste cose le ricordiamo solo noi, testimoni della guerra e di tempi duri. Ricordo le eruzioni del Vesuvio che coprivano di sabbia i binari del tram tra Sorrento e Castellammare di Stabia e i solai dei fabbricati. Per spostarci usavamo la pedovia o chiedevamo un passaggio al carrettiere. Per camminare serviva l’ombrello per ripararsi dalla pioggia di sabbia, che poi veniva recuperata e usata per pulire le pentole. Non si buttava nulla: dalle vecchie tende e tovaglie si ricavava la biancheria; le foglie più dure dei cavoli andavano ai conigli, quelle tenere le scaldavamo per noi. La fruttivendola, mia omonima, aveva cura di metterle da parte per me e mi chiamava non appena mi vedeva.

Le generazioni successive alla mia — che grazie ai trattati di pace, al Piano Marshall e al boom economico hanno avuto il privilegio di vivere in pace e di avere un pasto garantito — spinte spesso dall’ingordigia, si sono adoperate per accumulare beni. Hanno imparato a sfruttare come badanti e operai gli immigrati irregolari, i minori non accompagnati, gli uomini e le donne di colore, trattandoli spesso dall’alto in basso.

Mi chiedo: siamo veramente cattolici e apostolici? Abbiamo davvero assimilato gli insegnamenti evangelici? Stiamo camminando dietro la guida spirituale che ci è stata assegnata o siamo pecore allo sbando? Siamo pronti ad affrontare il viaggio extraterrestre, ad ascoltare e accettare il giudizio inappellabile?

Temo di no.