La Corte UE riporta al centro la “scarsità delle risorse”: la guerra del lettino passa sui tavoli di Regioni e Comuni.
|Il Teorema Bolkestein e il rompicapo della “spiaggia scarsa”
Il 10 luglio scorso, a proposito dell’infinita diatriba tra balneari e Comune di Rimini, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea cala l’ennesimo asso giuridico e subito tutti hanno gridato alla svolta epocale, ma a guardare bene le carte, l’ordinanza non inventa nulla di nuovo. Si limita, piuttosto, a rinfrescarci la memoria sull’architettura giuridica preesistente: senza una dimostrazione concreta che la spiaggia sia un bene “scarso”, le gare pubbliche non possono scattare in automatico. Pena l’innesco di contenziosi amministrativi all’infinito.
Il nodo centrale resta quindi uno: come si misura la “scarsità”?
Tutti ricordiamo la famosa “mappatura” dei lidi presentata dal nostro Governo in prima battuta all’Europa: un conteggio con la calcolatrice, dal quale risultavano circa 11.000 km di coste, di cui solo un terzo in concessione, per concludere trionfalmente che la spiaggia, in Italia, non era affatto un bene scarso e non c’era bisogno di gare!
Bruxelles ricordò tuttavia all’Italia, che non si poteva sommare mele e pere, né scavalcare a pié pari le competenze di Regioni ed Enti locali.
Una scogliera a picco sul mare priva di accessi non ha lo stesso valore di una distesa di sabbia dorata in una rinomata località turistica; così come una foce di fiume poco appetibile non vale quanto una caletta incontaminata. In sostanza oltre alla quantità, conta la qualità e l’interesse reale che quella spiaggia suscita tra turisti e operatori.
E allora, perché molti giuristi parlano comunque di svolta per l’ordinanza del 10 luglio 2026?
Perché la Corte ha fatto un’operazione di “reset“: ci ha riportati al punto di partenza. Negli ultimi anni abbiamo dato per scontato che tutte le concessioni dovessero andare subito a gara, tra proroghe, deroghe e polemiche sulla direttiva Bolkestein. La Corte ha detto stop: prima si verifica se la risorsa è davvero scarsa con un’istruttoria seria, trasparente e basata su dati oggettivi. Solo dopo, se la scarsità è accertata, scattano le gare. Nessun automatismo, nessuna presunzione.
La stagione dei “supponiamo che” deve lasciare il posto a quella dei “verifichiamo che“: i Comuni non potranno più dare per scontata la scarsità né prendere decisioni sul sentito dire.
Ma c’è un tranello. Come nota Roberto Biagini del coordinamento Mare Libero, molti piani locali (PUAD e PAD) mostrano molta matematica su quanta spiaggia c’è, ma poca chiarezza su quanta domanda c’è. Ed è la pressione delle richieste a fare la differenza: se la domanda supera l’offerta di litorale libero e balneabile, la risorsa diventa ufficialmente “scarsa” e si va a gara.
E per i Comuni “fortunati” dove la spiaggia non è scarsa? Niente ferie anticipate: entro fine settembre 2027 dovranno comunque dotarsi di regole chiare per evitare il caos amministrativo e una pioggia di ricorsi.
La sabbia diventa il nuovo Ring Sociale
In questo limbo normativo si è infilata una mutazione tutta italiana: una vera e propria lotta di classe da ombrellone. Il diritto universale al bene comune si scontra con il privilegio dell’esclusiva, e la “spiaggia libera” non è più una semplice coordinata geografica, ma l’ultimo avamposto dell’uguaglianza sociale.
Basta fare un giro nella variegata e meravigliosa geografia campana per rendersene conto:
In Costa d’Amalfi, tra falesie a picco e minuscoli fazzoletti di ghiaia strappati al mare, la risorsa non è solo “scarsa”: è anatomicamente ridotta all’osso. Sotto l’impatto dell’overtourism, la convivenza tra lidi privati e i pochi metri di spiaggia libera si trasforma ogni estate in una vera e propria guerra di trincea.
Sul versante Flegreo invece, la tensione abbandona le aule di tribunale per farsi manifesto politico. Il sindaco di Bacoli Josi Gerardo Della Ragione, ha trasformato la liberazione delle spiagge (comprese quelle storicamente ad uso militare) in una battaglia di riscatto popolare, con toni decisamente diretti verso i concessionari: «Bacoli non è la vostra. Le spiagge non sono vostre. Il mare non è vostro […] I “pezzenti” si riprenderanno ciò che è loro. E gli intoccabili prepotenti se ne torneranno a casa.»
E in questo fine luglio, il consiglio comunale bacolese approva anche il nuovo Regolamento del demanio marittimo che garantisce oltre l’80% del litorale a spiaggia libera o libera attrezzata, imponendo il limite rigido di una sola concessione demaniale per ciascun operatore e vietando ai gestori uscenti di cedere i titoli concessori a terzi.
Tra algoritmi di misurazione europei e l’impeto ideologico di sindaci di frontiera, il rebus balneare si rivela per quello che è veramente: non una fredda disputa burocratica per azzeccagarbugli, ma lo specchio caldissimo delle disuguaglianze, delle tensioni e delle specificità culturali del nostro Paese.
E forse, per sbrogliarlo del tutto, non basterà neanche questa ordinanza.










