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Gragnano, scoperta eccezionale nel cuore del Pastificio Garofalo: emerge una necropoli arcaica

articolo aggiornato dagli inviati di Positanonews con video e foto e interviste 

Gragnano (NA) – Un tesoro di inestimabile valore storico è riemerso durante i lavori di ampliamento dello stabilimento del Pastificio Garofalo in Via dei Pastai. Una necropoli arcaica, risalente alla prima metà del VI secolo a.C., è stata portata alla luce grazie a un intervento di archeologia preventiva che si sta rivelando come una delle scoperte più significative degli ultimi anni per l’area dell’Ager Stabianus.

Un tesoro dal passato

Le indagini, condotte dalla Soprintendenza ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli con il supporto operativo di Geomed S.r.l., hanno svelato non solo le raffinate strategie di autorappresentazione di un’élite di altissimo rango, ma anche un eccezionale stato di conservazione. All’interno delle casse funerarie in tufo, gli archeologi hanno rinvenuto materiali organici deperibili — come tessuti, legno e cestini in fibre intrecciate — rarissimi per questa cronologia.

I corredi funerari, ricchi di scarabei egizi di Naukratis, ambre zoomorfe, argenti e bronzi etruschi, testimoniano il ruolo centrale di Gragnano negli scambi commerciali tra Grecia, Egitto e Mediterraneo orientale già nel VI secolo a.C..

Il valore della collaborazione pubblico-privato

Oggi, 15 luglio, i risultati della campagna 2025/2026 vengono presentati ufficialmente. L’iniziativa sottolinea come la sinergia tra istituzioni e realtà produttive possa trasformare un cantiere industriale in un’opportunità straordinaria di arricchimento culturale.

«La scoperta dimostra come l’attività di tutela, se supportata da una rigorosa ricerca scientifica, non ostacoli l’iniziativa privata, ma arricchisca di nuovi valori un territorio già ricco di storia», ha dichiarato Luigi La Rocca, Capo del Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale del Ministero della Cultura.

Sulla stessa linea l’Ing. Massimo Menna, Amministratore Delegato del Pastificio Garofalo: «La nostra storia è indissolubilmente legata al territorio di Gragnano. Crediamo che fare impresa significhi anche contribuire alla tutela del patrimonio culturale. La collaborazione con la Soprintendenza ha trasformato un intervento di ampliamento in un’occasione di conoscenza unica».

Verso il futuro: la ricerca continua

Il sito, oltre a svelare ricchi corredi, è al centro di un approfondito programma multidisciplinare. Un’équipe di esperti è attualmente impegnata in analisi bioarcheologiche e archeometriche sui resti osteologici, con l’obiettivo di ricostruire le condizioni di vita, l’alimentazione e la mobilità delle antiche comunità locali.

La presentazione odierna, che ha visto la partecipazione dei vertici del Ministero della Cultura e della Soprintendenza, non segna solo un momento di bilancio, ma apre una riflessione sulle prospettive di valorizzazione di questo importante frammento di memoria, destinato a dialogare con la realtà produttiva che, da oltre due secoli, caratterizza l’identità di Gragnano.

Ecco il dettaglio del programma della giornata di presentazione che si terrà oggi, 15 luglio 2026, presso il Pastificio Garofalo:

Ore 16:00 – Accoglienza: La delegazione del Ministero della Cultura incontrerà i vertici aziendali e le autorità locali.

Ore 16:15 – Visita all’area espositiva: La delegazione scientifica visiterà l’area allestita all’esterno della struttura, dove la Funzionaria archeologa e responsabile scientifica delle indagini, Francesca Mermati, illustrerà i reperti più significativi emersi durante lo scavo.

Ore 17:00 – Conferenza stampa: Si terrà la presentazione ufficiale dei risultati della campagna di scavo 2025/2026 e un momento di confronto sulle prospettive di ricerca e valorizzazione del sito. Il programma prevede:

Presentazione e saluti istituzionali: Arch. Paola Ricciardi (Soprintendente ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli) e Dott. Aniello D’Auria (Sindaco di Gragnano).

Le principali scoperte: Dott.ssa Francesca Mermati (Funzionaria archeologa).

La collaborazione pubblico-privato: Ing. Massimo Menna (Amministratore Delegato del Pastificio Garofalo).

Conclusioni: Dott.ssa Teresa Elena Cinquantaquattro (Delegata del Direttore Generale ABAP e Dirigente del Servizio II) e Dott. Luigi La Rocca (Capo del Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale).

Interviste: Al termine della conferenza, sarà dato spazio alle domande dei giornalisti e alle interviste “one-to-one”.

Ore 18:00 – Vin d’honneur – Rinfresco: Il Pastificio Garofalo offrirà un momento di convivialità per celebrare le eccellenze del territorio con gli ospiti e la stampa.

Pastificio Garofalo: emerge una necropoli arcaica

Il reperto piu interessante per noi della Penisola Sorrentina  è un eccezionale balsamario a forma di sirena, risalente a circa 2550 anni fa, rinvenuto all’interno della necropoli scoperta presso il Pastificio Garofalo a Gragnano. Non la sirena dipinta sul vaso calcidiese proveniente dal Vadabillo, ma quella più somigliante ai ritrovamente nei Tesauros di Delfi sospese ad un filo. Vale a significare il mito delle sirene ai suoi primordi.

Ecco alcuni dettagli significativi su questo oggetto:

Funzione: L’apertura presente sulla testa della figura suggerisce che l’oggetto servisse da balsamario o contenitore per sostanze profumate, che accompagnavano il defunto nel suo ultimo viaggio.

Significato mitologico: In ambito funerario, la sirena non viene rappresentata come una seduttrice marina, ma come una custode della soglia. A differenza dell’iconografia più tarda, che la vede come una donna- uccello, la sirena arcaica è una creatura del confine che vive tra scogli e rive, legata al potere della voce, del canto e della memoria.

Iconografia: L’uccello è l’animale che caratterizza questa rappresentazione arcaica, fungendo da tramite perfetto per il canto e il richiamo, mentre il mare rimane sullo sfondo come luogo di attraversamento.

Valore storico: Il reperto è stato associato, in alcune fonti, alla figura di Partenope, contribuendo a unire la narrazione del mito e il dato archeologico nella storia del territorio.

Questo piccolo oggetto, definito dagli esperti “bellissimo” e “napoletano” per la sua origine storica, funge oggi da ponte tra due epoche: quella remota della sua deposizione in tomba e quella attuale di chi lo osserva dopo oltre due millenni.
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Dal cantiere del Pastificio Garofalo emergono reperti di inestimabile valore: la scoperta della necropoli arcaica riscrive la storia degli insediamenti nel territorio vesuviano.

GRAGNANO – La storia e il progresso non sempre viaggiano su binari paralleli, ma quando si incontrano possono generare scoperte capaci di riscrivere il passato di un intero territorio. È quanto accaduto a Gragnano, dove i lavori di ampliamento dello storico Pastificio Garofalo hanno portato alla luce una necropoli arcaica di straordinaria importanza.

I dettagli del ritrovamento sono stati illustrati nel corso di un incontro che ha visto la partecipazione di Luigi La Rocca, figura di spicco delle istituzioni archeologiche, il quale ha sottolineato l’eccezionalità del rinvenimento. La scoperta non è solo un tassello aggiunto al mosaico del nostro passato, ma una vera e propria sfida alle teorie storiografiche consolidate.

Una scoperta che cambia la prospettiva storica

«Il ritrovamento ci consente di costruire l’identità di questi territori», ha dichiarato La Rocca durante l’intervento. Fino a poco tempo fa, si riteneva che, con la fondazione arcaica di Pompei, gli insediamenti indigeni preesistenti fossero destinati a scomparire. I reperti emersi a Gragnano dimostrano l’esatto contrario: «Nel VI secolo a.C., lungo il corridoio che conduceva verso la Penisola Sorrentina, esistevano insediamenti di straordinaria importanza».

La necropoli gragnanese, insieme a quella già nota rinvenuta in località San Salvatore, non rappresenta un caso isolato, ma testimonia una fitta rete di presenze umane che occupavano il territorio ben prima di quanto ipotizzato finora.

Il modello virtuoso del rapporto pubblico-privato

L’attenzione si è spostata poi sulle modalità di intervento che hanno reso possibile il recupero di questi beni. La Rocca ha evidenziato come l’indagine archeologica preventiva, solitamente obbligatoria solo per le grandi opere pubbliche, sia stata applicata qui grazie a un rapporto di stretta e proficua collaborazione tra settore pubblico e privato.

«Grazie a questo connubio, come accaduto nel caso virtuoso di Gragnano, siamo riusciti a recuperare testimonianze straordinarie del nostro passato», ha spiegato. Si tratta di un modello di tutela che dimostra l’impegno crescente del Ministero nel valorizzare il patrimonio archeologico, trasformando un cantiere industriale in un laboratorio a cielo aperto per la riscoperta della memoria storica collettiva.

L’auspicio, ora, è che questi reperti possano essere adeguatamente valorizzati, rendendo la comunità locale sempre più consapevole del tesoro che custodisce sotto i propri piedi, in un dialogo costante tra l’eccellenza produttiva del presente e le radici profonde del passato.

Link di riferimento:https://www.youtube.com/watch?v=eH5oKytqpDU

https://www.youtube.com/watch?v=eH5oKytqpDU

La necropoli di via dei Pastai: una finestra aperta sulle rotte commerciali dell’antichità

La scoperta archeologica rivela una comunità arcaica dinamica e integrata nelle grandi reti di scambio del Mediterraneo.

Un ritrovamento straordinario sta accendendo i riflettori sull’antica storia del territorio: i recenti scavi presso la necropoli di via dei Pastai hanno portato alla luce una serie di reperti di eccezionale valore, tra cui pregiati bronzi e una ricca documentazione funeraria che offre nuove, fondamentali chiavi di lettura sul passato della nostra regione.

Un crocevia di scambi

I primi studi condotti sui materiali rinvenuti delineano il profilo di una comunità insediata che, lungi dall’essere isolata, si presentava come un centro vitale e aperto. Gli oggetti recuperati – che includono coppe ioniche, ceramiche di produzione locale e manufatti di ispirazione orientale – testimoniano il ruolo attivo della zona nelle grandi rotte commerciali che, in epoca arcaica, solcavano l’area di Napoli e le aree limitrofe.

Particolarmente significativi sono gli elementi che suggeriscono contatti con produzioni di “pasta chiara”, riscontrabili anche in siti di rilievo come Pontecagnano, a conferma di un respiro culturale che superava i confini locali, estendendosi fino alla Valle del Sarno e oltre.

Dal cantiere al laboratorio: l’importanza del metodo

L’approccio scientifico adottato per la valorizzazione del sito è meticoloso. Come sottolineato dagli esperti durante le fasi di analisi dei reperti, ogni sforzo è attualmente rivolto a una “restaurazione compiuta” che permetta di preservare la fragilità dei beni.

Un aspetto di grande rilievo è rappresentato dall’approfondimento scientifico: non solo la datazione, ma anche lo studio della diffusione dei materiali e l’analisi antropologica fisica sui resti permetteranno di ricostruire la vita e le abitudini della comunità che eleggeva questi luoghi a propria necropoli. È in corso, a tal proposito, una collaborazione con l’Università di Padova per garantire un’indagine accurata sui contenuti delle sepolture, incluse le analisi di laboratorio sui tessuti e sui reperti organici, ponendo il sito di via dei Pastai come un punto di riferimento fondamentale per la ricerca archeologica in Campania.

Prospettive future

“L’attività di valorizzazione nasce dalla datazione e dall’approfondimento sui materiali”, spiegano gli addetti ai lavori. Dopo la fase di scavo e la prima catalogazione – che conta già numerose evidenze di rilievo – l’obiettivo primario diventa ora la tutela del patrimonio e la sua fruizione pubblica. L’impegno, dunque, prosegue all’insegna del rigore, con la consapevolezza che ogni frammento, dalla riparazione in piombo di una coppa alla più minuta iscrizione su ceramica, rappresenta un tassello imprescindibile per comprendere la complessità della nostra identità storica.

Intervento di Arch. Paola Ricciardi (Soprintendente ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli)

Ottantadue tombe del VI secolo a.C. riemerse durante i lavori di ampliamento dello storico pastificio. La Soprintendenza: “Un unicum per la conservazione dei materiali organici”.

GRAGNANO – Quello che doveva essere un cantiere per l’espansione di una delle realtà produttive più iconiche del territorio, il pastificio Garofalo, si è trasformato in una straordinaria occasione di arricchimento culturale. La presentazione dei risultati della campagna di scavo, conclusasi dopo un anno e mezzo di intensi lavori su un’area di 2000 metri quadrati, ha offerto alla comunità una scoperta che, per importanza e stato di conservazione, promette di riscrivere parte della storia antica della Campania.

Un’alleanza virtuosa tra pubblico e privato

La direttrice della Soprintendenza ha voluto sottolineare come il successo di questa operazione sia il frutto di una “alleanza virtuosa”. Il vincolo posto dal piano regolatore e quello ministeriale, lungi dall’essere ostacoli, hanno garantito la protezione di un bene pubblico inestimabile.

Un ringraziamento particolare è andato alla proprietà, rappresentata dal Cavaliere Menna: nonostante i prolungamenti dei tempi di cantiere e le sfide legate all’investimento economico, l’azienda ha dimostrato una sensibilità rara, accogliendo l’eccezionalità del ritrovamento e mettendosi, di fatto, al servizio della collettività. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: reperti esposti che raccontano di una comunità, quella del VI secolo a.C., viva e dinamica.

Reperti unici: il miracolo della conservazione

I numeri parlano di una scoperta di eccezionale rilievo: 82 tombe rinvenute in un ottimo stato di conservazione. Ma ciò che rende questo sito un unicum nel panorama archeologico campano è la eccezionale tenuta dei materiali organici. Legni, tessuti vegetali, conchiglie e coralli sono giunti fino a noi quasi intatti, offrendo agli studiosi una finestra senza precedenti sulle abitudini quotidiane e rituali di quell’epoca.

“In Campania non esistono ritrovamenti simili per questo periodo”, ha commentato la Soprintendenza. Per valorizzare al meglio questa mole di dati, è stata avviata una prestigiosa collaborazione scientifica con l’Università di Padova, che si occuperà dell’analisi dei resti organici e delle ossa, garantendo il rigore necessario per una ricerca di tale portata.

Prospettive: la sfida della valorizzazione

Conclusa la fase di scavo, si apre ora quella, altrettanto cruciale, della valorizzazione. L’obiettivo dichiarato è quello di restituire alla comunità gragnanese e all’intera area metropolitana un patrimonio che appartiene alla loro storia più profonda. “Sarebbe un peccato non rendere accessibile qualcosa di così prezioso”, è stato ribadito durante l’incontro, a cui hanno partecipato anche i vertici ministeriali, la dottoressa Cinquantaquattro (in rappresentanza del direttore generale Magani) e il capo dipartimento per la tutela, dottor Larocca.

Il tavolo di confronto resta aperto: istituzioni, territorio e ministero lavoreranno fianco a fianco per definire le forme migliori di fruizione, affinché la necropoli di via dei Pastai non sia solo un luogo di studio per gli esperti, ma un pezzo vivo della memoria collettiva, accessibile e pronto a raccontare secoli di storia alle future generazioni.

Intervento di teresa Elena Cinquantaquattro

Stabia arcaica: la nuova necropoli di via dei Pastai svela i segreti di un territorio crocevia di culture

Gli ottantadue corredi funerari appena scoperti offrono una lettura inedita sulle rotte commerciali e sull’identità delle genti che popolarono la Valle del Sarno tra il VI e il V secolo a.C.

GRAGNANO – La recente scoperta di una vasta area funeraria presso il pastificio Garofalo non rappresenta solo un importante arricchimento del patrimonio archeologico, ma una vera e propria sfida scientifica per la comprensione delle dinamiche che, nell’antichità, animarono il territorio stabiano e la Valle del Sarno.

Il contesto: l’eredità della necropoli di “Madonna delle Grazie”

Le 82 nuove sepolture rinvenute si inseriscono in un orizzonte storico già noto agli specialisti: quello della necropoli di “Madonna delle Grazie”, indagata sistematicamente tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’80 del secolo scorso. Con il recupero di circa 300 tombe nel passato e le nuove acquisizioni odierne, il campione a disposizione degli studiosi si amplia in modo significativo, permettendo di isolare proprio le fasi più antiche di utilizzo del sito.

Questo ritrovamento si colloca in un momento cruciale di trasformazione del territorio, avvenuto tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C., quando i piccoli villaggi fluviali, storicamente legati alla ricchezza del corso del Sarno — sulla scia di realtà come Longola di Poggiomarino — iniziarono una progressiva fase di recessione in concomitanza con l’ascesa dei grandi centri urbani di Nuceria e Pompei.

Un laboratorio di “polimorfismo” culturale

Uno degli aspetti più affascinanti sollevati dagli archeologi è il carattere profondamente aperto e multiculturale della popolazione locale. La presenza, in questi contesti, di iscrizioni etrusche, italiche in alfabeto etrusco e in alfabeto locale (epicorio), conferma la definizione di “polimorfismo” proposta dagli studiosi. Questi insediamenti non vivevano nell’isolamento, ma dialogavano costantemente con le culture greche, etrusche e le popolazioni italiche dell’entroterra, inserendosi a pieno titolo nei grandi circuiti commerciali del Golfo di Napoli.

Resta tuttavia aperta una delle questioni più complesse dell’archeologia campana: la localizzazione esatta dell’abitato di Stabia per le fasi preromane. Sebbene si ipotizzi la sua collocazione sulle prime fasce collinari, mancano ancora evidenze documentali certe che ne attestino l’ubicazione definitiva.

Verso un nuovo metodo di indagine: l’approccio multidisciplinare

La vera svolta di questa campagna di scavo, come sottolineato nel corso della presentazione, risiede nel metodo. A differenza delle indagini del passato, questo progetto è stato condotto con un approccio multidisciplinare: non ci si è limitati a studiare i vasi, i bronzi o le importazioni ceramiche, ma si è dato spazio ad analisi antropologiche fisiche e studi bio-archeologici sui resti organici.

Grazie a questa sinergia – che vede coinvolti esperti, linguisti e istituzioni universitarie come quella di Padova – è oggi possibile analizzare la vita e le abitudini delle persone, oltre che la loro cultura materiale. Questo approccio apre orizzonti di lettura inediti, promettendo di trasformare il sito di via dei Pastai in un modello di riferimento per le future ricerche archeologiche nel territorio stabiano e pompeiano, fornendo finalmente risposte a interrogativi che da decenni animano il dibattito scientifico.

Il capo dipartimento del Ministero della Cultura, Luigi La Rocca, elogia la collaborazione per il sito di via dei Pastai: “La tutela non è conservazione statica, ma ricerca finalizzata alla fruizione pubblica”.

GRAGNANO – La scoperta archeologica presso il pastificio Garofalo non rappresenta solo un evento di grande portata storica, ma si candida a divenire un caso di studio emblematico per l’intero panorama nazionale. È quanto emerso dall’intervento del Dott. Luigi La Rocca, capo dipartimento per la tutela del patrimonio presso il Ministero della Cultura, che ha partecipato alla presentazione dei risultati della campagna di scavo.

L’archeologia preventiva come bene comune

Secondo La Rocca, l’operazione di Gragnano è l’esempio più virtuoso di quella “archeologia preventiva” che il Ministero promuove come motore di sviluppo culturale. In un contesto in cui le esigenze di un’impresa privata — l’ampliamento del pastificio, con i connessi disagi temporali ed economici — hanno incontrato la necessità di salvaguardia del patrimonio, il risultato è una testimonianza di come gli interessi possano convergere nel concetto di “bene comune”.

“La tutela non è mai mera salvaguardia o conservazione dell’esistente”, ha sottolineato La Rocca. “È, prima di tutto, ricerca scientifica e approfondimento, finalizzati in ultima istanza alla restituzione di questo patrimonio alla comunità”.

Un nodo geopolitico dell’antichità

Dal punto di vista prettamente scientifico, il Dott. La Rocca ha evidenziato come i corredi funerari rinvenuti offrano una narrazione vibrante delle reti di scambio del Mediterraneo arcaico. La presenza di ceramiche corinzie e attiche, giunte nel territorio stabiano probabilmente tramite intermediari etruschizzati della Campania, conferma la natura “multiforme” ed eterogenea di questi insediamenti.

La necropoli di Gragnano si conferma così uno snodo cruciale, situato in un crocevia tra il mondo etrusco, quello greco e quello italico, con il fiume Sarno che fungeva da arteria vitale per i traffici commerciali. L’approccio multidisciplinare adottato — che integra analisi bio-archeologiche sui resti organici alle indagini sui materiali — si rivela dunque fondamentale per decodificare una complessità storica finora solo parzialmente nota.

L’impegno per il futuro: la sfida della valorizzazione

Chiuso il capitolo dello scavo, si apre ora quello della valorizzazione. Il Dott. La Rocca ha espresso la piena disponibilità del Ministero a sostenere le fasi successive, garantendo supporto istituzionale ed economico per rendere questi reperti accessibili al pubblico.

“Questi sono beni identitari che tracciano la storia del territorio”, ha concluso La Rocca, lanciando un auspicio condiviso da tutte le istituzioni presenti: trasformare questi tesori in un’opportunità concreta di attrazione e conoscenza. Se il percorso di valorizzazione si tradurrà in un museo locale o in altre forme di esposizione, la decisione sarà il frutto di un dialogo continuo con il territorio e con la proprietà, nell’ottica di un progetto che faccia della bellezza ritrovata il motore per una nuova identità culturale per Gragnano.

GRAGNANO – La scoperta della necropoli arcaica nell’area del pastificio Garofalo non rappresenta solo un ritrovamento archeologico di grande valore, ma una vera e propria finestra aperta sul mondo antico. A illustrare l’eccezionalità del sito è stata l’archeologa Francesca Mermati, che ha guidato i lavori di scavo, svelando dettagli inediti sulla vita delle comunità che popolavano i declivi dei Monti Lattari.

Un crocevia tra culture e commerci

Il sito si colloca in una posizione geografica strategica, fungendo da “cerniera” tra l’area dell’agronocerino sarnese, la nascente Pompei e la penisola sorrentina. Secondo Mermati, i nuclei umani che abitavano queste alture — appartenenti alla cosiddetta “cultura dei colli” — non erano orientati esclusivamente verso l’interno, ma dimostravano una spiccata apertura verso il mare e le rotte commerciali verso l’Oriente e la Grecia. La varietà dei corredi funebri, ricchi di anfore provenienti dall’Attica, da Corinto e dalla Grecia orientale, conferma l’integrazione di queste popolazioni in ampi corridoi commerciali.

L’eccezionale conservazione dei resti organici

La caratteristica che rende questa necropoli un unicum, paragonabile per condizioni di conservazione a siti egizi o aree paludose, è la rarissima preservazione di resti organici. Grazie a una specifica situazione di mancanza di ossigeno all’interno delle tombe, gli archeologi hanno potuto recuperare materiali solitamente destinati a decomporsi:

  • Oggetti quotidiani: Sono stati rinvenuti manufatti in legno, come piatti e pettini, la cui esistenza era sempre stata ipotizzata ma mai documentata con tale evidenza.

  • Tessuti: È stato possibile osservare fibre tessili ancora avvolte attorno ai bacili metallici, conservando addirittura il colore rosso porpora, richiamando alla mente le descrizioni omeriche.

  • Materiali fragili: Il recupero di cestini è avvenuto in condizioni tali da mantenere intatta la flessibilità dei materiali organici.

La vita e la salute degli antichi abitanti

Grazie alla collaborazione con un antropologo durante le fasi di scavo, è stato possibile tracciare un profilo bio-archeologico degli individui sepolti, evidenziando le nette disparità sociali tra i due nuclei identificati.

  • Il nucleo ricco: I defunti sepolti nei monumenti funerari lungo le strade godevano di un’alimentazione migliore. Mermati ha descritto il caso di una “decana” (di età compresa tra i 45 e i 55 anni), probabilmente affetta da obesità e parodontite, a testimonianza di un accesso privilegiato a risorse zuccherine. Anche i bambini di questo ceto, pur vivendo in condizioni agiate, presentavano segni di rachitismo, probabilmente causato da una scarsa esposizione solare e da uno stile di vita protetto ma sedentario.

  • Indicatori di lavoro: Lo studio delle patologie ha permesso di collegare le occupazioni ai resti fisici, come nel caso di una donna legata ad attività tessili, che presentava fastidi fisici compatibili con una prolungata posizione seduta al telaio.

L’intervento di Mermati si è concluso con un ringraziamento al committente, il Pastificio Garofalo, la cui collaborazione ha permesso di mettere in sicurezza i reperti organici con estrema rapidità, garantendo alla comunità scientifica un mosaico di informazioni prezioso per ricostruire la storia dell’Italia meridionale antica.

L’appello del prof. Di Massa: “Cambiare la mentalità verso il territorio”. Le istituzioni: “Lavoriamo per una mostra che restituisca i reperti alla comunità”.

GRAGNANO – La presentazione dei ritrovamenti archeologici di via dei Pastai non è stata solo una celebrazione di reperti preziosi, ma un momento di profonda riflessione civile. È stata la voce del professor Di Massa, storico e profondo conoscitore delle vicende locali, a dare il senso etico all’operazione, richiamando l’attenzione su una necessaria “inversione di tendenza” nel rapporto tra cittadini e patrimonio sepolto.

Una nuova coscienza culturale

“Per anni, il sottosuolo di aree come Madonna delle Grazie è stato purtroppo visto come una preda, un luogo da depredare abusivamente”, ha esordito Di Massa, ricordando le ferite inferte al territorio dal saccheggio archeologico, che ha privato la comunità non solo di oggetti, ma di fondamentali tasselli di identità. “Questa operazione è invece un segnale potente: dimostra che il territorio non è una risorsa da sfruttare, ma un bene comune da tutelare. È un messaggio che dobbiamo trasmettere soprattutto ai giovani”.

Il professore, rievocando il suo impegno di venticinque anni fa nella divulgazione scolastica, ha sottolineato come la storia antica di Gragnano – tra influenze etrusche, greche e sannitiche – sia finalmente uscita dal silenzio, confermando l’intuizione di chi, come l’amico Camardo e tanti altri, ha sempre creduto nella straordinaria importanza archeologica di quest’area.

La sfida della fruizione: verso una mostra temporanea

Se lo scavo archeologico si è concluso con la rimozione dei reperti, necessari per permettere la prosecuzione delle attività produttive, il dibattito si è ora spostato sull’immediato futuro. La Soprintendenza, attraverso Paola Ricciardi, ha chiarito che i reperti — tra cui spiccano pregevoli vasi calcidici e testimonianze di sepolture infantili — sono attualmente in fase di messa in sicurezza.

Alla domanda su una possibile anteprima pubblica, è emersa la volontà condivisa di non attendere i lunghi tempi di una collocazione definitiva per far conoscere i tesori alla cittadinanza. “Siamo tutti parte della stessa famiglia ministeriale”, hanno sottolineato gli esperti, aprendo all’ipotesi di una mostra temporanea, magari presso il Museo di Quisisana o altre sedi prestigiose, per permettere al pubblico di ammirare da vicino le ceramiche e i corredi rinvenuti.

Il ruolo del Comune: “Gragnano vuole custodire la sua storia”

Il sindaco ha ribadito con fermezza la volontà dell’amministrazione di trattenere il patrimonio sul territorio. Tra le ipotesi al vaglio, quella di Villa Carbiano o il Museo della Pasta — struttura moderna e già votata alla promozione culturale — che potrebbero accogliere un percorso espositivo permanente.

“Non ci manca la determinazione”, ha assicurato il primo cittadino, sottolineando come la collaborazione con il pastificio Garofalo e il ricorso all’Art Bonus rappresentino strumenti concreti per trasformare questa scoperta in un elemento distintivo della promozione turistica locale. L’obiettivo è chiaro: integrare il ritrovamento in un racconto unitario, capace di unire il prestigio del passato con le moderne ambizioni di una Gragnano che ha scelto, definitivamente, di non sottrarre più al futuro, ma di custodire la propria storia.

Il valore culturale e l’inversione di tendenza

Il professore di Massa ha sottolineato come questa operazione rappresenti un’importante “inversione di tendenza” per il territorio. Storicamente, aree come Madonna delle Grazie e il Parco Imperiale sono state viste come luoghi da depredare attraverso scavi abusivi, causando un grave impoverimento culturale e la perdita di tesori fondamentali per comprendere le antiche condizioni di vita. Questa nuova gestione, al contrario, educa i giovani a considerare il territorio non come una “preda”, ma come un patrimonio da rispettare. Il professore ha inoltre ricordato il suo lavoro di divulgazione iniziato 25 anni fa, volto a far conoscere la storia antica di Gragnano e le relazioni commerciali delle popolazioni locali con etruschi, greci e sanniti.

Il destino dei reperti e le ipotesi di valorizzazione

Poiché lo scavo di una necropoli di questo tipo comporta la sua rimozione completa, il sito non sarà visitabile. I reperti si trovano attualmente in una fase di messa in sicurezza, essendo stati rinvenuti solo una settimana fa.

  • Strategie di fruibilità: Le istituzioni stanno valutando la migliore strategia per rendere i beni conoscibili al pubblico, considerando ipotesi che vedano i reperti rimanere sul territorio.

  • Ipotesi espositive: È stata avanzata l’idea di organizzare mostre temporanee in attesa di una collocazione definitiva, coinvolgendo strutture come il Museo di Quisisana o altre istituzioni museali, in un’ottica di collaborazione ministeriale.

  • La posizione del Comune: Il sindaco ha ribadito la volontà dell’amministrazione di trattenere i reperti sul territorio, citando come possibili luoghi di esposizione Villa Carbiano o gli spazi del Museo della Pasta. L’amministrazione punta a integrare i reperti in un percorso storico-culturale per arricchire l’offerta turistica locale, confermando la disponibilità e la tenacia nel perseguire questo obiettivo in costante dialogo con la Soprintendenza e il Ministero.

Ecco un articolo giornalistico che riassume l’intervento del Sindaco Aiello, focalizzandosi sull’alleanza tra istituzioni e privati per la valorizzazione del patrimonio archeologico di Gragnano.

GRAGNANO – La presentazione dei reperti rinvenuti nell’area del pastificio Garofalo è stata l’occasione, per il sindaco Nello Aiello, per ribadire la visione di una città che sa far convivere progresso industriale e tutela del patrimonio storico. Un intervento, quello del primo cittadino, che ha posto l’accento sulla capacità di Gragnano di essere non solo un polo competitivo a livello mondiale, ma anche un laboratorio di cittadinanza attiva e tutela culturale.

Il ruolo virtuoso dei privati

Il sindaco ha voluto sottolineare il ruolo fondamentale dell’ingegner Menna e dell’azienda Garofalo, definendoli un esempio di come il tessuto imprenditoriale possa — e debba — contribuire alla crescita del territorio. “Oggi presentiamo qualcosa che non è scontato”, ha dichiarato Aiello, evidenziando come l’azienda non si limiti a essere competitiva sui mercati globali, ma investa costantemente in cultura e sostenibilità. Il primo cittadino ha raccontato dell’emozione vissuta dallo stesso ingegnere durante i lavori di realizzazione dell’opera, quando la quotidiana visione dei reperti ha trasformato un progetto industriale in un’esperienza profondamente umana.

Verso una rete museale territoriale

Guardando al futuro, il sindaco ha delineato una strategia chiara per la valorizzazione dei reperti e delle bellezze locali, puntando su una rete di spazi culturali diffusi:

  • Villa Carmiano: Il progetto di recupero di questa villa, situata a pochi metri dal luogo del ritrovamento, rappresenta una delle priorità per trasformare i siti storici in luoghi fruibili.

  • Il Museo della Pasta: Aiello ha ricordato l’imminente apertura del Museo della Pasta, un esempio virtuoso di recupero strutturale reso possibile grazie al fondamentale sostegno degli investimenti privati, che diventerà uno dei perni della promozione turistica e culturale cittadina.

Un’alleanza tra istituzioni

“Quando le istituzioni fanno il loro dovere e le aziende sono sane, tutto diventa più semplice”, ha affermato il sindaco, elogiando la proficua “alleanza istituzionale” con la Soprintendenza. Non si tratta più di un rapporto dettato solo dai vincoli del piano regolatore, ma di una collaborazione costante che permette di trasformare le scoperte archeologiche — dai 2600 anni di storia di Gragnano ai reperti di epoca borbonica e artistica (come il quadro di Botticelli citato dal primo cittadino) — in motori di rinascita.

L’auspicio finale di Aiello è quello di proseguire su questa strada: non solo limitarsi alla scoperta, ma garantire una valorizzazione sistematica che renda la storia di Gragnano un elemento distintivo e permanente della promozione del territorio, dimostrando che sviluppo e progresso possono e devono andare di pari passo con la conservazione della memoria.

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