Sfollati a casa propria: i cittadini “di serie B” a pochi metri dalla frana
C’è un orario esatto in cui la nostra quotidianità si è spezzata: venerdì 5 giugno, ore 15:25. Da quel maledetto momento, per chi vive a pochi metri dal disastro che ha colpito la SP425, la vita è semplicemente mutata. Eppure, mentre sui media e nei discorsi ufficiali si susseguono le dichiarazioni di solidarietà verso le frazioni più visibilmente penalizzate, c’è una piccola fetta di cittadinanza positanese che è stata dimenticata. Noi, i vicini di casa della frana, siamo diventati improvvisamente invisibili.
Il peso del silenzio e le risposte vaghe
Nessuno dell’amministrazione, in quel venerdì di terrore e nei giorni successivi, è venuta vicino a noi per chiederci come stessimo. Nessuno si è interessato a cosa abbiamo provato in quei momenti concitati, quando ci siamo trovati davanti a quello scenario apocalittico, realizzando non solo ciò che era appena successo, ma quello che poteva essere. Lì, su quel tratto di SP425, ci passiamo ogni giorno: i nostri figli per andare a scuola, le visite ai nonni, i tragitti verso le attività extra-scolastiche, noi per andare a lavoro. Poteva essere una tragedia incalcolabile, eppure il trauma psicologico di chi vive a un passo dal baratro è stato ignorato.
Quando abbiamo provato a chiedere all’amministrazione informazioni sui modi e sui tempi di ripristino o di messa in sicurezza, abbiamo ricevuto solo risposte vaghe. È in questi momenti che si insinua un dubbio amaro: esistono a Positano cittadini di serie A, degni di rassicurazioni, e cittadini di serie B, con cui si ritiene inutile persino parlare?
Una quotidianità paralizzata e la prigionia dei minivan
Nel frattempo, la vita di tutti i giorni è diventata un percorso a ostacoli. Andare a lavoro è impossibile perché con le auto non ci si può passare. Gli impegni in presenza vengono sistematicamente modificati o rimandati. La strada circostanti, già di per sé complesse, si sono trasformate in un caos inestricabile.
A peggiorare il tutto ci sono le continue code di minivan incolonnati a ridosso delle nostre abitazioni. La situazione è così congestionata e soffocante che a volte non si può letteralmente scendere dalle scale di casa nemmeno per andare a fare una passeggiata. Ci viene preclusa persino quell’unica valvola di sfogo che ci restava per evadere, almeno per un momento, da questa sorta di prigionia domiciliare non dichiarata, schiacciati tra una ferita del territorio e una viabilità al collasso.
A questo si aggiungono i disservizi continui, come l’assenza di corrente elettrica, che ci ha costretti a “fare le valigie” e trasferirci dai nonni per poter garantire ai nostri figli un minimo di normalità. Scherzando – ma con un fondo di dolorosa verità – ci siamo definiti “sfollati”. Perché è esattamente così che ci sentiamo: esiliati dalla nostra stessa vita, privati della libertà di vivere i nostri spazi nel nostro stesso paese.
La retorica della “resilienza”
Oggi va di moda parlare di “resilienza”. È una parola che viene usata e abusata, ma è troppo facile pronunciarla quando non si vive il disagio in prima persona. Chi predica la resilienza da una scrivania o da un’abitazione sicura e accessibile non sa cosa significhi svegliarsi ogni mattina a Positano con l’ansia, l’incertezza e il senso di prigionia a pochi passi da una parete crollata.
Ciò che chiediamo oggi non sono miracoli immediati, ma chiarezza e umanità. Speriamo che qualcuno, all’interno delle istituzioni, decida finalmente di interfacciarsi con noi in modo umano, diretto e disinteressato. Vogliamo sentire la vicinanza dell’amministrazione locale. Non siamo solo un fastidio logistico o un danno collaterale da gestire: siamo famiglie, siamo positanesi che vivono a pochi metri dalla frana, e meritiamo considerazione, rispetto e, soprattutto, risposte.

