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Quel boato che ha squarciato la normalità

Era un primo pomeriggio come tanti, quello di ieri, di quelli rubati al ritmo frenetico del lavoro per rimettere in ordine i pensieri e le stanze di casa. Con me c’era  Domenico mio figlio, che mi aiutava a sistemare, mentre la mia mente di madre era già altrove, a Meta, dove Giovanni stava affrontando il suo esame scritto di francese. La classica routine di noi genitori: calcolare i tempi, aspettare che i figli escano al mattino e contare le ore fino al loro ritorno.
Erano le 15:25. Ho guardato l’orologio, un gesto banale, distratto. Un istante prima che la normalità andasse in frantumi.
Poi, il buio sonoro. Non saprei come altro descriverlo. Un tonfo cupo, feroce, un rimbombo sordo di pietrame e detriti che ha squarciato il silenzio del pomeriggio.

Il gelo e il miracolo

Mi sono affacciata di scatto, il cuore che già batteva all’impazzata, ma non riuscivo a capire. Sono dovuta correre fuori, sporgermi dal viale. E lì, il respiro mi si è fermato in gola.
Dall’alto, la montagna aveva ceduto. Enormi massi, giganti di pietra fredda e spietata, avevano cancellato la carreggiata, coprendola da un lato all’altro. Ho visto un’auto che scendeva proprio in quel momento… il conducente ha ingranato la retromarcia, un riflesso disperato e provvidenziale che gli ha salvato la vita.
Sono scesa in strada correndo, con il terrore puro di trovare il peggio. Cercavo con gli occhi lamiere, corpi… e quando ho realizzato che non c’era nessuno, che la strada era miracolosamente vuota, ho tirato un sospiro così profondo che mi ha fatto quasi male il petto. La Madonna ci ha messo la mano. Ci ha protetti, ancora una volta.

I fantasmi del “e se…”

Ma è stato in quel momento di finto sollievo che il vero panico mi ha investito. L’adrenalina ha lasciato il posto a un tremore incontrollabile. Ho guardato quei massi e ho visto i fantasmi di quello che poteva essere. Ho pensato ai miei figli, che percorrono quel tratto a piedi per andare dai nonni, o per raggiungere gli amici alla Chiesa Nuova. Al pulmino dell’asilo, che sarebbe passato di lì a una manciata di minuti. Ai lavoratori, ai residenti, agli ospiti. Ognuno di loro poteva trovarsi esattamente lì sotto.

La rabbia e l’attesa

In breve, il nostro piccolo mondo si è fermato. Sono arrivati i vigili, la strada si è riempita di persone bloccate: chi aveva finito il turno e voleva solo tornare a casa, chi doveva andare a lavorare, turisti spaesati. Tutti a fissare quella muraglia invalicabile.
E mentre guardavo quei macigni imponenti, la paura ha iniziato a mescolarsi a un’ira lucida. Quei sassi sembravano urlare tutto il nostro sdegno per ciò che non era stato fatto. Perché non era la prima volta. L’11 settembre scorso la parete aveva già ceduto, sempre nello stesso punto. Un avvertimento, evidentemente inascoltato.
A tratti, in quei minuti concitati, so di essere potuta sembrare aggressiva. Ma era solo la reazione di chi realizza, con brutale chiarezza, quanto la vita sia appesa a un filo, a un ritardo di pochi secondi. Siamo sopravvissuti, per grazia di Dio, a una tragedia sfiorata. Ma da quel settembre, vivere qui è diventato faticoso, una costante incertezza.
Ora mi resta solo una speranza, che è anche una preghiera ostinata: che le mie e le nostre non rimangano parole disperse nel vento. Che chi ha l’autorità e il dovere di proteggerci intervenga in modo celere e definitivo. Non chiediamo l’impossibile, chiediamo solo che ci venga restituita la nostra strada e, con essa, il diritto di vivere la nostra normalità senza la paura che ci crolli addosso.