Santo del giorno
|28 giugno: il giallo di Sant’Attilio, il soldato egiziano che portò il Vangelo nel Piemonte pagano
Ci sono pagine di storia che non si leggono sui grandi manuali ufficiali o nei decreti formali della Curia romana, ma che si trovano scolpite nella memoria collettiva, nei racconti tramandati di generazione in generazione e nella fede profonda di una comunità. Il 28 giugno, per il calendario liturgico locale di una fetta di Piemonte, è il giorno di Sant’Attilio. Eppure, se andassimo a sfogliare i grandi volumi del Martirologio Romano, il suo nome non comparirebbe. Attilio è un santo “fantasma” per la burocrazia centrale, ma una certezza assoluta per gli abitanti di Trino Vercellese, che lo venerano da secoli come martire e patrono.
L’enigma delle origini e il silenzio dei testi
Di notizie biografiche certe su Sant’Attilio non ne sono sopravvissute. I documenti d’archivio tacciono e i dettagli della sua vita rimangono avvolti in una fitta nebbia. La storiografia locale colloca la sua figura in un periodo storico drammatico, compreso tra il III e il IV secolo d.C., in piena epoca di persecuzioni anti-cristiane nell’Impero Romano.
La mancanza di un inserimento nei registri ufficiali della Chiesa cattolica non ha minimamente scalfito il calore della festa odierna. Al contrario, ha alimentato il fascino di una vicenda che si collega a una delle leggende più epiche, cruente e suggestive del cristianesimo delle origini: l’epopea della Legione Tebea (o Tebana).
Il grande rifiuto: dalla lontana Tebe alle vette delle Alpi
Secondo i racconti tradizionali, Attilio non era un soldato qualunque. Faceva parte di una legione interamente composta da militari egiziani reclutati nella celebre città di Tebe. La particolarità di questo corpo d’armata imperiale era radicale: i soldati erano tutti di fede cristiana.
Alla fine del 200 d.C., la legione ricevette l’ordine di marciare verso l’Europa e valicare le Alpi per andare a sedare una pericolosa rivolta dei Galli. Una volta giunti sul posto, sotto il comando del generale Maurizio (divenuto poi San Maurizio), i legionari si trovarono di fronte a un vicolo cieco morale e religioso. L’imperatore (o i suoi comandanti) ordinò alla truppa di compiere un sacrificio propiziatorio agli dei pagani, o secondo altre versioni, di adorare l’immagine della stessa autorità imperiale come se fosse una divinità.
Per i soldati cristiani il rifiuto fu immediato e unanime. La reazione del comando romano fu spietata: la legione venne decimata, e i soldati giustiziati in massa tra le gole montane per insubordinazione e tradimento della religione di Stato.
La fuga in Piemonte e la missione nei villaggi isolati
La leggenda giornalistica si tinge qui di avventura e speranza. Un piccolo manipolo di soldati scampò miracolosamente al massacro d’alta quota, riuscendo a disperdersi lungo i valichi e a scendere sul versante italiano. Tra i fuggiaschi che trovarono riparo in pianura e nelle valli piemontesi c’era proprio Attilio.
Lungi dal nascondersi nel silenzio per salvarsi la vita, questi ex soldati imperiali si trasformarono in missionari clandestini. Attilio iniziò una serrata e coraggiosa opera di proselitismo, muovendosi di villaggio in villaggio tra le popolazioni di montagna e della pianura vercellese, che all’epoca erano ancora completamente immerse nel paganesimo. Fu proprio questo attivismo evangelico a costargli, alla fine, il martirio per mano delle autorità locali, sigillando con il sangue un legame con la terra piemontese che dura ancora oggi, nel 2026.
Mentre il grande meccanismo di Roma prosegue il suo cammino, a Trino Vercellese le campane suonano a festa per il loro legionario venuto dall’Egitto, dimostrando che a volte il cuore del popolo è più rapido e accurato di qualsiasi registro ufficiale.


