27 giugno: San Cirillo d’Alessandria, il vescovo guerriero che sconfisse l’eresia e incoronò la Vergine Maria.
Ci sono scontri ideologici che non si limitano alle aule di tribunale o alle accademie, ma che scuotono la stabilità di interi imperi. La vicenda terrena e dottrinale di Cirillo, vescovo della prestigiosa sede di Alessandria d’Egitto, rappresenta per la cronaca storica del V secolo d.C. il culmine di una contesa aspra e serrata che contrappose le due anime più potenti dell’Oriente cristiano: l’Egitto da una parte, e la sede patriarcale di Costantinopoli dall’altra, retta dall’intelligente e astuto Nestorio.
La scintilla bizantina: il “No” alla Madre di Dio
Il caso giornalistico esplose quando il patriarca Nestorio iniziò a contestare pubblicamente un titolo radicato da secoli nella devozione popolare e nella tradizione universale della Chiesa: quello di Theotokos, ovvero «Madre di Dio», riferito alla Vergine Maria. Secondo Nestorio, definire una donna madre dell’Altissimo era un assurdo logico. «Tutt’al più — sosteneva audacemente il patriarca — la potremmo chiamare Christotókos, cioè madre di Cristo».
Quella che a prima vista poteva sembrare una pura sottigliezza linguistica bizantina, in realtà smantellava il dogma chiave del Cristianesimo: l’Incarnazione. Se si divideva nettamente l’uomo Gesù dal Verbo divino, l’unione tra Dio e l’umanità diventava una semplice relazione passeggera e non un’unione sostanziale, o ipostatica, come definito dai teologi.
La discesa in campo del “Faraone” e i mesi di duro carcere
Di fronte a questa novità, Cirillo scese in campo con una fermezza incrollabile. Prese il via una guerra di lettere, sermoni e trattati filosofici. Nestorio, a corto di argomenti teologici, aizzò i suoi seguaci contro il rivale, affibbiandogli per spregio l’appellativo politico di «Faraone», per denunciarne il carattere autoritario e l’immenso potere sulla terra d’Egitto.
Nella disputa si intromise pesantemente lo stesso Imperatore di Costantinopoli che, schierato inizialmente con Nestorio, minacciò Cirillo di esilio e passò poi alle vie di fatto, facendolo rinchiudere per qualche mese in un duro regime di carcerazione. Ma il vescovo non si lasciò intimorire dalle catene: «Noi per la fede di Cristo — fece sapere al rivale — siamo disposti a subire tutto: il carcere, gli incomodi della vita e la stessa morte». Cirillo decise quindi di giocare la carta diplomatica definitiva, appellandosi formalmente all’autorità del Papa di Roma, Celestino I, il quale gli rispose affidandogli ufficialmente la difesa dell’ortodossia.
Il verdetto di Efeso e la notte delle fiaccole
Per disinnescare una diatriba teologica che minacciava di degenerare in rivolte cruente nelle piazze, l’imperatore si vide costretto a convocare nel 431 d.C. un concilio ecumenico a Efeso. Fu qui che il genio logico e la profonda cultura di Cirillo brillarono in tutta la loro chiarezza.
Davanti a un’assemblea attenta, Cirillo spiegò la sintesi del suo pensiero: «L’Emmanuele consta con certezza di due nature, quella divina e quella umana. Tuttavia il Signore Gesù è uno, unico vero figlio naturale di Dio, insieme Dio e uomo; non un uomo deificato, ma Dio vero che per la nostra salvezza apparve nella forma umana». Se Gesù è pienamente Dio e pienamente uomo in un’unica persona, Maria ha dato alla luce Dio fatto carne: dunque, è la Theotokos.
Il discorso convinse la quasi totalità dei padri conciliari. Nestorio uscì dal concilio sconfitto e condannato. Le cronache dell’epoca narrano che la fine del Concilio di Efeso fu accolta dai cittadini con un entusiasmo incontenibile: una grandiosa e spontanea fiaccolata notturna invase le strade in nome di Maria, la vera trionfatrice dell’assise.
Il teologo dei semplici e il riconoscimento tardivo
Oltre che polemista indomito, Cirillo fu un grandissimo pastore d’anime. Consumò gran parte della sua intelligenza nello “sminuzzare” i concetti più complessi della fede per metterli a disposizione dei fedeli più semplici, come testimoniano le sue 156 Omelie sul Vangelo di Luca e le sue Lettere pastorali.
Nonostante i suoi immensi meriti nella difesa della fede e nella santità di vita, l’Occidente latino riconobbe ufficialmente la portata del suo magistero solo in epoca moderna. Fu infatti il pontefice Leone XIII, nel 1882, a estendere il suo culto a tutta la Chiesa cattolica, conferendogli il titolo di Dottore della Chiesa, lo stesso titolo che oggi il Martirologio Romano sigilla solennemente, ricordando l’uomo che tenne salda la dottrina dell’unità in Cristo.


