25 giugno: San Guglielmo, il pellegrino scalzo che scappava dalla gloria per costruire un impero di fede in Irpinia
Ci sono uomini che passano l’intera esistenza a cercare un angolo di mondo in cui nascondersi, e un mondo che passa l’intera esistenza a inseguirli per metterne in luce la grandezza. La vicenda terrena di Guglielmo, l’abate vercellese spentosi il 25 giugno 1142 presso l’abbazia del Goleto, rappresenta per la cronaca storica del XII secolo l’epopea di un fuggiasco della celebrità. Nobile di nascita ma straccione per scelta, Guglielmo tentò più volte di sparire nel silenzio delle montagne, ma ogni sua grotta si trasformava, nel giro di poche settimane, in un formicaio di diseredati, boscaioli e giovani desiderosi di cambiar vita.
L’adolescenza estrema: a Santiago con una sola tunica
Nato nel secolo XI a Vercelli da una famiglia dell’alta aristocrazia, Guglielmo manifestò fin dalla più tenera infanzia una spiccata e quasi istintiva tendenza alla solitudine e alla pietà. La svolta radicale che ne mise in luce l’incredibile tempra arrivò alla precocissima età di 14 anni: spinto da un fervore mistico incontrollabile, il ragazzo lasciò la casa paterna per intraprendere il cammino verso il celebre santuario di San Giacomo a Santiago de Compostela, in Spagna.
La cronaca del viaggio ha dell’incredibile: Guglielmo camminò per migliaia di chilometri a piedi nudi, protetto da una sola e misera tunica e con i fianchi cinti dal doloroso cilicio. Né le gelate invernali, né la pioggia battente, né la fame o i ripetuti pericoli di vita messi in atto dai briganti stradali riuscirono a piegarne la tenacia.
L’altolà divino sulla via di Gerusalemme e il rifugio sul monte
Tornato dalla Spagna, il giovane progettò immediatamente un secondo e ancor più rischioso viaggio in Palestina, diretto al Santo Sepolcro di Cristo. Gravissimi ostacoli strutturali e politici gli sbarrarono la strada, spingendolo a ripiegare momentaneamente sulla vita eremitica sul Monte Solicchio, dove passò due anni digiunando e dormendo sulla nuda terra. Fu lì che operò il suo primo grande miracolo restituendo la vista a un cieco.
Infastidito dalla folla che quel prodigio aveva richiamato, si rimise in viaggio per Gerusalemme; ma Dio — secondo i racconti del Santo — gli apparve lungo il tragitto per notificargli un cambio di rotta: il suo campo di battaglia non sarebbe stata la Terra Santa, ma il Sud Italia. Dietro consiglio di San Giovanni da Matera, Guglielmo si stabilì nel Regno di Napoli, nascondendosi prima in una selva e poi arrampicandosi su un massiccio montuoso aspro, selvaggio e quasi inaccessibile, che avrebbe legato per sempre il suo nome alla storia: Monte Vergine (oggi Montevergine).
I miracoli di pietra e la sfida del fuoco
Anche sulla vetta irpina l’isolamento durò poco. Una folla di giovani postulanti lo raggiunse chiedendo di fare vita santa con lui. Guglielmo, imbracciando gli attrezzi, si mise personalmente a tracciare linee, scavare fondamenta e trasportare massi a spalla per edificare il primo nucleo del Monastero di Montevergine, dando ai compagni una regola severa basata su quella di San Benedetto.
La diffusione della sua santità divenne incontenibile, supportata da una catena impressionante di eventi prodigiosi narrati dalle cronache dell’epoca:
- Le guarigioni di massa: Per sua intercessione i muti acquistavano la parola, i sordi l’udito e i ciechi la vista nei villaggi campani.
- Le tramutazioni: In più occasioni l’acqua venne da lui mutata in ottimo vino per ristorare i viandanti stanchi.
- La prova dei carboni ardenti: Quando una donna di malaffare fu mandata per tentarlo nella castità, Guglielmo, per spegnere il fuoco della passione, si gettò nudo sopra un letto di carboni ardenti, uscendone completamente illeso tra lo stupore dei presenti.
Il consigliere dei Re e l’eredità meridionale
Le notizie di questi fatti giunsero presto alla corte di Palermo. Ruggero II, Re di Napoli e di Sicilia, concepì una venerazione sconfinata per l’eremita di Vercelli, nominandolo suo consigliere personale e raccomandando l’intero regno e la famiglia reale alle sue preghiere. Guglielmo, che tra le altre doti ricevette il carisma di prevedere con esattezza il giorno della morte propria e dei suoi interlocutori (compreso il re), passò gli ultimi anni a fondare nuovi cenobi sia per monaci che per monache in tutto il Meridione.
Come ricorda oggi solennemente il Martirologio Romano, la sua morte terrena si consumò nel monastero del Goleto a Nusco. Ma la sua eredità, incarnata da quel santuario di Montevergine aggrappato alla roccia, continua ancora oggi, nel 2026, a richiamare migliaia di pellegrini, testimoniando la vittoria di un uomo che scelse di farsi povero per arricchire il mondo.


