Logo
23 giugno: San Lanfranco di Pavia, il vescovo dei miracoli impossibili che destituì il boia

Ci sono faldoni d’archivio che leggendoli oggi, nel 2026, conservano intatta la freschezza e la suspense di un moderno legal thriller. La vicenda terrena di Lanfranco Beccari, esponente della nobile e potente famiglia de Beccaria e vescovo di Pavia nella seconda metà del XII secolo, è la cronaca giornalistica di un uomo amabile con i giusti ma d’acciaio contro i prepotenti. Un pastore che pagò con l’esilio la difesa della libertà ecclesiale contro le ingerenze dei Consoli ghibellini, e la cui fama di santità esplose all’indomani della morte, avvenuta il 23 giugno 1198 nel monastero vallombrosano del Santo Sepolcro.

A documentare la sua grandezza non sono solo le pagine scritte dal suo successore, il vescovo Bernardo, ma una fitta serie di atti notarili dell’epoca che registrano almeno 40 miracoli ufficiali. Tra questi, spiccano tre clamorosi casi di cronaca nera e giudiziaria risolti dall’intervento del Santo.

Il caso Boglario: i ceppi intatti e la cella vuota

Nel febbraio del 1202, le prigioni di Pavia ospitavano il giovane Giovanni Boglario, detenuto da lungo tempo e sottoposto a una durissima misura di coartazione: ceppi di ferro serrati a mani e piedi. Devastato dalle sofferenze fisiche, il ragazzo elevò una supplica disperata a Lanfranco, promettendo voto di servizio perpetuo nel convento del Santo Sepolcro in caso di liberazione.

La notte stessa, dopo aver sognato il Vescovo, il giovane si svegliò completamente libero: le manette e le cavigliere di ferro giacevano a terra, miracolosamente vuote ma ancora perfettamente chiuse a chiave. I custodi gridarono al tentativo di evasione, ma l’esame tecnico dei fabbri confermò l’assenza totale di segni di effrazione. Di fronte all’evidenza del prodigio, il tribunale concesse la grazia.

Il caso Verri: l’accoltellamento in cella e la cicatrice lampo

Pochi mesi dopo, il 1° giugno 1202, il detenuto Uberto Verri tentò una fuga disperata dai sotterranei del carcere, venendo però intercettato dalle guardie sulla Torre di Porta di Palazzo. Nonostante le promesse di resa, nella concitazione del fermo uno sgherro pugnalò Uberto al petto, lasciandolo agonizzante in un lago di sangue nella sua cella.

In fin di vita, il prigioniero invocò il nome di Lanfranco. La mattina seguente, i carcerieri scesero per recuperare il cadavere e si trovarono davanti a un uomo perfettamente risanato: la ferita profonda si era rimarginata e cicatrizzata nel giro di poche ore. Furono le stesse guardie sconvolte, compreso l’autore del ferimento, a firmare la testimonianza davanti al notaio.

Il caso Alberto da Novara: l’impiccato che non voleva morire

L’episodio più clamoroso e spettacolare della cronaca medievale pavese si consumò nell’ottobre del 1203 sul patibolo. Una carretta trasportava alla forca Alberto da Novara, criminale macchiatosi di gravi misfatti, ormai pubblicamente pentito e in preghiera costante verso il Santo.

Dopo l’esecuzione del primo condannato, il boia cinse il collo di Alberto con la corda e aprì la botola. Il corpo cadde nel vuoto, ma il respiro non si spezzò: l’uomo rimase appeso alla fune continuando a recitare preghiere ad alta voce. Increduli, gli assistenti lo tirarono su, controllarono la corda e tentarono l’esecuzione una seconda e poi una terza volta, arrivando persino a tirare Alberto per le gambe per accelerare il soffocamento. Ogni tentativo fu inutile: il condannato continuava a ringraziare San Lanfranco da sopra il ballatoio della forca. Davanti al palese stop imposto dal Potere Divino, le Autorità civili dovettero piegarsi e firmare la revoca della condanna a morte.

Il rogo spento di Gelasia

A questa straordinaria trilogia giudiziaria si aggiunge il dramma della giovane Gelasia, immortalato ancora oggi nei bassorilievi dell’Arca marmorea che custodisce il corpo del Santo nella chiesa a lui intitolata a Pavia. Falsamente accusata di aver avvelenato il proprio fratello, la ragazza venne condannata al rogo, ma uscì totalmente illesa e miracolosamente salva dalle fiamme grazie alla protezione di Lanfranco.

Come ribadito oggi dal Martirologio Romano, San Lanfranco Beccari fu prima di tutto un uomo di pace che patì molto per favorire la riconciliazione e la concordia nella sua città, lasciando ai posteri la certezza che nessuna catena umana, morale o giudiziaria è troppo forte per essere spezzata dalla giustizia del Cielo.