18 giugno: San Gregorio Barbarigo, il “vescovo vivo” che sconfisse la peste e riformò il clero.
Ci sono figure storiche che incarnano lo spirito di un’intera epoca, capaci di coniugare l’alta diplomazia internazionale con il soccorso più umile e rischioso nei quartieri popolari. La vicenda terrena del cardinale Gregorio Barbarigo, spentosi il 18 giugno 1697 durante l’ennesima visita pastorale, rappresenta la cronaca giornalistica di un’esistenza spesa interamente per l’applicazione dei decreti del Concilio di Trento. Nobile veneziano, Barbarigo divenne il punto di riferimento per il clero lombardo e veneto, tanto da essere considerato il vero erede spirituale di San Carlo Borromeo, del quale conservava una stima sconfinata e la cui biografia era l’unico libro da cui non si separava mai.
Dalla diplomazia di Westfalia alla paura della peste a Roma
Nato a Venezia nel 1625 da un’antica e nobile famiglia istriana, Gregorio ricevette dal padre una solida educazione scientifica e religiosa. A soli ventitré anni, la Repubblica di Venezia ne intuì le doti diplomatiche inviandolo a Münster, in Germania, come segretario dell’ambasciatore Alvise Contarini al celebre congresso di pace di Westfalia. Nei cinque anni trascorsi in terra tedesca, Gregorio strinse un’amicizia decisiva con il nunzio papale Fabio Chigi, il quale lo introdusse alla spiritualità di Francesco di Sales e lo spinse a laurearsi in diritto canonico all’Università di Padova, titolo conseguito il 25 settembre 1655.
Maturata nel frattempo la vocazione sacerdotale, Gregorio si trasferì a Roma su invito dello stesso Chigi, nel frattempo eletto Papa con il nome di Alessandro VII. La cronaca romana del giovane sacerdote subì però una drammatica svolta quando sulla capitale si abbatté la terribile epidemia di peste:
- Il mandato a Trastevere: Il Papa lo incaricò di coordinare i soccorsi nel rione più povero e popoloso.
- La confessione intima: In una lettera al padre, Gregorio non nascose le proprie umane debolezze: «Avevo una paura al principio, che mi sentivo morire».
- Il coraggio sul campo: Nonostante il terrore del contagio, si espose in prima linea organizzando il servizio delle carrette per la rimozione dei cadaveri, isolando le case infette e garantendo i sussidi alimentari e sanitari alle famiglie recluse.
Il “Vescovo Vivo” alla prova di Bergamo e Padova
Cessata l’emergenza sanitaria, la carriera ecclesiastica di Barbarigo si impose all’attenzione delle cronache italiane. Nominato vescovo di Bergamo, entrò in diocesi con lo stretto necessario, riordinando i monasteri, eliminando gli abusi liturgici e pianificando un grande seminario. Tuttavia, prima di poterlo inaugurare, venne creato cardinale e trasferito alla complessa diocesi di Padova.
L’arrivo nella città del Santo, avvenuto in forma strettamente privata, fu inizialmente osteggiato dal capitolo della cattedrale, che ne temeva il rigore morale e l’intransigenza. Ciononostante, il Barbarigo si dimostrò un pastore infaticabile:
- Le visite parrocchiali: Visitò personalmente e a più riprese le 320 parrocchie della diocesi, muovendosi anche verso i centri più isolati.
- Il colpo di mano finanziario: Per finanziare il nuovo seminario, che stabilì in un vecchio convento, ordinò la vendita di tutti gli oggetti d’oro e d’argenteria della curia padovana.
- L’alfabetizzazione religiosa: Come sottolineato dal Martirologio Romano, si dedicò a insegnare personalmente il catechismo ai fanciulli, insistendo affinché venisse spiegato nel loro dialetto locale per essere compreso da tutti.
L’eredità delle scuole e la gloria degli altari
La stima internazionale di cui godeva era tale che, nei due conclavi a cui prese parte per l’elezione del pontefice, il suo nome figurò costantemente tra i papabili, rischiando seriamente di salire al soglio di Pietro. Al momento della sua morte, il bilancio della sua opera educativa contava numeri straordinari: ben 42 scuole di dottrina cristiana nella sola città di Padova e 314 dislocate nell’intera provincia diocesana.
Il riconoscimento definitivo della sua santità arrivò nel 1960 per mano di un altro grande Papa di origini bergamasche, Giovanni XXIII, che lo incluse solennemente nell’albo dei santi, offrendo alla Chiesa il profilo di un uomo generoso con il prossimo e inflessibile solo con se stesso.


