Il profumo dei ricordi: perché stasera spegnerò il telefono e preparerò il mio bacile con le rose
C’è un profumo esatto che mi riporta all’infanzia. Non è quello della pioggia estiva o del ragù della domenica, ma l’aroma pungente, fresco e dolcissimo dei petali a mollo nell’acqua. Stasera, in quella terra di mezzo magica in cui la primavera esplode e l’estate inizia a bussare alle nostre porte, si rinnova uno dei riti più intimi e preziosi della nostra tradizione: la vigilia dell’Ascensione.
Nelle nostre case, o almeno in quelle dove la memoria non è ancora stata inghiottita dalla fretta quotidiana, tra poche ore si compirà un gesto silenzioso. Se chiudo gli occhi, posso ancora vedere le mani di mia nonna, mosse da una precisione quasi sacra.
Il rito dell’attesa: ‘o vacille cu ‘e rrose
Era lei a scegliere le rose più belle del giardino, a sfogliarle con una delicatezza infinita e ad adagiarle in un catino d’acqua fresca, mescolandole a volte con un po’ di menta selvatica, erba cedra o lavanda. Quel catino, che dalle nostre parti chiamiamo con affetto ’o vacille cu ’e rrose, veniva poi spostato sul davanzale della finestra o sul balcone, affidato al buio della notte e alla frescura della rugiada.
La storia che ci raccontava aveva il sapore delle fiabe, eppure noi bambini ci credevamo con tutta l’anima: si diceva che a mezzanotte in punto, nel momento esatto in cui Cristo ascendeva al Cielo, passasse a benedire quell’acqua, sfiorandola con un soffio di grazia divina.
Il mattino dopo, appena svegli, il primo gesto della giornata non era guardare fuori dalla finestra, ma immergere le mani in quell’acqua gelida e profumata per lavarsi il viso. Era molto più di un’abitudine: era purificazione, buon auspicio, una carezza che rasserenava l’anima per i mesi a venire.
A questa carezza intima e domestica se ne aggiungeva un’altra, legata a doppio filo a quello stesso inebriante sentore: ricordo anche la domenica che a messa don Raffaele gettava tra gli scanni i petali di rose e noi bambini ne raccoglievamo quanto più potevamo. Erano profumatissimi, piccoli tesori vellutati che rincorrevamo per le navate, stringendoli tra le mani felici come per catturare tutta la magia della festa.
Una carezza che resiste al tempo
Le cose, nel tempo, si sono trasformate. Una volta l’Ascensione si celebrava rigorosamente di giovedì, a quaranta giorni esatti dalla Pasqua, e questo piccolo rituale domestico animava la notte del mercoledì. Oggi, per ragioni di calendario liturgico e civile, la festa è scivolata alla domenica, e noi ci siamo adattati: il bacile si prepara il sabato sera.
Eppure, questo scarto temporale non ha minimamente scalfito la magia dell’attesa. Anzi. In un’epoca dominata dagli algoritmi, dalla luce blu degli schermi e da una comunicazione virtuale che spesso ci lascia più soli di prima, scorgere un catino pieno di petali su un balcone del nostro quartiere è un vero e proprio atto di resistenza emotiva.
- Ci ricorda chi siamo e quali sono le nostre radici.
- È un omaggio alle nostre nonne, custodi silenziose di una ritualità fatta di cura e amore.
- È un frammento di anima collettiva, un segreto di spiritualità e bellezza che ci ostiniamo a non voler perdere nei meandri di un futuro distratto.
Il mio invito per stasera
Stasera, cari lettori, vi lancio una piccola, dolcissima sfida. Prima di andare a letto, proviamo a fare un passo indietro.
Spegniamo gli smartphone. Prendiamo una ciotola, riempiamola d’acqua, tuffiamoci dentro qualche petalo di rosa e lasciamola fuori dalla finestra. Domani mattina, lavandoci il viso, l’acqua fresca e il profumo della nostra terra ci ricorderanno che la vera felicità, a volte, abita proprio in queste piccole, meravigliose cose semplici.

