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Antonio Cafiero e l’anima de “La Conca”: il capitano dei fornelli che ha stregato la Costiera

Antonio Cafiero e l’anima de “La Conca”: il capitano dei fornelli che ha stregato la Costiera

Ci sono luoghi in Penisola Sorrentina che superano il concetto di semplice cartolina turistica per trasformarsi in veri e propri santuari della memoria. Uno di questi è senza dubbio la Marina di Alimuri, a Meta di Sorrento, una spiaggia protetta da scogliere di tufo che da generazioni rappresenta il rifugio di pescatori e sognatori. È proprio qui, in questo microcosmo di roccia e risacca, che sorge “La Conca”, il ristorante guidato da Antonio Cafiero.

Le radici: dai Maestri d’Ascia al mito di Alimuri

Il nome stesso della baia in cui sorge il locale racchiude un duplice fascino. Gli studiosi lo fanno derivare dal termine greco alimureo (“luogo dove l’acqua è chiara” o “cascata d’acqua”), a causa delle gelide sorgenti dolci che affiorano scavando nella sabbia. I più romantici, invece, amano la leggenda di un giovane metese che qui sconfisse un capo saraceno, esclamando vittorioso: “Alì morì!”.
In questo lembo di terra denso di narrazioni, la famiglia Cafiero ha il mare letteralmente codificato nel DNA. Il padre di Antonio era un Maestro d’Ascia, un artigiano eccezionale capace di costruire a mano pescherecci e motoscafi ispirati ai famosi modelli Riva. Fu proprio lui che, intercettando il nascente turismo nautico, nel 1957 aprì sulla spiaggia un piccolo stabilimento balneare composto da poche cabine. Da quel piccolo seme è nato un progetto immenso.

Il capitano di lungo corso che ha scelto la cucina

Nonostante le radici familiari, il destino di Antonio sembrava inizialmente puntare verso altri orizzonti. Aveva infatti studiato per diventare capitano di lungo corso, sognando di navigare per il mondo al timone di navi imponenti. Il richiamo della cucina, però, è stato più forte. Influenzato dalla madre di origini venete e dalle letture appassionate della rivista La Cucina Italiana, Antonio ha compreso che il gusto poteva essere un’altra bussola per esplorare e raccontare un territorio.
Dopo aver gestito per anni lo stabilimento balneare con le sorelle in seguito alla scomparsa del padre, il 16 giugno 2002 ha deciso di fare il grande passo: nasce così, ufficialmente, il ristorante “La Conca”.

La “Concaterapia” e il coraggio del pesce povero

La cucina di Cafiero rifugge i sofismi chimici o gli artifici moderni, puntando dritto all’essenza. Il suo menù si fonda su pilastri rigorosi:

  • Stagionalità e Radici: Ogni piatto è un omaggio alla storia locale, cucinato esclusivamente con ciò che il mare e gli orti offrono giorno per giorno.
  • Nobilitazione del pesce azzurro: Sostenuto anche dalla filosofia di Slow Food, Antonio ha scelto di esaltare il pesce “povero”, come le alici o le alalunghe, dimostrando che non serve proporre aragoste per emozionare il palato.
  • I grandi classici: I suoi piatti iconici sono racconti commestibili, come lo Spaghetto con pesto di agrumi, noci del Piano, basilico e gamberi, o il Raviolo Caprese rivisitato (realizzato con sola acqua e farina) servito con un guazzetto di vongole, gamberi e pomodorini.

L’insieme di questi sapori, unito alla brezza marina e alla calda accoglienza, genera quella che Antonio definisce magnificamente “Concaterapia”: una profonda sensazione di pace e ricarica per l’anima.

Un’eredità familiare che guarda al futuro

Oggi “La Conca” è una macchina perfetta grazie alla sinergia della famiglia Cafiero. Al fianco di Antonio ci sono la moglie Rita e i figli: Mario, che segue le orme paterne in cucina con un tocco d’innovazione, e Lorena, che gestisce l’accoglienza con estrema cura dei dettagli.
A 69 anni, l’obiettivo di Antonio non è collezionare stelle Michelin, ma assicurarsi che il legame tra Meta e il suo mare resti indissolubile. Il suo sogno più intimo è vedere i figli condurre saldamente questa realtà, per potersi finalmente ritagliare il tempo di sedersi sugli scogli. Lì, con due canne da pesca in mano, potrà insegnare ai piccoli nipoti Andrea e Antonio l’arte della pesca, tramandando loro la preziosa cultura orale dei marinai che nessun libro potrà mai insegnare.