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3 maggio: Santi Filippo e Giacomo, le due colonne che sorreggono la fede e le opere.

Esistono legami che superano i secoli e le distanze geografiche. Filippo, l’uomo della ricerca pratica, e Giacomo, il custode della legge e della giustizia, ne sono l’esempio perfetto. Oggi la Chiesa non celebra solo la loro morte, ma la memoria della dedicazione della Basilica dei Santi Apostoli a Roma, dove le loro reliquie riposano in un abbraccio eterno che dura dal VI secolo.

Filippo: l’uomo del “Vieni e vedi”

Nativo di Betsaida, lo stesso borgo di Pietro e Andrea, Filippo era un ricercatore. Non aspettava il Messia passivamente: interrogava le Scritture, cercava segni. La sua cronaca inizia con un incontro folgorante al Giordano e un invito dolcissimo: “Vieni e seguimi”.
Nel Vangelo, Filippo emerge per la sua concretezza, quasi una dote da “amministratore” del gruppo. Fu lui a porre la domanda cruciale prima della moltiplicazione dei pani: «Dove troveremo pane per tutta questa gente?». Dopo la Pentecoste, la sua missione lo portò in Scizia e poi in Frigia. Qui, a 84 anni, il suo zelo per la conversione degli idolatri gli costò il martirio sulla croce.

Giacomo il Giusto: il Vescovo della Legge

Spesso chiamato “il Minore” per distinguerlo dal figlio di Zebedeo, Giacomo (figlio di Alfeo) era un uomo di un rigore ascetico impressionante. La tradizione lo descrive come un nazireo: mai un sorso di vino, mai carne, vesti di solo lino. Le sue ginocchia, si dice, erano diventate dure come quelle di un cammello per la troppa preghiera.
Primo Vescovo di Gerusalemme e protagonista del celebre Concilio, Giacomo è l’autore della Lettera Cattolica che contiene un monito ancora oggi attualissimo:

«La fede senza le opere è morta».

La sua fine fu brutale: a 96 anni fu precipitato dal tempio di Gerusalemme mentre pregava per i suoi persecutori, e finito con un colpo di mazza al cranio.