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25 maggio: San Beda il Venerabile, il gigante che scrisse la storia dall’ombra del chiostro

Il suo stesso nome, nella lingua dei suoi padri, era un destino segnato: Beda significa “uomo che prega”. Eppure, la cronaca della sua vita ci consegna il profilo di uno dei più straordinari motori culturali dell’umanità. Nato nel 672 sui confini della Scozia, Beda è l’incarnazione perfetta del motto benedettino ora et labora. La sua non fu una vita di viaggi e grandi palcoscenici politici, ma una lunga, feconda e silenziosa resistenza intellettuale e spirituale tra le mura del monastero.

Dall’infanzia al successo editoriale del Medioevo

Affidato a soli sette anni dai genitori a San Benedetto Biscopio, il piccolo Beda mostrò subito doti fuori dal comune. Educato nella pietà e nelle scienze, a 12 anni vestì l’abito benedettino, venendo poi ordinato diacono nel 691 e, successivamente, sacerdote.
Da quel momento, la sua cella si trasformò in una vera e propria casa editrice dello spirito. Beda firmò una cinquantina di opere che spaziavano dalla fisica alla storia, dalla cronologia all’esegesi biblica. La sua conoscenza dei Padri della Chiesa era così profonda, e i suoi scritti così autorevoli, che lui vivente le sue opere venivano già lette pubblicamente nelle chiese.

La calunnia di eresia e la lezione di stile

Come spesso accade ai grandi innovatori, la sua immensa scienza scatenò la gelosia di qualche contemporaneo, che arrivò ad accusarlo formalmente di eresia. La reazione di Beda fu un capolavoro di giornalismo difensivo e moderazione: scrisse un’apologia limpida e rigorosa, dichiarandosi pronto a fare un passo indietro qualora le sue idee fossero risultate erronee.

Il trionfo della dolcezza: La chiarezza e l’umiltà di quello scritto dissiparono la calunnia come nebbia al sole, trasformando i detrattori in ammiratori e consolidando la sua fama di consulente globale: da quel giorno, dotti e umili contadini si misero in fila per ricevere i suoi lumi.

L’ultimo “Gloria” e il titolo di Venerabile

Il segreto di Beda non fu lo sfoggio di erudizione, ma il soffio della pietà. Non diminuì la sua attività di scrittore nemmeno durante l’ultima, dolorosa malattia. La stima del mondo verso di lui era tale che, caso più unico che raro, venne soprannominato “Venerabile” mentre era ancora in vita.
Il sipario sulla sua parabola terrena si chiuse nel 735. Con la faccia rivolta verso l’altare della sua chiesa, cantò ad alta voce il Gloria Patri – il manifesto programmatico della sua intera esistenza – prima di spirare. Come ricorda la Scrittura: «Chi avrà praticato e insegnato, sarà grande nel regno dei cieli».