19 maggio: San Celestino V, l’eremita che disinnescò il potere della tiara
19 maggio: San Celestino V, l’eremita che disinnescò il potere della tiara
Se la politica moderna vi sembra caotica, la cronaca del 1294 vi lascerà senza fiato. Dopo due anni di totale stallo del conclave seguito alla morte di Papa Niccolò IV (avvenuta nel 1292, benché alcune cronache popolari dell’epoca confondessero le date), i cardinali presero una decisione senza precedenti: eleggere un eremita ottuagenario che viveva in una grotta. Pietro da Morrone, nato a Isernia nel 1221 in una famiglia sterminata di dodici figli, divenne improvvisamente il vicario di Cristo con il nome di Celestino V. Una nomina nata come miracolo politico e finita in un terremoto istituzionale.
Una vita in verticale: dalle fobie ai Celestini
La giovinezza di Pietro non fu fatta di accademie, ma di privazioni volute. A vent’anni scavò una cella così stretta da non potervi stare in piedi. Nel 1246 si trasferì sul Monte Morrone, vicino a Sulmona, dove affrontò cinque anni di isolamento totale, tormentato da visioni e incubi notturni che si placarono solo dopo il consiglio spirituale di un santo abate apparso in sogno.
Pietro non cercava il mondo, ma il mondo cercava lui. La sua fama di santità attirò discepoli sul Monte Maiella, portando nel 1274 all’approvazione papale della sua Congregazione, i “Celestini”, che in breve tempo arrivò a contare ben 36 conventi.
Il “Gran Rifiuto” e la fake news del Medioevo
L’elezione papale fu un trauma per l’anziano monaco. Provò a fuggire insieme al confratello Roberto, ma i re di Napoli e Ungheria, insieme a una folla di cardinali, lo scortarono fino alla cattedrale dell’Aquila per la consacrazione. Il governo della Chiesa, fatto di intrighi e dinamiche curiali, si rivelò però incompatibile con l’anima dell’eremita. Dopo pochissimi mesi, Celestino V prese una decisione che cambiò la storia: abdicò.
Fu una scelta dettata da una monumentale umiltà, ma i contemporanei non la presero bene. Dante Alighieri, nel III Canto dell’Inferno (verso 60), lo liquidò con parole durissime:
Il giudizio del Poeta:«Che fece per viltade il gran rifiuto».
Ma fu davvero viltà? La critica storica e la cronaca dei fatti smentiscono l’Alighieri. L’atto di Celestino alimentò le prime “fake news” della storia, secondo cui il suo successore, il pragmatico Bonifacio VIII, lo avesse costretto o raggirato per scippargli il posto.
La fuga sull’Adriatico e l’epilogo a Frosinone
Per evitare uno scisma e il pellegrinaggio incontrollato dei fedeli presso la grotta del Morrone, il nuovo Papa Bonifacio VIII chiese al Re di Napoli di scortare l’anziano Pietro a Roma. Sentito odore di prigionia, l’ex pontefice tentò una fuga disperata imbarcandosi sul mare Adriatico.
La sorte, o la provvidenza, si mise di traverso:
- La tempesta: Un vento contrario bloccò la nave, costringendola ad approdare a Vieste, nelle Puglie.
- L’arresto: Riconosciuto dalle autorità, Pietro fu condotto ad Anagni davanti a Bonifacio VIII.
- L’esilio finale: Ottenuto il riconoscimento definitivo della validità della sua abdicazione, si ritirò nella zona di Frosinone.
Pietro da Morrone passò l’ultimo scampolo di vita cantando lodi a Dio in compagnia di due soli monaci. Nel giorno di Pentecoste del 1296, previde la sua stessa morte, che lo colse per una febbre acuta il 19 maggio di quello stesso anno. Un finale silenzioso per l’uomo che aveva preferito la ricchezza dello spirito alla miseria del trono più potente del mondo.


