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“Il Vangelo nasce per liberare, non per appesantire”: la profonda riflessione di don Rito Maresca

“Il Vangelo nasce per liberare, non per appesantire”: la profonda riflessione di don Rito Maresca
Il parroco di Mortora a Piano di Sorrento invita la comunità a spogliarsi dei “fardelli” del perfezionismo, dei sensi di colpa e della religiosità di facciata.

Un messaggio di profonda umanità e di autentica liberazione spirituale. È quello affidato alla comunità da don Rito Maresca, parroco di Mortora (Piano di Sorrento), che in una sua intensa riflessione riporta l’attenzione sul cuore pulsante del messaggio cristiano: una fede che non schiaccia, ma che rende liberi.

Oltre la paura e il senso di colpa
Partendo dal duro monito del Vangelo di Matteo contro chi lega «fardelli pesanti e difficili da portare e li pone sulle spalle della gente» (Mt 23,4), don Rito offre una chiave di lettura tanto chiara quanto rivoluzionaria per la quotidianità di molti credenti. Il Vangelo, sottolinea il sacerdote, non è mai nato per essere un peso.

L’azione di Gesù mira a liberare l’uomo non solo dalla paura più assoluta, la morte, ma anche da quelle gabbie invisibili che spesso costruiamo da soli. Si tratta di sciogliere quei «meccanismi (anche religiosi) che legano nella paura, nel senso di colpa, nell’ansia di “non sbagliare mai”». Un invito a smettere di vivere la spiritualità come un esame perenne o come un’ansiosa rincorsa a una perfezione impossibile.

Salvare il cuore, non l’abitudine
Liberare, tuttavia, non vuol dire cancellare. Rifacendosi al Discorso della Montagna, don Rito ricorda che Cristo non è venuto ad abolire, ma a dare compimento. Che cosa significa questo nella vita di tutti i giorni?
Significa scendere in profondità:

Togliere la superficialità per salvare il cuore delle cose.

Abbandonare le convenzioni sterili, perché obbedire a una regola solo perché “si è sempre fatto così” trasforma la fede da sorgente di vita a zavorra insopportabile.

Una liberazione per amare “senza maschere”
Con grande empatia, il parroco di Mortora applica questa verità in primo luogo a se stesso, ricordando che la vera liberazione passa anche dall’affrancarsi dai propri peccati, dalle illusioni e da quei «falsi desideri che promettono tanto e poi svuotano».

È un percorso di spoliazione che ha uno scopo meraviglioso e vitale. Non ci si libera per restare vuoti, ma:

Per vivere una vita piena.

Per non avere paura di donare la propria vita agli altri.

Per amare senza contabilità, senza maschere e senza catene.

L’invito finale: qual è il tuo fardello?
L’intervento del parroco si chiude con un esercizio spirituale e intimo proposto a ogni lettore: guardarsi dentro oggi stesso per riconoscere il proprio personale “fardello”. Può essere un senso di colpa sterile, un “devo” che toglie il respiro, o una regola vissuta unicamente per terrore di sbagliare.

Il consiglio di don Rito è di deporre questo carico ai piedi di Gesù con una semplice preghiera: “Signore, questo peso non viene da Te: insegnami la tua libertà.” Una domanda che resta sospesa, come un invito alla rinascita: qual è il fardello che oggi vorresti lasciar cadere?