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Falerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopoFalerno affonda nel porto di Napoli, storia, valore e misteri di una nave simbolo della SPAN inabbissatasi 100 anni dopo

Non era una nave qualunque la Falerno. Per decenni è stata un simbolo della navigazione nel Golfo di Napoli, un nome familiare per intere generazioni di passeggeri diretti verso le isole, un’icona galleggiante di un’epoca in cui il mare rappresentava il vero tessuto connettivo tra la città e il suo arcipelago. Oggi, quella stessa nave giace inabissata al molo 28 del porto commerciale di Napoli, e il suo affondamento – avvenuto proprio mentre sembrava imminente una nuova vita sotto altra bandiera – si carica di interrogativi.

La Falerno e il valore storico della SPAN

Costruita nel 1965 dai Cantieri Navali Pellegrino di Napoli per la Società Partenopea di Navigazione, la Falerno nasce come motonave destinata ai servizi di collegamento tra Napoli e le isole del Golfo. Una nave robusta, in acciaio ordinario, lunga oltre 60 metri, capace di trasportare fino a 300 passeggeri, pensata per un mare che allora era infrastruttura primaria e non semplice cornice turistica.

Per anni la Falerno è stata ammiraglia della SPAN. In quel periodo, la SPAN rappresentava una realtà fondamentale per la mobilità marittima locale: non solo trasporto, ma continuità territoriale, lavoro, identità. La Falerno incarnava tutto questo: affidabilità, presenza costante, riconoscibilità. Era una nave che “faceva linea”, che garantiva collegamenti regolari, in un’epoca in cui il mare era ancora la via più naturale per Capri, Ischia e Procida. La nave è nota ancher per essere per essere stata, prima ancora, un’unità storica nei collegamenti con le isole pontine e napoletane.

La Società Partenopea di Navigazione comincia a macinare miglia nel 1925, mentre la prima unità di navigazione fu varata nel 1926, ironia della sorte esattamente un secolo il Falerno nave ammiraglia di quella compagnia affonda nel primo scalo campano in circostanze ancora non del tutto chiare.

Dalla linea alle feste: la seconda vita mondana

Con il passare degli anni e i cambiamenti del settore, la Falerno conosce una trasformazione. Dopo il passaggio alla Caremar nel 1976 e la vendita a una società privata nel 1999, la nave conserva il nome ma cambia funzione ed esce dai quadro orari. Diventa protagonista della vita notturna del Golfo, utilizzata per feste, eventi, serate esclusive. Una nuova identità, diversa ma comunque centrale nell’immaginario cittadino. Dal 1999 e’ assurta agli onori dei mari, dunque, sotto la guida degli armatori Cristiano Vassallucci e Alfonso Capodanno.

Questa seconda vita, tuttavia, si interrompe nel 2011, quando la nave viene fermata e ormeggiata stabilmente nel porto commerciale di Napoli. Da allora, la Falerno resta immobile, silenziosa, esposta al tempo, alla salsedine, all’oblio amministrativo che spesso accompagna le grandi unità dismesse. Successive rivisitazioni, l’hanno vista protagonista di cambi e scambi,  fino al 2005 ad esempio è stata denominata Surriento, l’ armatore al 2012 era la NUOVA NAVISERVICES – NAPOLI(paradossalmente una società che si occupa di sicurezza). Poi la rotta marocchina…

Gli avvisatori marittimi, infatti, sembrano certi che il relitto sia stato acquistato di recente per attività turistiche nei mari magrebini mentre, nulla si sa se fosse armata oppure no, quale fosse stata l’ultima pratica di spedizione, se a bordo vi fosse personale di “comandata” con funzioni ispettive e/o di guardia veglia. Questo per quanto quanto riguarda l’aspetto ordinario della questione, come pure non è chiaro se motori principali ed ausiliari fossero operativi o meno. Tutte domande a cui, quantomeno, un’istruttoria pervicace dovrà dare risposte.

Il trasferimento imminente e l’affondamento

Ed è qui che il racconto assume i contorni del mistero. Dopo oltre dieci anni di inattività, solo pochi giorni prima dell’affondamento, la Falerno cambia proprietà: da un imprenditore napoletano a una società marocchina. Il progetto è chiaro: rimorchiare la nave verso il Marocco, sottoporla a lavori di recupero e trasformarla in nave-ristorante, simbolo di rinascita e riuso.

Ma nella tarda mattinata di ieri, tutto si ferma. La Falerno si inabissa, quando erano da poco passate le 10,30, al molo 28, probabilmente a causa di una falla nello scafo. Interviene immediatamente la Capitaneria di Porto di Napoli, con sommozzatori e mezzi della Guardia Costiera, per individuare la perdita, mettere in sicurezza l’area e tutelare l’ambiente marino.

Nessun ferito, nessuna persona a bordo. Ma restano le domande.

Gli interrogativi

Com’è possibile che una nave destinata a un trasferimento internazionale non fosse stata sottoposta a una perizia tecnica approfondita? Nel lessico tradizionale delle compravendite navali, soprattutto quando era attivo lo Studio Tecnico Navale Forestieri, una domanda precedeva ogni altra: “La perizia è stata redatta?”

Possibile che nessun perito abbia rilevato una falla tale da compromettere la galleggiabilità?
E ancora: chi sosterrà ora i costi dello smaltimento del relitto, come già accaduto in passato con altre unità, ad esempio la MN Capri? Ancora una volta l’onere ricadrà sull’Autorità Portuale e, indirettamente, sui contribuenti?

Ulteriori interrogativi riguardano la presenza a bordo di una barbetta già installata: se la nave era ritenuta idonea alla rotta marocchina, perché questo elemento si è staccato quasi subito, impedendo il recupero e contribuendo all’affondamento?

Un porto che rischia di diventare cimitero

Il caso Falerno non è isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio e preoccupante. Navi ferme per anni, controlli sporadici, responsabilità frammentate. Il rischio è che lo scalo partenopeo si trasformi progressivamente in un cimitero di relitti, con conseguenze ambientali, economiche e d’immagine difficili da ignorare.

Un simbolo che affonda, una memoria che resta

La Falerno non era solo acciaio, motori e stazza. Era memoria collettiva, storia della navigazione napoletana, testimonianza di un’epoca in cui il mare univa davvero. Il suo affondamento, avvenuto nel momento più inatteso, mentre un nuovo futuro sembrava possibile, lascia l’amaro in bocca e apre l’ennesimo capitolo di misteri nel Golfo di Napoli, teatro antico di bellezza ma anche di depositi, relitti e verità sommerse.

Le perizie diranno cosa è successo dal punto di vista tecnico. Ma il giudizio sulla gestione delle navi dimenticate resta, e riguarda tutti.