Bolkstein e le Spiagge, in Spagna hanno rinnovato le concessioni per un secolo, potrebbero farlo anche in Italia?
Concessioni balneari e Direttiva Bolkestein: il modello spagnolo è davvero la soluzione per l’Italia? In Europa tutti o quasi sono arrivati a una soluzione, solo noi annaspiamo fra incertezze e ansie per gli stessi operatori, che si trovano in una situazione inaccettabile per un imprenditore che deve pensare a investire per il lungo periodo questo a Positano, a Meta, Sorrento, Amalfi comuni che Positanonews segue sempre . Dunque o si va o non si va all’asta, questo continuo tira e molla non fa bene a nessuno, sicuramente i canoni vanno adeguati e vanno tutelate certe categorie e alzato il livello di attenzione per gli investimenti di capitali sporchi o di eventuali monopolisti, ma guardiamoci intorno.
Nel complesso e decennale dibattito sulle concessioni balneari in Italia e l’applicazione della Direttiva Bolkestein (2006/123/CE), c’è un Paese che viene costantemente citato come esempio virtuoso da politici e associazioni di categoria: la Spagna.
Spesso si sente dire che Madrid sia riuscita ad aggirare l’obbligo delle gare pubbliche, garantendo ai propri operatori concessioni lunghe quasi un secolo. Ma come funziona realmente il sistema iberico? E soprattutto, può essere importato in Italia per risolvere l’impasse?
Ecco un’analisi di come la Spagna ha affrontato la questione e perché il suo modello è molto meno solido di quanto sembri.
1. Come funziona in Spagna: la Ley de Costas
In Spagna, la gestione del demanio marittimo è regolata dalla Ley de Costas (Legge delle Coste). Il punto di svolta che ha attirato l’attenzione dei balneari italiani è avvenuto nel 2013. In quell’anno, il governo spagnolo ha varato una profonda riforma della legge originaria del 1988, introducendo una novità enorme: la possibilità di prorogare le concessioni esistenti fino a 75 anni.
Questa estensione straordinaria è stata concessa senza passare per le procedure di evidenza pubblica (le gare) richieste dall’Europa. Il sistema iberico, tuttavia, presenta alcune differenze strutturali rispetto a quello italiano:
Strutture leggere (Chiringuitos): A differenza dei grandi “stabilimenti balneari” italiani spesso costruiti in muratura, in Spagna la maggior parte delle concessioni riguarda strutture in legno, leggere e smontabili. Le costruzioni permanenti di tipo residenziale o turistico pesante direttamente sulla sabbia sono severamente vietate e spesso soggette a demolizione per la tutela ambientale.
Libera cessione: Le concessioni spagnole di lunga durata possono essere vendute o cedute liberamente insieme all’azienda, creando un vero e proprio mercato immobiliare dei titoli concessori.
2. Perché piace (e illude) i balneari italiani
A prima vista, l’approccio spagnolo sembra il sogno di ogni balneare italiano. Una concessione garantita per 75 anni offre alle imprese una sicurezza a lungo termine, permettendo di ammortizzare gli investimenti, tutelare il valore storico delle aziende familiari e, soprattutto, evitare il rischio di perdere l’attività in una gara pubblica europea.
È proprio su questa base che in Italia si è spesso invocata una “via spagnola”, cercando giustificazioni nella salvaguardia degli investimenti o in presunti diritti acquisiti per prolungare le concessioni all’infinito.
3. Il rovescio della medaglia: la scure di Bruxelles
Tuttavia, la narrazione di una Spagna che ha “sconfitto” l’Unione Europea è inesatta. L’Europa, infatti, non ha affatto chiuso un occhio.
La Commissione Europea ha aperto una procedura d’infrazione formale contro la Spagna (così come contro il Portogallo). Bruxelles ha inviato a Madrid un parere motivato, contestando apertamente la riforma del 2013 e la proroga automatica delle concessioni. Secondo la Commissione, rinnovare le concessioni per decenni senza una procedura di selezione trasparente viola palesemente i principi di concorrenza della Direttiva Bolkestein, impedendo a nuove imprese di entrare nel mercato.
Oggi, i balneari spagnoli si trovano a fronteggiare lo stesso clima di incertezza dei colleghi italiani. Le associazioni di categoria iberiche stanno chiedendo a gran voce aiuti ai governi, consapevoli che il sistema attuale è a forte rischio di essere smantellato dalla Corte di Giustizia Europea.
Conclusioni: può essere un modello per l’Italia?
La risposta breve è no. Il modello spagnolo non è una soluzione praticabile per l’Italia per un motivo molto semplice: copiare la Ley de Costas oggi significherebbe importare una legge che l’Unione Europea considera illegale.
La mossa del governo spagnolo nel 2013 si è rivelata non una soluzione strutturale, ma solo un espediente temporaneo che oggi sta presentando il conto. L’Italia, avendo già subìto sentenze avverse sia dalla giustizia europea che dai tribunali nazionali (come il Consiglio di Stato), non ha più i margini temporali e legali per tentare proroghe generalizzate.
Piuttosto che inseguire il “miraggio spagnolo”, la strada più sicura e definitiva per l’Italia è elaborare una riforma seria delle gare pubbliche. Un sistema che accetti il principio europeo della libera concorrenza, ma che al contempo inserisca criteri chiari per riconoscere e indennizzare il valore aziendale, l’esperienza e gli investimenti fatti dai concessionari uscenti.


