Pompei, il sapere riaffiora: al via le Giornate di Studio “Scavi bibliografici”
di lucio esposito
POMPEI – Non solo reperti, affreschi e domus: la storia di Pompei riemerge oggi attraverso il “fogliame” di carta dei suoi studiosi. Ha preso il via ieri, 26 febbraio 2026, presso la Biblioteca del Parco Archeologico, il convegno internazionale “Scavi bibliografici. Biblioteche e archivi degli archeologi del Novecento”, un appuntamento di rilievo che vede la collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) e l’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI).
L’iniziativa, che proseguirà anche nella giornata odierna, si pone l’obiettivo ambizioso di trasformare i fondi di persona — i libri e le carte lasciate dai grandi archeologi del passato — in strumenti vivi per la ricerca contemporanea.
La memoria come “strumento vivo”
L’apertura dei lavori ha visto l’intervento del Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, e dei rappresentanti delle associazioni di categoria. Durante i saluti istituzionali, è stato sottolineato come le biblioteche e gli archivi d’autore non siano semplici depositi di polvere, ma “paradigmi bibliografici imprescindibili” per comprendere l’evoluzione dell’archeologia.
“Il nostro compito è fornire una mappatura oggettiva che permetta al dato di emergere nella sua autenticità”, è stato affermato durante la sessione inaugurale, richiamando il rigore metodologico di Italo Calvino nel descrivere ogni frammento, anche quello apparentemente privo di collocazione.
Il focus sulla “Pompeianistica”
La prima giornata è stata interamente dedicata ai cosiddetti “pompeianisti”. Pio Manzo, presidente di AIB Campania, ha espresso grande soddisfazione nel vedere la propria città ospitare un evento che tocca le radici identitarie del territorio. Gli interventi tecnici sono entrati nel vivo con l’analisi dei fondi conservati nella Biblioteca Fiorelli e nell’Archivio Storico del Parco.
Cristiana Del Fiacco (bibliotecaria) e Giuseppe Scarpati (referente dell’archivio) hanno illustrato il valore pratico di questi materiali, spiegando come le annotazioni a margine di un libro o una lettera privata possano fare luce sulle scoperte che oggi ammiriamo nell’area archeologica.
Verso una visione integrata: MAB
Un tema centrale emerso dal dibattito è la necessità di superare la divisione a compartimenti stagni tra diverse istituzioni culturali. È la prospettiva MAB (Musei, Archivi, Biblioteche), difesa con forza durante gli interventi: il patrimonio di memoria è unico e strettamente correlato. Come evidenziato dai relatori, un “buon patrimonio storico nasce da un buon patrimonio corrente”, richiamando l’importanza della corretta tenuta degli archivi contemporanei per non perdere la memoria del futuro.
Il programma e le voci del convegno
Il successo della call for papers ha permesso di costruire una “maratona intensissima” di interventi. Tra i casi studio presentati nella prima giornata:
Il fondo dell’architetto René von Schöfer e il suo legame con la Casa del Fauno.
La digitalizzazione del Fondo Sogliano per nuove forme di storytelling.
Il caso dell’archivio disperso di Giuseppe Fiorelli, padre della moderna archeologia pompeiana.
Le Giornate di Studio proseguono oggi, venerdì 27 febbraio, ampliando lo sguardo agli archeologi del Novecento su scala nazionale e internazionale, riaffermando Pompei non solo come luogo di scavo, ma come centro mondiale di produzione e condivisione della conoscenza.
Servizio a cura della redazione, basato sugli interventi della I Giornata (26 febbraio 2026).
Pompei, i “tesori di carta”: nove fondi d’autore svelano i segreti degli archeologi del Novecento
POMPEI – Dietro ogni grande scoperta archeologica non ci sono solo picconi e pennelli, ma anche biblioteche, appunti manoscritti e dediche tra colleghi che tracciano la mappa intellettuale di una disciplina. È questo il cuore del contributo presentato durante le Giornate di Studio “Scavi bibliografici” al Parco Archeologico di Pompei, dove sono stati accesi i riflettori sui nove preziosi “fondi di persona” oggi custoditi presso la Biblioteca del Parco.
Un patrimonio immenso che costituisce circa il 30% dell’intero posseduto librario (oltre 20.000 unità) e che è tornato finalmente fruibile grazie alla riapertura della biblioteca al pubblico avvenuta il 31 ottobre 2024, dopo quasi un decennio di inattività [02:09 ].
Il ritorno della “Biblioteca Scomparsa”
Il percorso di recupero ha un valore simbolico altissimo, specialmente nel ricordo di Vincenzina Castiglione Morelli, archeologa che nel 2015 denunciò con forza la chiusura della biblioteca definendola “scomparsa”. Oggi, il suo fondo — donato dalla figlia Emilia Del Franco — è l’ultima grande acquisizione del Parco, con 709 unità bibliografiche che testimoniano decenni di studi sulle oreficerie e sulle lucerne pompeiane [18:02 ].
I volti della ricerca: da Olga Elia a Vittorio Spinazzuola
L’analisi dei fondi permette di ricostruire biografie e reti di relazioni scientifiche:
Olga Elia: Direttrice degli scavi di Pompei fino al 1960. Il suo fondo (378 unità) è ricco di dediche autografe di illustri colleghi, tra cui spicca il nome di Amedeo Maiuri, a testimonianza di un’epoca d’oro dell’archeologia campana [04:11 ].
Vittorio Spinazzuola: La donazione Scotto di Frega (2008) ha portato a Pompei bozze di stampa, disegni e appunti manoscritti appartenuti a Spinazzuola, alla moglie Alda Levi e al genero Salvatore Aurigemma. Un nucleo che svela il “dietro le quinte” della ricerca scientifica [13:01 ].
Pietro Romanelli: Il fondo acquisito negli anni ’80 conta oltre 3.000 unità. Particolarmente interessanti sono gli estratti con le firme autografe degli autori, che permettono di mappare le collaborazioni internazionali dell’archeologo [06:32 ].
Una rete internazionale di donazioni
La biblioteca ospita anche il consistente fondo di Mireille Cébeillac-Gervasoni, epigrafista di fama mondiale. Ben 1.893 volumi trasferiti direttamente dalla Francia (Clermont-Ferrand) a Pompei nel 2018, completi di ex-libris e timbri che ne attestano l’originalità [15:57 ].
Non mancano i contributi legati al territorio, come il fondo di Giuseppe Filippo Di Mauro, incentrato sull’archeologia vesuviana e arricchito da numerose guide storiche, e la biblioteca specializzata del laboratorio di ricerche applicate dedicata ad Annamaria Ciarallo, pioniera della paleobotanica pompeiana [08:51 ].
Oltre il libro: l’impegno per il futuro
Il lavoro di catalogazione massiva, condotto da un team di esperti, non è solo un’operazione tecnica ma un atto di tutela della memoria istituzionale. Come sottolineato durante il convegno, queste donazioni rappresentano un’infrastruttura imprescindibile per la ricerca: senza le carte e i libri di chi ci ha preceduto, ogni nuovo scavo mancherebbe di una bussola fondamentale.
Oggi, grazie a questo sforzo corale, la “biblioteca scomparsa” è finalmente riemersa, pronta a offrire a studiosi e visitatori le chiavi di lettura per comprendere non solo la Pompei antica, ma anche la passione di chi ha dedicato la vita a scoprirla.
Servizio basato sulla relazione tecnica presentata il 26 febbraio 2026 presso il Parco Archeologico di Pompei.

Pompei, l’Archivio Ritrovato: come le carte segrete degli archeologi guidano i nuovi scavi
POMPEI – Per anni sono rimaste disperse in sedi provvisorie, talvolta “fuggite” in fretta dopo la chiusura di uffici storici o conservate in scatoloni anonimi. Oggi, le carte degli archeologi che hanno fatto la storia di Pompei nel Novecento tornano a casa e, cosa più importante, tornano a parlare. È questo il messaggio emerso dalla sessione pomeridiana delle Giornate di Studio “Scavi bibliografici”, che ha svelato il dietro le quinte del complesso lavoro di riordino dell’Archivio Storico del Parco Archeologico.
La rinascita dell’Archivio
Il funzionario archeologo Giuseppe Scarpati ha ripercorso le traversie dell’archivio, rimasto a lungo senza una sede stabile dopo l’addio agli storici uffici di Porta Marina. Solo negli ultimi tre anni, con la realizzazione di un nuovo edificio e l’arrivo di personale archivistico stabile, è stato possibile ricomporre un patrimonio che rischiava di andare perduto [01:53 ].
Non solo storia: carte che “scavano” ancora
L’aspetto più rivoluzionario emerso dal convegno è l’uso pratico di questi fondi. Non sono reliquie, ma mappe operative. Scarpati ha citato due casi emblematici:
Il Tempio di Iside: Il recupero delle relazioni e delle foto inedite del fondo Olga Elia è stato la “guida” per gli scavi del 2023. Grazie a queste carte, gli archeologi hanno potuto localizzare i punti esatti in cui riaprire i saggi della Elia, chiarendo fasi edilizie finora ignote [05:33 ].
La Casa di Giulio Polibio: Gli appunti e i lucidi di Vincenzina Castiglione Morelli (donati nel 2024) sono attualmente utilizzati per il nuovo grande progetto di restauro e valorizzazione della domus [07:02 ].
I quattro pilastri della memoria
L’archivista Rosanna De Simone ha presentato nel dettaglio i quattro fondi principali che coprono l’intero Novecento:
Antonio Sogliano (1870-1930): 27 faldoni che includono lettere personali e la corrispondenza sulla celebre vicenda del “tesoro della Pisanella”. Tra i documenti, spicca la nomina a ispettore firmata da Michele Ruggiero, intrisa di stima professionale [12:36 ].
Olga Elia (1929-1960): Un immenso patrimonio fotografico di oltre 2.200 scatti. Recentemente integrato con foto private che finalmente danno un volto alla “direttrice”: in una foto del 1926, la si vede ventenne, unica donna in un gruppo di soli uomini, tra cui Bartolo Longo [16:40 ].
Alfonso De Franciscis (1949-1976): Un fondo che ha rischiato la distruzione. Smembrato illegalmente dopo la sua morte, è stato parzialmente recuperato. Contiene acquerelli e “appunti di sopralluogo” presi in prima mano durante gli scavi all’Anfiteatro e a Oplontis [22:00 ].
Vincenzina Castiglione Morelli (fino al 2024): Un fondo “fresco”, appena giunto al Parco. Contiene quaderni, schede di studio sui reperti e lettere personali, come quella dell’amica Giuseppina Cerulli Irelli che descriveva l’archeologa come “elegantissima e complicata” [26:14 ].
“Oltre l’ufficialità”
Il convegno si è chiuso con un monito che è anche una missione: “Dobbiamo la nostra civiltà a generazioni di studi nascosti” [26:51 ]. L’obiettivo del Parco Archeologico di Pompei è ora quello di non lasciare più queste carte “nascoste” o in ombra, ma di renderle lo strumento primario per chiunque voglia interrogare il passato.
La Biblioteca e l’Archivio di Pompei si candidano così a diventare il “collettore” definitivo per tutti i fondi dei grandi pompeianisti, trasformando la polvere degli scaffali in nuova linfa per la ricerca sul campo.
Articolo basato sugli interventi di G. Scarpati e R. De Simone (26 febbraio 2026).

Pompei, l’ombra di Maiuri tra libri salvati e biblioteche disperse: il racconto di Umberto Pappalardo
POMPEI – Esiste un legame indissolubile tra l’archeologo e i suoi libri, una “rete di carta” che spesso sopravvive allo studioso ma che, troppo frequentemente, rischia di finire smembrata tra mercatini, solai e istituti diversi. È questo il grido d’allarme e, insieme, la suggestiva ricostruzione storica emersa durante l’intervento del professor Umberto Pappalardo (già docente all’Università Suor Orsola Benincasa) e dei curatori del convegno “Scavi bibliografici” a Pompei.
Al centro del dibattito, la figura titanica di Amedeo Maiuri, il soprintendente che ha dato il volto moderno a Pompei ed Ercolano, la cui biblioteca personale racconta oggi una storia fatta di gloria accademica, amicizie illustri e ferite di guerra.
Il mistero della biblioteca “scarna”
Un dato ha colpito i ricercatori: la biblioteca di Maiuri conta circa 2.500 volumi e 1.000 opuscoli [01:43 ]. Un numero che, per un uomo della sua statura scientifica, appare quasi esiguo. Pappalardo ha contribuito a chiarire il mistero: Maiuri viveva a Palazzo Reale a Napoli e godeva della vicinanza della Biblioteca Nazionale e di quella del MANN, istituzioni che frequentava quotidianamente.
Tuttavia, emerge un’ipotesi drammatica legata alla Seconda Guerra Mondiale. Durante il convegno è stata mostrata una foto del bombardamento di Palazzo Reale [03:09 ]: tra le macerie si vede una distesa di libri di archeologia e storia dell’arte rovesciati al suolo. Accanto, un cappello che sembra proprio quello tipico del Soprintendente. Il sospetto è che una parte consistente del sapere di Maiuri sia andata letteralmente in fumo sotto le bombe del 1943.
Maiuri filologo: dalle etichette colorate a Virgilio
Nonostante le perdite, ciò che resta del fondo Maiuri rivela un metodo di lavoro rigoroso e “cromatico”. L’archeologo faceva rilegare i suoi volumi in modo uniforme, utilizzando etichette di colori diversi per distinguere le materie (ad esempio, rosso per la storia, verde per l’archeologia) [04:11 ].
Particolarmente ricco è il filone dedicato a Virgilio e all’Antro della Sibilla a Cuma, che dimostra la sua natura di “archeologo-filologo” capace di far dialogare le fonti classiche con lo scavo sul campo [03:52 ].
Amicizie e rivalità: il “Caro Amico” tra le righe
La biblioteca di Maiuri è anche un termometro dei rapporti di potere dell’epoca. Tra le migliaia di dediche autografe si leggono i nomi dei grandi protagonisti del Novecento: da Benedetto Croce ai critici d’arte più influenti, fino ai colleghi “pompeianisti”.
Curioso il dettaglio sottolineato dai relatori: le dediche traboccano di epiteti come “all’illustrissimo” o “al caro amico”, espressioni di una cortesia accademica che però, nella realtà dei fatti, nascondeva spesso accese rivalità professionali e umane [05:19 ].
Una piattaforma per riunire i frammenti
L’intervento ha lanciato una proposta concreta: creare una piattaforma digitale che metta in rete gli inventari delle biblioteche d’autore oggi disperse tra Italia, Berlino e Stati Uniti [00:24 ]. Pappalardo, che curò personalmente il passaggio del fondo dalla figlia di Maiuri, Bianca, alle istituzioni, ha sottolineato l’urgenza di “vincolare” queste raccolte prima che vengano smembrate dagli eredi o messe sul mercato.
Se è vero che la biblioteca di Pappalardo stesso è stata già donata al Santuario di Pompei per garantirne l’unità [00:48 ], l’obiettivo per il futuro è che il Parco Archeologico diventi il fulcro di questo recupero. Pompei non è fatta solo di pietre, ma della memoria di chi quelle pietre ha saputo far parlare: e quella memoria, oggi, ha bisogno di essere protetta tra gli scaffali di una biblioteca condivisa.
Articolo redatto sulla base dell’intervento di Umberto Pappalardo e del dibattito scientifico del 26 febbraio 2026.

Pompei, luci e ombre di un Titano: la parabola umana e le “vendette” contro Amedeo Maiuri
POMPEI – Dietro l’immagine austera del Soprintendente che ha scavato metà Pompei, si nasconde la storia commovente e amara di un uomo che ha pagato con l’indigenza e il “crepacuore” la propria dedizione assoluta allo Stato. È il ritratto inedito e toccante di Amedeo Maiuri emerso durante l’intervento del professor Umberto Pappalardo alle Giornate di Studio “Scavi bibliografici”.
Il racconto, arricchito dai ricordi personali di Bianca Maiuri (figlia dello studioso), svela un mondo di “generali, cordoni dorati e senatori” che faceva da contraltare a una vita privata riservatissima e, negli ultimi anni, segnata da una profonda povertà [01:42 ].
La vita a Pompei: tra silenzio e “nozze di serpenti”
Pappalardo ha rievocato i weekend di Maiuri a Pompei, quando il Soprintendente cercava rifugio nella sua abitazione all’interno degli scavi per scrivere i suoi articoli. Un’oasi di pace spesso interrotta dai vicini: da un lato la “Villa dei Pavoni”, dall’altro la casa del collega Spano, le cui figlie amavano ballare e suonare il pianoforte. Bianca raccontava di un Maiuri furibondo che lanciava le carte in aria perché il baccano non gli permetteva di concentrarsi [06:25 ].
Il fondo Maiuri: salvato dalla necessità
Il prezioso fondo archivistico e bibliografico di Maiuri non è giunto agli studiosi per una donazione spontanea, ma per una necessità economica drammatica. Alla morte del Soprintendente, la famiglia versava in tali condizioni di indigenza da dover sopravvivere affittando la villa di Capri (comprata con i risparmi dell’Accademia dei Lincei). Per aiutare Bianca e la madre, il professor Pappalardo convinse il Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa ad acquistare libri e carteggi, gonfiando — per sua stessa ammissione — il valore del fondo pur di far arrivare ossigeno economico alla famiglia [03:30 ].
Le “vendette trasversali” e la Corte dei Conti
Il passaggio più amaro riguarda il declino politico di Maiuri. Nonostante l’ammirazione internazionale e il rapporto di stima con il Presidente della Repubblica Gronchi, Maiuri fu vittima di quello che Pappalardo definisce “le nozze dei serpenti”: le invidie accademiche e istituzionali.
L’archeologo fu denunciato alla Corte dei Conti con un’accusa paradossale: aver “regalato” il lapillo di risulta degli scavi di Pompei (Regioni I e II) alle ditte che stavano costruendo l’autostrada Pompei-Salerno. In cambio del materiale da costruzione, le ditte scavavano gratuitamente ampie zone del sito archeologico. Un’operazione di project financing ante litteram che lo Stato interpretò come un danno erariale [09:00 ].
Un finale senza onori
Per anni, lo stipendio e la pensione di Maiuri furono bloccati o decurtati per risarcire lo Stato. La moglie scrisse disperata al Ministro chiedendo come poter mangiare [11:16 ]. Nonostante fosse stato scagionato post-morte, Maiuri morì di “crepacuore”, abbattuto da un sistema che — come ricordato dal professor Giordano — non è mai stato “profeta in patria” [10:33 ].
“Mentre all’estero gli americani e i finlandesi gli dedicavano busti in bronzo, a Pompei nessuno ha mai pensato di tributargli il giusto onore” [10:05 ], ha concluso Pappalardo. Un intervento che restituisce non solo l’archeologo, ma l’uomo, vittima della stessa burocrazia che aveva servito con onore per oltre trent’anni.
Articolo basato sulla testimonianza del Prof. Umberto Pappalardo (26 febbraio 2026).

Pompei, il “giallo” dei lucidi di Matteo della Corte: un tesoro disperso tra la Germania e gli USA
POMPEI – Matteo della Corte era un avvocato senza una formazione specifica che, per amore della storia, divenne il più grande lettore di iscrizioni e graffiti di Pompei. Eppure, oggi, il cuore della sua eredità scientifica — migliaia di lucidi che riproducevano fedelmente scritte ormai scomparse dalle pareti — non si trova in Italia. A rivelare i dettagli di questa “fuga di cervelli e di carta” è stata l’archeologa Grete Stefani, già direttrice degli scavi, durante il convegno dedicato alle biblioteche storiche.
L’avvocato che leggeva i graffiti
Nato a Cava de’ Tirreni nel 1875, Della Corte iniziò a pubblicare su Pompei nel 1901. Nonostante le scarse disponibilità economiche e una vita “grama” [03:01 ], riuscì a ottenere un onore immenso per un italiano dell’epoca: curare tre fascicoli del prestigioso Corpus Inscriptionum Latinarum di Berlino, compito fino ad allora riservato quasi esclusivamente a studiosi tedeschi [04:35 ].
Della Corte aveva un dono: riusciva a leggere migliaia di piccole iscrizioni, spesso graffite sull’intonaco e quasi inintelligibili. Per salvarle dall’erosione, applicava fogli di carta lucida direttamente sui muri e ne ricopiava i tratti. Erano documenti unici: dopo un solo anno di esposizione, molti di quei graffiti scomparivano per sempre [06:51 ].
Il miliardario americano e l’esodo dell’archivio
Il destino dell’archivio di Della Corte fu segnato dalla sua indigenza. Prima di morire, nel 1962, lo studioso strinse un accordo con un miliardario americano, Alee Vanderpool, che in cambio di aiuti economici e regali ottenne il diritto di possedere la biblioteca e l’archivio dell’archeologo dopo la sua scomparsa [07:50 ].
Grete Stefani ha raccontato di aver lavorato nello studio di Vanderpool nel 1970, testimoniando come l’archivio fosse già allora mutilato. I famosi lucidi originali erano stati spediti a Berlino per essere pubblicati, finendo nella Germania Est comunista [10:37 ]. Da allora, di quei documenti si sono perse le tracce in Italia: “Non mi risulta che siano mai tornati indietro dalla Germania”, ha dichiarato la Stefani [11:00 ].
Da Pompei a Los Angeles: il fondo al Getty Center
Il resto del materiale (opuscoli e libri) seguì Vanderpool negli Stati Uniti quando questi decise di lasciare l’Italia. Oggi quel patrimonio si trova a Los Angeles, presso il prestigioso Getty Research Institute (Colgate Center), dove è stato scansionato e reso parzialmente consultabile online [12:08 ].
L’appello: “Basta dispersioni”
Il racconto della Stefani si è concluso con un appello accorato per evitare che altre biblioteche storiche facciano la stessa fine. Il riferimento è alla ricchissima collezione di Angelo Andrea Casale, studioso di Boscoreale scomparso recentemente, la cui biblioteca è “favolosa” e poliedrica [13:37 ].
“Spero che non arrivi il miliardario giapponese, americano o russo di turno a portarla via”, ha ammonito l’archeologa, auspicando che la nuova Biblioteca Fiorelli di Pompei possa finalmente diventare il porto sicuro per i tesori di carta dei grandi studiosi del passato.
Servizio basato sull’intervento di Grete Stefani (26 febbraio 2026).

Pompei, la voce dei muri: il “latino di strada” e il mistero dell’archivio del Papa
POMPEI – Non è il latino forbito di Cicerone, ma quello degli uomini comuni che 2.000 anni fa scrivevano sui muri: “Mamma mia, cosa mi è successo oggi?” o messaggi d’amore e di rabbia. È il cosiddetto latino substandard, un patrimonio di oltre 12.000 iscrizioni parietali che rappresenta il vero anello di congiunzione tra la lingua di Roma e le lingue romanze. A sottolinearne l’importanza è stato l’archeologo Antonio Varone, già direttore degli scavi, in un intervento che ha mescolato rigore scientifico e aneddoti di vita vissuta nell’amministrazione del Parco.
L’archivio “nella testa” del Papa
Varone ha ricordato i suoi primi anni a Pompei, quando l’archivio non era retto da criteri scientifici, ma dalla memoria prodigiosa di un funzionario di nome Ferullo, soprannominato da tutti “il Papa” [02:00 ]. “Bastava chiedergli una carta e lui, in due minuti, la tirava fuori”, ha raccontato Varone. Tuttavia, quell’ordine rispondeva solo al pensiero di Ferullo: una volta andato in pensione, l’archivio divenne un labirinto indecifrabile, aggravato dallo smembramento degli uffici e dal fatto che preziosi documenti rimasero per anni accatastati sul pavimento prima di trovare una sistemazione [03:22 ].
La caccia ai lucidi tra Berlino e Los Angeles
In risposta al “giallo” sollevato da Grete Stefani sulla dispersione dei materiali di Matteo della Corte, Varone ha fornito rassicurazioni importanti. Sebbene molti lucidi originali siano finiti a Berlino o negli USA, il lavoro di recupero è costante:
Il blitz a Berlino: Varone ha rivelato di essere riuscito a fotocopiare e recuperare tutto il materiale mandato da Della Corte all’Accademia delle Scienze di Berlino (che non era stato inserito nei supplementi del CIL), utilizzandolo per le nuove pubblicazioni scientifiche [14:37 ].
Le “peste e corna” di Los Angeles: Stefano De Caro ha potuto esaminare le carte di Della Corte al Getty Center di Los Angeles, scoprendo appunti personali pepati in cui l’archeologo diceva “peste e corna” di tutti i colleghi dell’epoca [13:56 ].
Il recupero delle foto di Maréchal
Un’altra operazione di salvataggio ha riguardato il fondo fotografico di Robert Maréchal, paleografo che nel 1957 documentò i principali gruppi di iscrizioni. Gli originali sono alla Sorbona di Parigi, ma Varone ha rintracciato i positivi all’Università La Sapienza di Roma. Grazie a una massiccia operazione di rifotografazione, oggi il Parco Archeologico di Pompei possiede i negativi di quegli scatti fondamentali [16:56 ].
La nuova frontiera: la foto-lettura digitale
Varone ha infine spiegato il suo metodo innovativo per lo studio dei graffiti. Poiché il disegno manuale è spesso “tradito” dall’interpretazione del disegnatore, che può aggiungere o omettere tratti, l’archeologo oggi pubblica la fotografia originale sovrapponendo digitalmente la propria selezione dei tratti [19:56 ]. Questo permette a chiunque di verificare la lettura in tempo reale, rendendo la scienza epigrafica trasparente e verificabile.
“Lo studio dei graffiti è la fotografia delle esigenze e dei luoghi comuni di una popolazione di 2.000 anni fa”, ha concluso Varone, ribadendo che Pompei è, prima di tutto, un immenso archivio a cielo aperto dove i muri hanno ancora molto da raccontare.
Articolo basato sull’intervento di Antonio Varone (26 febbraio 2026).

Intervista rilasciata dal Professor Antonio Varone, Direttore Emerito degli scavi di Pompei, a margine della giornata di studi del 26 febbraio 2026.
Pompei, il Professor Varone: «Le lettere private sono la chiave per capire la storia oltre i documenti ufficiali»
POMPEI – Non chiamatela solo “operazione nostalgia”. Il lavoro di recupero degli archivi e delle biblioteche dei grandi archeologi del passato è una vera e propria missione scientifica che mira a ricostruire la storia di Pompei “a tutto tondo”. A ribadirlo con forza è il Professor Antonio Varone, già direttore degli scavi, che in una breve ma intensa intervista ha spiegato il valore profondo del progetto “Scavi Bibliografici”.
Oltre la freddezza dei verbali
Secondo Varone, la documentazione conservata negli archivi privati — appunti, bozze e soprattutto corrispondenza — possiede una forza rivelatrice che i verbali ufficiali non possono avere. «Tanti documenti sono di importanza notevolissima per poter cogliere la conoscenza di un’epoca che si avvale anche di lettere private», ha spiegato il Professore [00:45 ].
Questi scritti permettono di far emergere «emozioni e sensazioni» che solitamente non traspaiono dalla burocrazia delle soprintendenze, offrendo uno sguardo umano e inedito sulla vita dei protagonisti della ricerca archeologica del Novecento [00:57 ].
L’ombra di Benedetto Croce e il legame con Maiuri
Un esempio concreto citato da Varone è il rapporto tra l’archeologia e il pensiero filosofico dell’epoca. Il Direttore Emerito ha ricordato come la figura di Benedetto Croce “aleggiasse” con il suo pensiero estetico sulle scelte di quegli anni [01:09 ].
Varone ha rievocato i momenti in cui il filosofo incontrava Amedeo Maiuri a Sorrento, influenzando e indirizzando con le sue idee la visione dello studioso [01:18 ]. Rieditare questi documenti significa, dunque, non solo fare cronaca, ma fare «storia a tutti gli effetti».
Il lavoro delle “formichine”
Con una metafora suggestiva, il Professor Varone ha descritto il ruolo degli studiosi e degli archivisti impegnati in questa ricerca: «Facciamo le formichine che portano la mollichina nella pagina grande, nel libro della storia» [01:33 ]. Un lavoro paziente e minuzioso che, frammento dopo frammento, permette di rispolverare teorie e fatti che meritano di essere conosciuti dalle nuove generazioni, garantendo che la memoria di Pompei non resti sepolta sotto la polvere degli scaffali.
Intervista a cura di Positanonews TV (26 febbraio 2026).

Intervista a Pio Manzo, Presidente della sezione Campania dell’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), realizzata durante le giornate di studio a Pompei.
Biblioteche d’autore e memoria storica: Pio Manzo (AIB) spiega il valore degli “Scavi Bibliografici”
POMPEI – Nel cuore del Parco Archeologico, l’attenzione non è rivolta solo a ciò che emerge dal sottosuolo, ma anche a ciò che è custodito tra gli scaffali. Pio Manzo, Presidente dell’AIB Campania e tra i principali organizzatori del convegno “Scavi Bibliografici”, ha illustrato ai microfoni di Positanonews il senso di un’iniziativa che unisce biblioteconomia, archivistica e archeologia.
Una collaborazione per le biblioteche del ‘900
L’evento nasce da una sinergia stretta tra l’Associazione Italiana Biblioteche, la Commissione Archivi e Biblioteche Speciali dell’AIB e il Parco Archeologico di Pompei [00:46 ]. L’obiettivo principale, come spiegato da Manzo, è quello di accendere un riflettore su una tipologia specifica di patrimonio: le biblioteche degli archeologi del Novecento [01:05 ]. Questi fondi, complessi e ricchi di sfaccettature, richiedono una riflessione metodologica per la loro conservazione e valorizzazione.
Il fascino delle “ipotesi superate”
Rispondendo a una domanda sul rischio di rimettere in circolo vecchie teorie ormai superate dalla scienza moderna, il Presidente Manzo ha sottolineato come proprio in questo risieda il valore della memoria storica.
«Il bello delle carte d’archivio è anche questo: una teoria che in passato poteva essere giusta e poi con il tempo è diventata tutt’altro», ha affermato [01:52 ]. Ricostruire il percorso intellettuale degli studiosi — da dove sono partiti e quali errori hanno commesso — è fondamentale per comprendere come si sia arrivati alle certezze scientifiche odierne.
Archivi fotografici: una finestra sul passato
Il convegno non si limita ai testi scritti. Manzo ha anticipato che durante le sessioni di studio vengono presentate relazioni arricchite da materiale fotografico inedito emerso proprio dallo “scartabellare” tra i documenti d’archivio [02:15 ]. Immagini che restituiscono non solo i dettagli tecnici degli scavi, ma anche il clima umano e professionale delle epoche passate.
In conclusione, l’attività dell’AIB a Pompei si conferma come un ponte necessario tra la conservazione del libro e la ricerca scientifica, ribadendo che la storia di un sito si scrive tanto sul campo quanto tra le carte di chi lo ha studiato.
Intervista di Positanonews TV a Pio Manzo (26 febbraio 2026).

Intervista a Giuseppe Scarpati, funzionario archeologo del Parco Archeologico di Pompei, rilasciata durante le giornate di studio dedicate agli archivi storici.
Pompei, Giuseppe Scarpati: «L’archivio è un vero scavo archeologico che guida le ricerche del futuro»
POMPEI – Documenti, disegni e fotografie non sono solo polvere del passato, ma strumenti vivi per la progettazione scientifica. A sottolinearlo con forza è Giuseppe Scarpati, funzionario del Parco Archeologico, che ai microfoni di Positanonews ha spiegato il profondo lavoro di rinnovamento che sta interessando il patrimonio documentario pompeiano.
Nuove sedi per la memoria
Negli ultimi anni, il Parco ha intrapreso un’importante opera di riorganizzazione logistica. La biblioteca ha trovato la sua collocazione definitiva nell’edificio di San Paolino, mentre le carte storiche, l’archivio fotografico e l’archivio dei disegni sono stati trasferiti presso i nuovi uffici della Direzione [00:34 ]. Questo riassetto non è solo spaziale, ma funzionale a una maggiore accessibilità e protezione dei dati.
Lo “scavo” tra le carte
Scarpati propone una metafora affascinante: consultare un archivio storico è, a tutti gli effetti, un’operazione archeologica. «Gli archivi consentono sicuramente di fare uno scavo all’interno delle carte, un vero e proprio scavo archeologico», ha affermato il funzionario [01:20 ].
Interrogare questi documenti permette di far emergere dati inediti e informazioni preziose che non sono fini a se stesse, ma diventano la base per programmare e progettare le nuove ricerche sul campo. La memoria degli studiosi del passato diventa così la bussola per gli archeologi di oggi [01:31 ].
I fondi personali del Novecento
Il focus della giornata, ha precisato Scarpati, è stato dedicato specificamente ai fondi personali lasciati dai grandi archeologi che hanno operato a Pompei nel XX secolo [02:12 ]. Si tratta di lasciti composti da corrispondenza, diari di scavo e fotografie private che hanno arricchito immensamente il patrimonio del Parco, offrendo una visione “interna” e meno ufficiale della storia delle scoperte.
Un pensiero è andato anche a chi, come Caterina Cicirelli, ha gestito per decenni l’archivio fotografico, a testimonianza di una continuità professionale che è il vero pilastro della conservazione a Pompei [01:51 ].
Intervista a Giuseppe Scarpati (26 febbraio 2026).

Conclusioni: Pompei, la Rinascita della Memoria
Le giornate di studio “Scavi Bibliografici” hanno segnato un punto di svolta fondamentale per il Parco Archeologico di Pompei. Se per secoli l’attenzione del mondo si è concentrata esclusivamente sui reperti e sulle domus, oggi emerge con forza la consapevolezza che il “tesoro di carta” (archivi e biblioteche) ha lo stesso valore del “tesoro di pietra”.
Dagli interventi dei protagonisti — direttori, archeologi e bibliotecari — emergono tre pilastri fondamentali:
1. Dall’Archivio “Personale” alla Gestione Scientifica
È finita l’era degli archivi ordinati secondo la memoria dei singoli (come il leggendario “Papa” Ferullo) o dispersi in sedi precarie. La nuova Biblioteca Fiorelli e i locali della Direzione offrono oggi una casa sicura e sistematizzata a un patrimonio che ha rischiato la dispersione tra mercatini dell’usato e collezioni private estere (come i fondi finiti a Los Angeles o Berlino).
2. Lo Scavo tra le Carte come Guida al Cantiere
Le carte di Olga Elia, Matteo della Corte e Amedeo Maiuri non sono cimeli, ma strumenti operativi. Il successo dei nuovi scavi (come quelli al Tempio di Iside nel 2023) dimostra che consultare i diari e le foto inedite del Novecento permette di risparmiare tempo, evitare errori e localizzare con precisione millimetrica i punti dove riaprire le indagini.
3. L’Umanità dietro l’Archeologia
Il recupero dei carteggi privati ha restituito la dimensione umana della ricerca. Sono emerse le passioni, le “vendette” accademiche (come nel caso del declino di Maiuri), i legami intellettuali con figure come Benedetto Croce e la voce della popolazione antica attraverso lo studio del “latino di strada” dei graffiti.
Pompei non è più solo un sito da scavare, ma un laboratorio di memoria. L’impegno assunto da figure come Varone, Pappalardo, Scarpati e l’AIB è chiaro: impedire nuove dispersioni e trasformare ogni “mollichina” di informazione — che sia un lucido di carta, una dedica autografa o una foto d’epoca — in un mattone fondamentale per la ricostruzione della storia.
La sfida per il futuro è la digitalizzazione e la messa in rete di questi frammenti, affinché la “città sepolta” possa essere studiata non solo camminando tra le sue strade, ma anche sfogliando le pagine di chi l’ha amata e indagata prima di noi.




