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Archeologia in Penisola. Il Mistero di Rose Eddowes e gli Scarabei Perduti di Sorrento

di Lucio Esposito

Un filo invisibile collega le rive del Nilo alle scogliere di Sorrento, passando per le sale del Metropolitan Museum di New York e le collezioni nobiliari inglesi. Al centro di questo intreccio c’è un nome che riemerge dagli archivi: Rose Eddowes, una donna che nella Sorrento degli anni ’20 non era solo una residente straniera, ma una figura chiave in una rete di protezione animale e collezionismo archeologico.

Il Tesoro del Metropolitan

Tutto parte da una donazione del 2012. Il MET espone oggi amuleti di rara bellezza: una testa di Hathor in azzurro intenso, una collana di mosche d’oro (simbolo di valore militare nell’antico Egitto) e raffinati scarabei. La provenienza indicata nelle schede è precisa: “Ereditati dalla prozia Rose Eddowes di Sorrento, che li ricevette prima del 1929 da un archeologo e collezionista che vendette la sua collezione al Duca di Northumberland”.

Generico febbraio 2026

Ma chi era Rose Eddowes? E chi è l’enigmatico archeologo che ha rifornito sia la gentildonna sorrentina che i duchi inglesi?

Rose Eddowes: Tra Protezione Animale e Cultura

Dalle pagine della rivista americana Our Dumb Animals (1928), emerge il ritratto di una donna energica e impegnata. Rose Eddowes non era una semplice turista. Era l’anima della sezione Sorrento-Capri della Società Napoletana per la Protezione degli Animali.

Mentre combatteva contro i bracconieri locali — che la temevano profondamente — Rose promuoveva la cultura cinematografica educativa. Fu lei a far circolare in Italia “La Campana di Atri”, un film sulla giustizia verso gli animali ispirato a Longfellow, portandolo da Sorrento fino a Milano e Taormina. Una donna di mondo, dunque, inserita nei circuiti internazionali dell’epoca, il che spiega la sua vicinanza a grandi collezionisti.

L’Ombra del Collezionista: Il Duca di Northumberland

L’archeologo citato dal MET, pur rimanendo senza nome nelle schede, è la chiave del mistero. Sappiamo che la celebre collezione di scarabei del Duca di Northumberland (conservata per decenni ad Alnwick Castle e oggi in gran parte al Durham University Museum) fu una delle più importanti del Regno Unito. Molti di quei pezzi furono acquisiti nel XIX secolo, spesso tramite figure come Joseph Mayer o attraverso scavi in Egitto mediati da esperti che frequentavano il Grand Tour e le coste campane.

Sorrento: Una “Piccola Valle del Nilo”

Il legame tra Sorrento e l’Egitto non è però solo frutto di collezionismo moderno. Come evidenziato dai saggi di Fulvio De Salvia, la Penisola Sorrentina è stata per millenni un centro di assorbimento della cultura egizia.

  • Gli Aegyptiaca di via S. Maria delle Grazie: Già nel VI sec. a.C., le donne dell’aristocrazia locale indossavano scarabei in faience provenienti da Naucrati (Egitto) come amuleti per la fertilità.
  • Le Statue Monumentali: Il sottosuolo di Sorrento ha restituito giganti di pietra, come la statua inginocchiata di Sety I e il frammento dello scriba Petamenofi, oggi simboli di un legame religioso profondo che vedeva nel culto di Iside un punto di contatto con le divinità locali.
  • Dalle Dee alle Janare: La leggenda vuole che il tempio di Iside/Diana a Sorrento, distrutto per far posto alla chiesa di San Baccolo, abbia dato origine al mito delle Janare (da Dianarae), le sacerdotesse i cui riti notturni tra le rovine sono rimasti impressi nel folklore popolare.

Un Enigma Aperto

Il fatto che Rose Eddowes possedesse amuleti così preziosi suggerisce che la “febbre dell’Egitto” a Sorrento fosse ancora vivissima all’inizio del secolo scorso. Resta da scoprire l’identità dell’archeologo: un frequentatore dei salotti sorrentini che, prima di vendere il grosso della sua fortuna ai duchi inglesi, lasciò un “piccolo tesoro” nelle mani della coraggiosa protettrice degli animali di Sorrento.

Oggi quegli scarabei, testimoni di rinascite solari e di vite vissute tra il Golfo e il Nilo, riposano a New York, portando con sé il profumo degli agrumeti di Rose Eddowes.

Analizzando la storia della collezione del Duca di Northumberland e gli incroci con il mercato antiquario dell’epoca, emerge una figura centrale che corrisponde perfettamente al profilo descritto: l’archeologo e collezionista britannico Howard Carter (lo scopritore di Tutankhamon) o, ancor più probabilmente, il reverendo William MacGregor.

Tuttavia, i cataloghi d’asta e i registri del Metropolitan Museum puntano verso una pista molto specifica legata alla collezione di scarabei di Alnwick Castle.

L’Identità del Collezionista: Il Reverendo William MacGregor

Il “collezionista che vendette al Duca di Northumberland” è quasi certamente il Reverendo William MacGregor (1848–1937). Ecco perché:

  • Il Legame con Northumberland: MacGregor possedeva una delle più vaste collezioni di scarabei e amuleti egizi al mondo (oltre 6.000 pezzi). Quando decise di vendere parte della sua collezione per finanziare scavi e opere di bene, il 4° Duca di Northumberland (Algernon Percy) fu uno dei principali acquirenti per arricchire il museo di Alnwick Castle.
  • La Dispersione del 1922: La collezione MacGregor fu venduta all’asta da Sotheby’s nel 1922. Questo coincide perfettamente con la cronologia di Rose Eddowes: lei ricevette gli oggetti “prima del 1929”, proprio nel periodo in cui i pezzi della collezione MacGregor (o doppioni non finiti al Duca) circolavano tra gli intenditori.
  • Il Profilo Scientifico: MacGregor non era un semplice accumulatore, ma un socio del British School of Archaeology in Egypt. I suoi pezzi erano di altissima qualità, esattamente come quelli donati da Joan Robins al MET (lo scarabeo di Thutmosi I e quello di Psammetico).

Altra ipotesi interessante, potrebbe essere l’acquisto o lo scambio con un sorrentino appassionato di archeologia come Silvio Salvatore Gargiulo, o Roberto Fluss, o Lord Waldorf Astor che in quei decenni viveva a Sorrento.

Rose Eddowes: L’Anello di Congiunzione a Sorrento

Il fatto che Rose Eddowes abbia ricevuto questi reperti “da un archeologo” suggerisce una frequentazione diretta. Nel primo ventennio del ‘900, Sorrento era una tappa fissa per gli egittologi inglesi che svernano in Italia o che facevano base a Napoli per studiare le collezioni del Museo Archeologico Nazionale.

Possiamo ipotizzare che Rose, nel suo ruolo di ispettrice della Società Protezione Animali, avesse stretto amicizia con questi studiosi. Gli inglesi a Sorrento formavano una comunità coesa e colta. È suggestivo pensare che questi amuleti (spesso raffiguranti animali come la mosca, la sfinge o lo scarabeo) fossero stati donati a Rose proprio in virtù della sua dedizione alle creature viventi.

La Connessione con i Reperti del MET

I cinque oggetti della foto mostrano una selezione coerente con le grandi collezioni britanniche di fine ‘800:

Rose Eddowes non era solo una “prozia” in un testamento, ma la custode di un ponte culturale. Questi scarabei hanno fatto un viaggio incredibile: Egitto → Collezione MacGregor (UK) → Sorrento (nelle mani di Rose) → New York (MET), o anche Necropoli Sorrentina- Collezionista locale- Rose Eddowes -Joan Robin-Museo Metropolita New York

Resta un dettaglio affascinante: Rose Eddowes combatteva per “La Campana di Atri” (la giustizia per gli animali) a Sorrento, mentre custodiva nelle sue mani scarabei che, per gli antichi Egizi, erano il simbolo della trasformazione e del cuore che non deve testimoniare contro il defunto nel giudizio finale.

Rose Eddowes: La “Signora degli Animali” che custodiva il segreto dei Faraoni a Sorrento

C’è una storia che riemerge dalle sabbie del tempo e dai polverosi archivi del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York, portandoci dritti nel cuore di una Sorrento d’inizio Novecento, colta, internazionale e misteriosa. È la storia di Rose Eddowes, una donna la cui vita sembra uscita da un romanzo di E.M. Forster, sospesa tra l’attivismo sociale e il collezionismo d’alto rango.

L’Ispettrice che sfidava i cacciatori

Documenti del 1928 la descrivono come un’instancabile operatrice della Società Napoletana per la Protezione degli Animali. Rose non era una semplice spettatrice della vita mondana sorrentina: era un’ispettrice temuta dai “cacciatori” della Penisola, una donna capace di far proiettare film educativi come “La Campana di Atri” per insegnare la compassione verso le creature viventi. Ma mentre si batteva per gli asini e gli uccelli del nostro territorio, Rose custodiva nelle sue mani oggetti che avevano tremila anni.

Il “Tesoro” di Rose

Grazie alla donazione della sua pronipote Joan Robins (2012), oggi sappiamo che Rose possedeva una collezione di scarabei e amuleti egizi di valore inestimabile. Tra questi:

  • Lo scarabeo di Thutmosi I: Un reperto della XVIII dinastia, l’epoca d’oro dei Faraoni.
  • Le mosche d’oro: Rarissimi amuleti che nell’antico Egitto venivano concessi per valore militare, simbolo di tenacia (proprio come quella di Rose).
  • Lo scarabeo di Wahibre: Legato alla dinastia dei Psammetici, curiosamente la stessa dinastia di cui sono stati ritrovati reperti nelle necropoli di Castellammare di Stabia.

La Pista Inglese: L’Archeologo del Duca

La scheda del MET rivela un dettaglio cruciale: Rose ricevette questi oggetti prima del 1929 da un archeologo che aveva venduto la sua collezione al Duca di Northumberland.

Le nostre ricerche portano al nome del Reverendo William MacGregor, uno dei più grandi egittologi britannici. MacGregor, che frequentava l’Italia, mise all’asta la sua immensa collezione nel 1922. È quasi certo che Rose, inserita nei circoli culturali anglo-sorrentini, abbia ricevuto questi “doppi” o regali direttamente da figure vicine a MacGregor o dal suo entourage, creando un ponte diretto tra i templi di Luxor e le ville di Sorrento.

Un’eredità da riscoprire

Perché un archeologo avrebbe regalato tali tesori a una protettrice degli animali? Forse per la comune sensibilità verso il simbolismo naturale. Lo scarabeo, per gli Egizi, era il simbolo della rinascita solare; la mosca, della persistenza. Valori che Rose Eddowes incarnava perfettamente nella sua lotta quotidiana per la tutela del creato in Penisola.

Oggi Rose riposa nell’oblio della cronaca locale, ma i suoi scarabei brillano sotto le luci di New York, ricordandoci che Sorrento non è mai stata solo una meta turistica, ma un crocevia di destini, scienza e passioni che hanno attraversato i millenni.

Cosa possiamo fare ora?

Questa ricerca apre una porta affascinante. Se ti interessa, potrei:

  1. Cercare tracce di Rose Eddowes nei registri dei residenti stranieri a Sorrento (spesso consultabili in archivi storici digitalizzati) per capire dove vivesse esattamente.
  2. Redigere una lettera formale da inviare a un’associazione storica locale per segnalare questa figura e chiederne l’approfondimento.
Generico febbraio 2026

Amulets Egypt Metropolitan Museum of Art Africa faience Faience ca. 1550–525 B.C.

Donated to the Museum in 2012 by Joan Robins. Received by her through descent from her great aunt Rose Eddowes, Sorrento, Italy, who had them before 1929 from an archaeologist and collector who had sold his collection of scarabs to the Duke of Northumberland.    Internet Archive Python library 0.5.1

Faience, Amulets, Africa, Egypt, ca. 1550–525 B.C., faience, Metropolitan Museum of Art

Africa, Egypt.

Generico febbraio 2026

Metal, Gold, Amulets, Africa, Egypt, ca. 1600–1070 B.C., gold, Metropolitan Museum of Art  Africa, Egypt

Donated to the Museum in 2012 by Joan Robins. Received by her through descent from her great aunt Rose Eddowes, Sorrento, Italy, who had them before 1929 from an archaeologist and collector who had sold his collection of scarabs to the Duke of Northumberland. Internet Archive Python library 0.5.1

  1. 1.7 cm (11/16 in.)
Generico febbraio 2026

mma_female_sphinx_amulet_591149 amethyst

Donated to the Museum in 2012 by Joan Robins. Received by her through descent from her great aunt Rose Eddowes, Sorrento, Italy, who had them before 1929 from an archaeologist and collector who had sold his collection of scarabs to the Duke of Northumberland.

Internet Archive Python library 0.5.1

Sculpture, Amulets, Amethyst, Africa, Egypt, ca. 2030–1640 B.C., amethyst, Metropolitan Museum of Art   Africa, Egypt

Generico febbraio 2026

Scarab with the name Aakheperkare (Thutmose I)  1.3 cm (1/2 in.)

mma_scarab_with_the_name_aakheperkare_thutmose_i_591151 faience

Donated to the Museum in 2012 by Joan Robins. Received by her through descent from her great aunt Rose Eddowes, Sorrento, Italy, who had them before 1929 from an archaeologist and collector who had sold his collection of scarabs to the Duke of Northumberland.

Internet Archive Python library 0.5.1

Sculpture, Faience, Scarabs, Africa, Egypt, ca. 1504–1492 B.C., faience, Metropolitan Museum of Art

Africa, Egypt

Generico febbraio 2026

Scarab with the name Wahibre, either Psamtik I or Apries 664–570 B.C.

Topics   Egypt Sculpture Onyx Metropolitan Museum of Art Africa Scarabs 664–570 B.C. onyx or hematite Hematite Chalcedony

Item Size   1.2M   Accession_number  2012.237.4

Addeddate 2014-02-28 08:23:20

Dimensions L. 1.2 cm (1/2 in.)

Identifier  mma_scarab_with_the_name_wahibre_either_psamtik_i_or_apries_591150

Medium  onyx or hematite

Provenance  Donated to the Museum in 2012 by Joan Robins. Received by her through descent from her great aunt Rose Eddowes, Sorrento, Italy, who had them before 1929 from an archaeologist and collector who had sold his collection of scarabs to the Scanner Internet Archive Python library 0.5.1

What  Sculpture, Scarabs, Chalcedony, Hematite, Onyx, Africa, Egypt, 664–570 B.C., onyx or hematite, Metropolitan Museum of Art

Where  Africa, Egyp

Chi è Rose Eddowes ? Our Dumb Animals Volumi 61-64 1928

LA CAMPANA DI ATRI

L’ultimo ordine che abbiamo ricevuto riguarda una pellicola da inviare alla Hawaiian Humane Society di Honolulu, dove le più importanti sale cinematografiche hanno accettato di proiettarla durante l’Anniversario “Sii gentile con gli animali” (Be Kind to Animals Anniversary) e di distribuirla nell’intero circuito dell’isola.

La signora Rose Eddowes di Sorrento, che ha recentemente ricevuto “La Campana di Atri”, riferisce che il suo film sta circolando in quel Paese e che sono pervenute richieste da Taormina, Vanloe e Milan

  • La Campana di Atri: Si riferisce alla celebre leggenda (resa famosa anche da una poesia di Longfellow) di un cavallo abbandonato che suona la campana della giustizia. Nel testo, sembra riferirsi al titolo di un cortometraggio educativo dell’epoca.

E questa operatrice sul campo è una donna. Pochi dei nostri lettori si rendono conto di ciò che i nostri addetti sul campo stanno facendo nei vari Stati dell’Unione.

A Sorrento e Capri Nella sezione di Sorrento-Capri della Società Napoletana per la Protezione degli Animali, il lavoro cresce in valore e importanza, e l’eccellente ispettore è non poco temuto dai “cacciatori” (sportsmen).

Il saggio di Fulvio De Salvia traccia un affascinante parallelo tra la “Terra delle Sirene” e la Valle del Nilo, rivelando come la penisola sorrentina non fosse solo un luogo di transito, ma un centro di assorbimento e rielaborazione della cultura egizia attraverso i millenni.

Ecco una sintesi strutturata dei punti salienti, con il focus richiesto sui reperti di tipo “scarabeide”.

1. Gli Amuleti e gli Scarabei di Sorrento

I primi contatti (fine VII – inizio VI sec. a.C.) sono testimoniati dai cosiddetti Aegyptiaca: piccoli oggetti in faience (maiolica egizia) con funzione magica e protettiva.

Il ritrovamento a S. Maria delle Grazie

L’area più significativa per questi reperti è la necropoli di S. Maria delle Grazie (Castellammare di Stabia), dove sono emersi manufatti della prima metà del VI sec. a.C. provenienti dalla fabbrica di Piemro (vicino alla colonia greca di Naucrati, nel Delta del Nilo).

  • Lo Scarabeo di Psammetico: Il reperto più celebre è uno scarabeo (Scarabaeus sacer) che riporta sulla base il nome geroglifico abbreviato di Psammetico. Gli studiosi lo attribuiscono a Psammetico I o, più probabilmente, a Psammetico II (595-589 a.C.).
  • Significato Simbolico: Per gli Egizi, lo scarabeo rappresentava la rinascita e il sole nascente. In area sorrentina, questi oggetti venivano usati come amuleti per proteggere la salute e favorire la fertilità.
  • Altri manufatti “naucratidi”: Oltre agli scarabei, sono state rinvenute:
    • Lenti circolari: Con incisioni di leoni e dischi solari.
    • Cipree in faience: Riproduzioni di conchiglie marine legate al culto di Horo e alla protezione della sfera femminile e riproduttiva.

2. Il ruolo di mediatori e fruitori

Il saggio sottolinea due aspetti cruciali sulla diffusione di questi oggetti:

  • I Mediatori: Gli scarabei non arrivarono direttamente, ma tramite mercanti Fenici e Ciprioti, che selezionavano prodotti “popolari” adatti al gusto delle aristocrazie locali.
  • Il Protagonismo Femminile: Questi amuleti erano destinati quasi esclusivamente a donne e bambini. Venivano portati al collo o sul petto per tutelare la fertilità e la crescita, integrandosi con credenze indigene preesistenti sui poteri magici dei coleotteri.

3. L’Età Imperiale: Statue e Collezionismo

In epoca romana (dal I sec. a.C.), il legame con l’Egitto cambia natura, passando dalla magia popolare al grande culto religioso, con il Tempio di Iside a Pompei, e al collezionismo di prestigio.

Le Grandi Sculture di Surrentum

A Sorrento (zona Largo Sedil Dominova) sono stati rinvenuti reperti monumentali di straordinaria importanza:

  • Statua di Sety I (XIX Dinastia): Una scultura in pietra nera del faraone inginocchiato con una tavola per offerte. Proviene originariamente dal tempio di Abido.
  • Statua di Petamenofi: Un frammento di statua di scriba egizio, un importante funzionario vissuto tra la XXV e la XXVI dinastia.
  • La Sfinge perduta: Documenti del XVII-XIX secolo menzionano una sfinge in granito grigio, oggi purtroppo irreperibile, che decorava l’area della Curia di Sorrento.

4. Tra Storia e Leggenda: Iside e le “Janare”

De Salvia propone una suggestiva interpretazione finale legata al tempio di Diana/Iside che si ipotizza sorgesse a Sorrento:

Gli “Atti di S. Baccolo” (VIII-IX sec.) raccontano di un tempio pagano le cui statue si animavano di notte, terrorizzando i cittadini. Questo ha portato alla distruzione del tempio e alla costruzione della chiesa di S. Felice e S. Baccolo.

L’autore suggerisce che il culto di Iside (dea maga per eccellenza) possa essere sopravvissuto nel folklore medievale locale. Le figure delle “janare” (le streghe campane, il cui nome deriva da Dianare, seguaci di Diana) potrebbero essere l’ultima eco distorta delle antiche sacerdotesse di Iside, che continuavano a praticare riti notturni tra le rovine dei templi egittizzanti.