A lezione dal Professore: Umberto Pappalardo e i segreti svelati della Villa dei Misteri
POMPEI – Nell’affollato Auditorium degli Scavi, il tempo sembra essersi fermato, o meglio, sembra scorrere con la stessa fluidità degli anni Novanta, quando le aule del Suor Orsola Benincasa pendevano dalle labbra di quello che oggi è, a tutti gli effetti, un “maestro di pensiero” dell’archeologia vesuviana. Umberto Pappalardo è tornato in cattedra per una lezione speciale dedicata alle guide turistiche, e lo ha fatto con il suo stile inconfondibile: coinvolgente, affabulatore e, a tratti, deliziosamente dissacrante.
Una narrazione oltre la letteratura
Senza mai perdere la cortesia del grande accademico, Pappalardo ammicca all’enorme mole di letteratura prodotta sulla Villa dei Misteri — “ogni anno escono trenta pubblicazioni e ognuno dice di aver risolto il mistero”, scherza — lasciandosela scivolare alle spalle per riportare l’attenzione sulla concretezza del dato archeologico e sulla potenza della narrazione visiva. Per lui, la Villa dei Misteri è una “fiction appassionante” che parla a tutti, non solo agli addetti ai lavori.
Tra “Scarpe Lucide” e “Scarpe Sporche”
Con una punta di ironia, il Professore distingue tra gli archeologi “dalle scarpe lucide” dell’università e quelli “dalle scarpe sporche” della Soprintendenza, rivendicando l’importanza di chi si confronta quotidianamente con la calce e i colori. È proprio questa vicinanza fisica al reperto che gli permette di risolvere i problemi “sul posto”.
E la soluzione al primo grande enigma tecnico è chiara: la megalografia della Villa dei Misteri è un affresco, non un’encausto. La prova? È scritta nel muro, letteralmente. Pappalardo mostra con orgoglio le impronte digitali dei pittori rimaste impresse nell’intonaco ancora fresco. I pictores lisciavano le figure con i polpastrelli intrisi di grasso animale per lucidare la superficie, lasciando la firma indelebile del loro passaggio.
Pictore Parietalis e Magistri Peregrini
Nella sua analisi, Pappalardo evoca la complessa organizzazione delle botteghe antiche. Tra pictore parietalis (addetti alle decorazioni delle pareti) e figure più specializzate, emerge l’idea di una maestria che non ha bisogno di essere datata a distanza di decenni: la decorazione architettonica e il ciclo figurativo appartengono alla stessa epoca (circa 60-50 a.C.), nati dalla mano di artisti che sapevano usare il trompe-l’oeil per ingannare l’occhio e dilatare lo spazio.
Il rito del matrimonio: dai Casatielli alle Iniziazioni
L’interpretazione iconografica diventa, sotto la guida di Pappalardo, un racconto vivo. Non solo riti dionisiaci astratti, ma scene che richiamano la quotidianità campana: sacerdotesse che portano in piatti d’argento dolci rituali che ricordano i nostri “casatielli” e gesti di santificazione con l’acqua.
Il fulcro del ciclo resta l’iniziazione ai misteri del matrimonio. La fanciulla fustigata, la matrona che osserva, il gioco di specchi nella coppa d’argento dove il giovane non vede se stesso, ma la maschera del Sileno: ogni dettaglio è un tassello di un percorso di crescita e consapevolezza.
La lezione si chiude con la sensazione che, nonostante i secoli e le migliaia di pagine scritte, la Villa dei Misteri abbia ancora molto da dirci, purché si abbia la pazienza di guardarla con gli occhi di chi, come Pappalardo, non ha paura di “sporcarsi le scarpe” con la storia.
L’enigma del centro: Arianna o Venere?
Se la tecnica è ormai accertata, il mistero si sposta sull’identità dei protagonisti. Pappalardo, con il suo consueto piglio analitico, invita a guardare l’asse della stanza: “Nell’arte romana, tutto ciò che è in asse vuole dirci qualcosa di fondamentale” [00:23 ]. Al centro della scena domina una figura femminile, più alta e imponente di quella maschile che le siede accanto. Ma chi è veramente?
Mentre i manuali di archeologia parlano tradizionalmente di Dioniso e Arianna, il Professore lancia una provocazione che affonda le radici nella storia stessa della città. “Per i pompeiani che la vedevano, quella era Venere” [04:13 ]. Pompei, dopotutto, era la Colonia Veneria Cornelia, e Venere ne era la protettrice assoluta. Pappalardo supporta questa tesi citando confronti iconografici raffinati, come la gemma divina che ritrae Dioniso e Venere, e soprattutto i ritrovamenti del santuario di Sant’Abbondio a Pompei [02:20 ].
Un culto vivo: dal Santuario di Sant’Abbondio alla Villa
Il legame tra il mito e la realtà locale è il cuore della narrazione di Pappalardo. A Sant’Abbondio, il culto di Dioniso e Venere era vivo e pulsante: gli scavi hanno restituito un lettisternio dove i sacerdoti, probabilmente travestiti da satiri e menadi, mettevano in scena cerimonie sacre [02:49 ]. “Era come un presepe vivente dell’antichità”, spiega il Professore, sottolineando come la pittura della Villa dei Misteri non fosse un’opera astratta, ma il riflesso di una religiosità cittadina profondamente sentita.
L’archeologia che “vede” l’invisibile
Il Professore chiude questo capitolo della lezione ricordando che il compito dell’archeologo è vedere ciò che agli altri sfugge, come i dettagli di una lacuna che potrebbero nascondere un Dioniso ebbro o un’allusione simbolica [02:00 ]. Attraverso i simboli — il tirso, il cantaros, la pantera e il piccolo Eros — Pappalardo ricompone un mosaico che unisce arte greca, politica romana e devozione campana.
Con un cenno di saluto e la consueta eleganza, il Professore conclude questa parte della lezione lasciando l’uditorio con una certezza: la Villa dei Misteri è, prima di tutto, il manifesto di una città che si riconosceva nei suoi dei e nella bellezza dei suoi affreschi.
*** Nota: Questo articolo integra i contenuti della lezione tenuta dal Prof. Umberto Pappalardo il 25 febbraio 2026 presso l’Auditorium degli Scavi di Pompei.




