Dal ferimento di un giovane a Scala alla lettera di don Luigi Colavolpe sullo “scaricabarile”: cronaca e riflessioni su sport, educazione e responsabilità
|Sport ad Amalfi: i fatti, le scelte e il dibattito aperto
Nei giorni scorsi, a Scala, al termine di una partita di calcio che vedeva impegnata la squadra di calcio di Amalfi, un giovane è rimasto ferito in un episodio che ha scosso l’intera Costiera Amalfitana. Un fatto grave, che ha immediatamente acceso l’attenzione pubblica non solo sull’episodio in sé, ma sul clima che sempre più spesso accompagna lo sport dilettantistico e giovanile.
All’indomani dell’accaduto, sui social e sulla stampa locale si è aperta una riflessione più ampia sullo stato dello sport ad Amalfi, sulle condizioni in cui i giovani sono costretti a praticarlo e sulle responsabilità educative e istituzionali della comunità adulta.
Tra i primi interventi, un post pubblico rivolto a chi è delegato alla gestione dello sport in città. Nel testo si evidenzia come le generazioni precedenti, pur tra difficoltà, abbiano potuto contare su strutture sportive presenti sul territorio, mentre oggi molti giovani amalfitani sono costretti a spostarsi fuori Comune anche solo per allenarsi.
Una condizione definita senza mezzi termini come una forma di “emigrazione sportiva”, che colpisce bambini e ragazzi fin dalla tenera età. La situazione, viene sottolineato, non è uguale per tutte le discipline: il basket può usufruire del campetto al porto, messo a disposizione dalla Guardia di Finanza, e della palestra del Fondo Fusco, rimasta agibile per questa disciplina; il calcetto, invece, da anni non dispone di spazi adeguati sul territorio comunale.
I pochi campetti disponibili risultano vincolati a scelte ristrette, e in questo contesto viene richiamato anche il ruolo di alcune strutture riconducibili alla Curia, che in passato non sono state accessibili all’attività sportiva giovanile.
Nel 2016, si ricorda, a bambini di dieci anni venne impedito di giocare a pallone nell’unica struttura disponibile ad Amalfi. Quei bambini oggi hanno circa vent’anni. Su questa generazione – viene sottolineato – pesa il vuoto di opportunità sportive vissuto negli anni cruciali della crescita.
Successivamente, al termine della seconda consiliatura comunale, sono stati stanziati quasi 4 milioni di euro per rendere finalmente fruibile il palazzetto di Vettica. Un intervento importante, ma arrivato dopo anni in cui intere generazioni hanno dovuto praticare sport altrove.
Oggi la situazione presenta ulteriori criticità: oltre a doversi allenare e giocare fuori dal proprio Comune, ai ragazzi amalfitani viene negata anche la possibilità di disputare le partite davanti alle proprie famiglie, a causa delle gare a porte chiuse. Un segnale che, secondo molti, misura quanto Amalfi abbia progressivamente smesso di essere “casa” anche per lo sport.
Nel dibattito è intervenuto don Luigi Colavolpe, sacerdote da oltre 67 anni impegnato nell’educazione dei giovani, che ha proposto una riflessione più ampia partendo dal concetto di “scaricabarile”: la tendenza, diffusa nella società, ad attribuire sempre ad altri le colpe di fenomeni complessi.
Richiamando episodi di cronaca, tra cui quanto accaduto a Scala, don Colavolpe ha sottolineato come le responsabilità non possano essere attribuite a un solo soggetto: genitori, giovani, spettatori, educatori e comunità sono tutti chiamati in causa. Secondo il sacerdote, lo sport da solo non è più sufficiente a formare la persona se non è accompagnato da valori, ideali forti e da un progetto educativo più profondo.
– Sono andato su Google e ho trovato il significato, di questa parola, che un tempo era solo un gioco, ma che adesso sta diventando un gioco pericoloso.
Ecco che cosa ho trovato: “in senso figurato è riferito alla prassi di addossare responsabilità o colpe ad altri, evitando i propri doveri, un comportamento diffuso in famiglia, lavoro e società”
Mettere a fuoco questo comportamento era proprio ciò che intendevo fare, dicendo la mia a proposito di ciò che alcuni giorni fa è successo a Scala dopo una partita di calcio e dopo che oggi in un video di Luca Vincitore ho ascoltato il suo pensiero sul delitto commesso in una scuola a la Spezia.
La sua voleva essere una risposta a uno che dava alla politica la colpa di ciò che era successo: egli, invece, diceva che la colpa era soprattutto dei genitori che sono costretti a causa del lavoro a non stare più a casa, vicino ai propri figli o che, addirittura, trovano anche comodo lasciarli completamente liberi. Di qui l’idea dello scaricabarile.
Molti di voi che mi leggono mi conoscono. Sono un prete da oltre 67 anni ed ho avuto la gioia di viverli tutti in mezzo ai ragazzi e ai giovani. Molti sanno anche che cosa ho fatto per far giocare i ragazzi e per dare anche loro la possibilità di cimentarsi in gare sportive.
La stessa squadra, che giocava a Scala, era nata sul campo del Centro di Solidarietà “Mons.Ercolano Marini” : non ha potuto più proseguire sul nostro campo, perché il Direttivo del Centro non ha potuto più seguirli in una loro legittima aspirazione, non potendo assumersi la responsabilità di ciò che poi realmente si è verificato a Scala.
Di chi la colpa? Dei genitori, che lasciano soli i loro figli? Dei giocatori, che non sempre riescono a controllarsi? Degli spettatori? O di chi alimenta comportamenti trasgressivi?
Permettemi di dire che non possiamo più giocare allo “scaricabarile”: addossare la colpa agli altri è diventato un gioco pericoloso.
Il vero problema è un altro ed è qui che soprattutto quelli che si professano cristiani – preti compresi – devono porre rimedio alle difficoltà, che i giovani e i ragazzi oggi incontrano per divertirsi sanamente e per coltivare nel proprio cuore ideali forti ed esigenti.
Attingo da un episodio del Vangelo per fotografare una realtà, di cui tutti siamo colpevoli: per gioire oggi ci affidiamo solo al “nostro vino” , che, fin quando dura, è sufficiente per tenerci su. Lasciamo, però, che “le nostre anfore” rimangono vuote. In tal modo rinunciamo ad educare e, chi è cristiano, rinuncia anche a far gioire gli altri, non offrendo loro “ il buon vino ”, che solo Gesù è capace di dare.
Sono un prete e la penso così, confortato anche dal pensiero di Mons.Marini : per lui l’aver messo da parte l’opera di Gesù nelle nostre coscienze era stata ”la causa della prima guerra mondiale” ed aveva “avvelenato gli spiriti con unegoismo perfido e calcolatore” .
Non gli so dare torto! Il vero peccato dei cristiani è quello di rendere inutile la presenza di Cristo, mentre, a Cana, la nostra mamma ci ha raccomandato di “fare ciò che Egli ci dice di fare”.
Non diamo, perciò, la colpa agli altri : siamo tutti colpevoli, se ci accontentiamo di essere “otri vuoti” , che corrono il rischio di raccogliere solo polvere e immondizia. Sarà meglio per tutti, se li riempiamo dell’acqua che Gesù ci dà, quando con la sua Parola ci suggerisce ciò che bisogna fare. Allora gusteremo la dolcezza del “ vino buono” e vedremo come è bello divertirsi, stando insieme.
Oggi, purtroppo, lo sport, soprattutto quello più seguito e nel modo con cui è propagandato dai media , da solo non è più capace di formare l’uomo, perché il clima che si respira è infetto. C’è, perciò, bisogno che ci fidiamo anche dell’opera di Gesù, senza la quale “nulla possiamo fare”.
Plaudo alle iniziative di quanti si sacrificano per dare ai giovani e ai ragazzi la possibilità di impegnarsi nella pratica sportiva, ma, se si vuole formare solo con lo sport, temo che si lavori invano, perché “costruiamo sulla sabbia” –
A questa lettura ha risposto Salvatore Proto, precisando che la sua non era né una critica alla fede né un tentativo di scaricare responsabilità. Il suo intervento si colloca su un piano politico e sociale, fondato su fatti concreti: la mancanza di strutture sportive, le scelte sull’uso degli spazi e le conseguenze dirette sulla vita dei giovani e delle famiglie.
Secondo Proto, affermare che “siamo tutti colpevoli” rischia di diluire responsabilità precise. Chi ha avuto la possibilità di decidere sull’uso degli spazi e sulle politiche sportive, sostiene, deve rispondere degli effetti di quelle decisioni, soprattutto quando incidono sui più giovani.
Dalla cronaca di un fatto grave avvenuto a margine di una partita di calcio, il confronto si è allargato fino a toccare educazione, politiche sportive, ruolo delle istituzioni e della comunità cristiana. Due approcci diversi, uno più pastorale e uno più politico-sociale, che convergono però su un punto comune: lo sport giovanile non può essere lasciato al caso.
La vicenda di Scala e il dibattito che ne è seguito pongono una domanda che resta aperta per Amalfi e per l’intera Costiera: quale progetto educativo e sociale si intende costruire per le nuove generazioni, e con quali spazi, responsabilità e scelte concrete.


