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Sanità in Penisola Sorrentina, si rischia di perdere i fondi PNRR di quattro Case di Comunità

C’è una buona notizia nella complessa e spesso confusa discussione sulla sanità in Penisola Sorrentina. Una notizia concreta, con date, risorse e obiettivi chiari. A riportarla al centro del dibattito è stato Raffaele Attardi, ex sindaco di Sorrento, intervenendo sul tema della sanità territoriale: entro giugno ci sono finanziamenti del PNRR già disponibili per la realizzazione di quattro Case di Comunità, previste rispettivamente a Piano di Sorrento, Sorrento, Vico Equense e Massa Lubrense. I punti precisi non sono certi, si parla della Clinica San Michele, ora struttura della MSC di Aponte, del plesso ex igiene mentale a Via del Mare, ora attivita’ estraricettiva a Sorrento e l’Ospedale di Vico Equense che, in previsione dell’Ospedale Unico della Penisola Sorrentina , era prevista la sua chiusura al posto di questa struttura.

A Massa Lubrense, invece, pare che la casa delle comunità è in corso di realizzazione alla via Massa Turro, in adiacenza alla realizzanda struttura sportiva bocciofila, ed i lavori sono stati affidati alla impresa edil sud.

Un’opportunità strategica che rischia però di passare in secondo piano, schiacciata da proteste, polemiche e battaglie politiche – dall’ospedale unico alle difficoltà del pronto soccorso di Vico Equense – che, pur legittime, rischiano di distrarre dal problema essenziale: non perdere risorse già assegnate e pensate proprio per risolvere molte delle criticità quotidiane dell’assistenza sanitaria.

Le Case di Comunità rappresentano uno dei pilastri della riforma della sanità territoriale prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non sono ospedali e non vogliono sostituirli, ma strutture di prossimità, diffuse sul territorio, pensate per rafforzare l’assistenza di base, garantire continuità di cura e ridurre l’accesso improprio ai pronto soccorso. In un’area come la Penisola Sorrentina, caratterizzata da forte pressione turistica, popolazione anziana e cronica carenza di medici di base, il loro ruolo potrebbe essere decisivo.

Secondo il disegno nazionale, le Case di Comunità dovranno essere operative su tutto il territorio italiano entro la metà del 2026. Il PNRR ha inizialmente previsto 1.350 strutture, poi rimodulate a un minimo di 1.038 per l’aumento dei costi, con l’obiettivo dichiarato di superare comunque quota 1.700 grazie a fondi aggiuntivi. Si tratta in gran parte di edifici già esistenti, da riconvertire o ristrutturare, proprio come quelli individuati nei comuni della Penisola.

Dal punto di vista funzionale, la Casa di Comunità si colloca a metà strada tra lo studio del medico di famiglia e l’ospedale. Qui i cittadini potranno trovare assistenza medica di base anche quando gli ambulatori sono chiusi, servizi infermieristici, continuità assistenziale (ex guardia medica), ambulatori specialistici per le patologie più diffuse, diagnostica di base, punto prelievi, CUP per le prenotazioni e un Punto Unico di Accesso per orientare soprattutto i cittadini più fragili. In molte strutture sarà garantita l’assistenza h24, sette giorni su sette.

L’obiettivo è duplice: da un lato offrire una risposta concreta alla carenza di medici di base, che oggi lascia scoperte migliaia di persone e che nei prossimi anni rischia di aggravarsi; dall’altro alleggerire ospedali e pronto soccorso, spesso intasati da casi che potrebbero essere gestiti a livello territoriale. In altre parole, meno emergenza e più presa in carico continua del paziente, soprattutto cronico o anziano.

Accanto alle Case di Comunità, la riforma prevede anche gli Ospedali di Comunità, strutture di ricovero leggero con 15-20 posti letto per degenze brevi, dedicate a pazienti che non necessitano di cure intensive ma non possono essere assistiti a casa. Anche questi rientrano nella strategia di deospedalizzazione e di avvicinamento delle cure al territorio.

La gestione delle Case di Comunità spetterà alle Asl, in collaborazione con Regioni e Stato, attraverso équipe multidisciplinari composte da medici di medicina generale, specialisti, infermieri di famiglia e comunità, assistenti sociali e altri professionisti sanitari. È una riforma ambiziosa, che richiede organizzazione, personale e integrazione con i servizi sociali, ma che rappresenta forse la risposta più concreta ai problemi strutturali della sanità locale.