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Lupo al Faito e sui Monti Lattari, conoscere per amare la natura e gli animali. Sentiamo Pio Gaeta . Ci siamo incontrati al Belvedere a Vico Equense, è giusto sottolineare l’eroismo dei gestori che sono sempre aperti tutto l’anno. Da diversi mesi scriviamo del lupo o lupi sui Monti Lattari in particolare fra Scala Agerola e Ravello, lato Costiera amalfitana, ma segnalazioni verbali anche sul Faito più che sul versante di Vico, su quello di Castellammare di Stabia ed in particolare Pimonte. Segnalazioni si , ma foto e video no, quelli che girano in rete sono dei falsi. Ma a noi di Positanonews non interessa la morbosa curiosità di vedere o far vedere dove sta il lupo, ma di far capire e amare la natura e gli animali. Finora si parla di coppie isolate di lupi, e sarebbe una bella notizia, i lupi sono i predatori dei cinghiali , che molti sottovalutano per la loro pericolosità e dannosità, molto più dei lupi. La loro presenza  è un indicatore di un ecosistema sano che premia la biodiversità “Il lupo è un animale schivo, si muove di notte ed evita l’uomo di cui sente l’odore a chilometri di distanza e scappa…”, ci dice

Gaeta.  I lupi vanno protetti, tutelati, amati, rispettati

Oltre alla piccola video intervista di Pio Gaeta,  vice presidente CAI Campania, che ringraziamo di cuore, perchè noi giornalisti siamo i primi ignoranti in materia che prima di scrivere dovremmo parlare con chi di dovere, per competenza e passione, come lo è Pio , e andare sui posti, come abbiamo fatto oggi, vogliamo riproporre su suo interessante post su Facebook. Grazie ancora

Da un annetto a questa parte si susseguono voci sul ritorno del lupo sui Monti Lattari.
Qualche giornale locale aveva ripreso la notizia generando scetticismo o preoccupazione tra i lettori.
Gli scettici adducono tra le motivazioni la forte pressione antropica della zona dei Lattari, che mal si concilierebbe con il carattere elusivo del lupo e la mancanza di un corridoio biologico che collega la catena montuosa alle altre dell’appennino dove il lupo pur risulta già presente da tempo.
Non esistono informazioni storiche sulla scomparsa del predatore dai nostri monti. L’unica informazione la ricavo dall’interessante blog del prof.Aldo Cinque, dove viene citato il volume “Information and directions for travellers on the continent” scritto da Mariana Starke nel 1828, che cita testualmente: “Le montagne di Agerola ospitano lupi che, dopo nevicate pesanti, scendono talvolta fino ad Arola ed i Colli”.
Senz’altro a mia memoria, e a quella dei grandi vecchi del Club Alpino Italiano che ho avuto il piacere di conoscere e che tanto hanno amato queste montagne, nessun incontro si è mai avuto con questo splendido canide sui nostri monti.
Sino all’altro giorno quando, parlando con un amico che vive e lavora in una zona splendida e isolata dei nostri monti, a mia specifica domanda mi risponde con naturalezza: “Sì, l’altra notte sono stato svegliato intorno alle 4 dal latrare furioso dei miei cani e, accendendo dei fari esterni, ho visto quel che mi sembravano essere una coppia di lupi che scappavano infastiditi dalla luce e dal rumore. Inoltre, diversi allevatori della zona lamentano la predazione di pecore e vitelli”.
Incuriositi ci mettiamo sulle loro tracce e, poco distante troviamo delle deiezioni che immediatamente ci portano ad identificarle come “fatte di lupo”.
Gli escrementi o “fatte” di lupo, sono riconoscibili per alcune caratteristiche peculiari:
“Per riconoscere le feci di lupo, considera le dimensioni (lunghe 4-15 cm, larghe 2-4 cm), la forma cilindrica con un’estremità a punta, e il colore che varia dal nero al biancastro in base alla dieta. L’odore è forte e acre, e all’interno si possono trovare resti di prede come peli, frammenti d’osso, piume o artigli. Le feci di lupo vengono spesso depositate su punti strategici come bivi e sentieri per marcare il territorio” (da Gemini).
Riconosciamo all’interno peli bruni che sembrano essere quelli di cinghiale e biancastri, che ci indicano un banchetto a base di pecora. Le dimensioni sembrano essere quelli così come la loro forma.
La scoperta, che si può senz’altro definire sensazionale ci entusiasma. Il ritorno del lupo è un indicatore di un ecosistema sano, incrementa la biodiversità e contribuisce naturalmente a tenere sotto controllo la popolazione di cinghiali che si è espansa a macchia d’olio sui nostri monti e che arreca enormi danni alle coltivazioni.
Inoltre, la diminuzione degli ungulati grazie alla predazione permette alle foreste di rigenerarsi e aumenta la diversità delle specie vegetali e animali nel territorio.
Prima che qualcuno lanci l’emergenza lupo, invito a considerare che è un animale difficilissimo da incontrare. Dal carattere schivo e dalle abitudini notturne, grazie all’udito e all’olfatto finissimo, si tiene alla larga dagli esseri umani di cui diffida, ben prima che si noi possiamo captare la sua presenza.
Il “rischio zero” senz’altro non esiste. Si consideri però che l’ultima morte di un uomo dovuta ai lupo in Italia risale a più di cento anni fa, in un altro contesto storico, economico e sociale. Non così per i cinghiali che in alcune occasioni possono essere molto più letali o, per restare sempre in zona, i cani pastore male addestrati e abbandonati.
Certamente la presenza del predatore pone sfide innanzitutto ai comuni, al Parco e agli enti territoriali: conflitti con gli allevatori di bestiame e con le abitudini umane possono portare ad un rigetto della loro presenza o addirittura al tentativo di eliminazione cruenta.
Compito delle associazioni ambientaliste come il Club Alpino Italiano adoperarsi per far capire che la convivenza è possibile, rimandando alle buone pratiche adottate da chi ha affrontato e risolto il problema prima di noi (il Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise per esempio), trasformando la presenza del lupo in un’opportunità persino economica.