Logo
Franco Ricciardi a Sant’Antonio Abate: luci sul palco, ombre nel backstage

Franco Ricciardi a Sant’Antonio Abate: luci sul palco, ombre nel backstage. C’era grande attesa per l’arrivo di Franco Ricciardi alla celebre Sagra della Porchetta. Una folla di giovani e non lo aspettava da ore, sfidando il freddo e la calca pur di strappare un selfie al loro idolo, l’uomo che ha saputo raccontare la periferia con dignità e sentimento. Eppure, la serata ha lasciato dietro di sé un retrogusto amaro, che va ben oltre il sapore speziato della carne alla brace.  L’artista è arrivato a ridosso dell’inizio del concerto, con i tempi strettissimi di chi vive una carriera frenetica. Prima di salire sul palco, c’è stato il tempo per una sosta gastronomica e una foto con qualche ragazzo disabile presente. Tuttavia, il clima è cambiato drasticamente quando si è trattato di interfacciarsi con il resto del pubblico. Mentre la musica scaldava la piazza, dietro le quinte cresceva la delusione. Decine di persone, che avevano presidiato le transenne, si sono visti negare la possibilità di un incontro veloce o di una foto. Un atteggiamento percepito come distaccato e sbrigativo, che cozza con l’immagine di “artista del popolo” che Ricciardi ha costruito in decenni di carriera. Il successo, si sa, è un’arma a doppio taglio. Quando un artista diventa un “personaggio”, il rischio di scivolare in una forma di altezzosità selettiva è sempre dietro l’angolo. Se da un lato l’attenzione verso il sociale e la disabilità rende onore a Ricciardi, dall’altro il distacco mostrato verso la “base” dei fan solleva interrogativi sulla gestione della propria fama. È possibile che la pressione degli impegni porti a una sorta di “disumanizzazione” del rapporto con il pubblico? La sensazione, per molti presenti a Sant’Antonio Abate, è che una volta raggiunte le vette delle classifiche e dei grandi palchi, il contatto umano con chi sta “in basso” rischi di diventare un peso burocratico piuttosto che un piacere condiviso. Un concerto di successo non si misura solo dai decibel o dal numero di spettatori, ma anche dalla traccia umana che un artista lascia dietro di sé una volta spenti i riflettori. E ieri sera, a Sant’Antonio Abate, quella traccia è apparsa un po’ troppo sbiadita.