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Positano: “La pace non si delega: si costruisce”

Nella Chiesa Madre di S. Maria Assunta a Positano, il Capitano Alessandro Bonsignore ha trasformato il tradizionale indirizzo di saluto per la Virgo Fidelis in un intenso invito alla coscienza collettiva. Il suo non è stato soltanto un omaggio alla Patrona dell’Arma dei Carabinieri, ma un richiamo profondo ai valori che dovrebbero guidare ogni cittadino: fedeltà, memoria, responsabilità e pace.

Il Capitano ha ricordato con profonda commozione la radice storica della devozione alla Virgo Fidelis: l’eroismo dei Carabinieri del 1941, celebrato con la Medaglia d’oro al Valor Militare. A questa memoria ha unito quella dei caduti recenti, uomini giovani, padri, servitori dello Stato che hanno perso la vita nell’adempimento del dovere.
Non un elenco sterile, ma un appello a non dimenticare che la pace quotidiana che viviamo ha un prezzo e dei nomi.

Accogliendo l’invito di Papa Francesco per il Giubileo del 2025, Bonsignore mette al centro la pace non come concetto astratto, ma come un’urgenza concreta.
I numeri parlano chiaro: i conflitti nel mondo aumentano, le tensioni si moltiplicano, e la guerra non è un’idea lontana ma una ferita aperta dell’umanità.
Eppure, il cuore del messaggio è un altro: la pace comincia qui, nella Costiera Amalfitana, nelle famiglie, nelle scuole, nei comuni, nei rapporti di vicinato.

Il Capitano non si nasconde dietro ai romanticismi. La violenza – ricorda – non si manifesta solo nei conflitti internazionali: germoglia nelle case, negli uffici pubblici, nelle scuole, nei borghi.
Per questo parla di una “opera di educazione incessante”, fatta di comportamenti quotidiani, di autocontrollo, di cultura civile.
Non basta che cambino le istituzioni: devono cambiare i cuori.

Uno dei passaggi più forti riguarda il rapporto con i giovani. Bonsignore osserva che i ragazzi guardano agli adulti e spesso non vedono entusiasmo, serenità, fiducia. Come possono desiderare il futuro, se chi dovrebbe accompagnarli lo vive con rabbia, stanchezza e sfiducia?
In questo quadro si inserisce il drammatico calo della natalità: non solo un problema economico o sociale, ma un indicatore di mancanza di speranza collettiva.

In un’immagine potente, il Capitano contrappone una stanza di museo – ordinata, studiabile, immobile – a una stanza piena di bambini: caotica, impegnativa, ma viva.
È un invito ad accettare la fatica della vita come condizione della vera pace, contrapposta alla “pace finta” dei rimedi che anestetizzano il dolore senza risolverlo.

La pace, ricorda Bonsignore, non cresce nell’isolamento, né nei contesti dominati dal profitto e dall’individualismo.
La pace è relazione, legame, comunità. È ciò che permette di condividere un senso della vita, di sentirsi parte di qualcosa di più grande.
È, in fondo, ciò che si respira nelle piccole comunità come quelle della Costiera, dove la solidarietà non è una parola, ma un modo di vivere.

Il saluto del Capitano Bonsignore è stato molto più di un discorso istituzionale: è stato un manifesto di impegno civile.
Ci ricorda che la pace non è un traguardo degli Stati, ma un’opera artigianale che ciascuno di noi modella nei propri gesti, nelle parole, nelle scelte quotidiane.
È un richiamo forte e limpido ai valori che resistono al tempo: fedeltà, comunità, speranza.