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La tradizione di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Defunti radicata anche in penisola sorrentina tra riti e sapori antichi

La festività di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Defunti affonda le sue radici in tempi molto antichi e, anche in Penisola Sorrentina, ha mantenuto nel tempo un forte valore religioso e comunitario. I giorni a cavallo tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre rappresentavano un momento di raccoglimento, ma anche di convivialità e di profondo legame con i defunti e con la terra.
Alla vigilia di Tutti i Santi si osservava un’usanza particolare: si consumavano sette pietanze diverse, simbolo di abbondanza e di buon auspicio per l’anno a venire. Tra queste non potevano mancare frutta secca, melagrana, castagne e minestrone, mentre la carne era rigorosamente esclusa, in segno di rispetto e penitenza.
Il giorno successivo la festa vera e propria era invece occasione di allegria: si preparavano spaghetti, pollo ripieno, “is pabassinas” – dolcetti con uvetta e noci – e si assaggiava per la prima volta il vinello nuovo della stagione.
Durante la notte tra Tutti i Santi e il Giorno dei Morti la tavola restava apparecchiata, pronta a offrire cibo a un eventuale poverello che avesse bussato alla porta. Questo gesto aveva un duplice significato: atto di carità verso i vivi e simbolico nutrimento per le anime dei defunti, che si credeva tornassero in quelle ore tra le mura domestiche.
La commemorazione dei defunti era preceduta da una veglia in chiesa mentre il cimitero, un tempo aperto solo in questi giorni, accoglieva le visite dei fedeli che portavano crisantemi e margherite, gli unici fiori coltivati localmente.
Nelle case, invece, si accendevano i lumini, detti “is lantias”, realizzati artigianalmente con un filo di cotone o lino infilato in un piccolo pezzo di canna, adagiato sull’olio in una scodella: una luce umile ma intensa, dedicata alla memoria dei propri cari.
Particolarmente suggestiva era l’usanza dei bambini che, in gruppi, andavano di casa in casa suonando i campanelli e pronunciando la formula: “Morti, morti”. In cambio ricevevano dolcetti, noci, frutta secca e, a volte, qualche moneta.
Un rito semplice ma carico di significato, che univa il mondo dei vivi a quello dei defunti in un clima di festa e di condivisione.
Dalla sera di Tutti i Santi fino al giorno dei Morti le campane suonavano a morto ininterrottamente. A chi svolgeva questo servizio si offriva un piatto di pastasciutta con carne di maiale o di gallina o un pugno di castagne arrosto.
La giornata culminava con una messa nell’ossario e, nel pomeriggio, con una processione che partiva da ogni parrocchia e si concludeva tra le tombe del cimitero, in un silenzioso atto di devozione collettiva.
In questi giorni si preparavano dolci tipici dal sapore antico e deciso: i “cruxionis de sangueddu”, realizzati con sangue di maiale, uvetta, pinoli, zucchero e spezie; “is pabassinas”, con uvetta e noci; e il ricco “pani de saba”, impastato con la saba, un mosto di vino cotto a lungo con mele e finocchietto selvatico fino a ottenere un denso caramello scuro.
Un altro protagonista era “su gattò”, croccante di mandorle tostate e zucchero caramellato, immancabile sulle tavole autunnali.
Nel frattempo, gli uomini si dedicavano al travaso e alla prima degustazione del vino nuovo, mentre i bambini assistevano incuriositi, partecipando così ai ritmi della vita contadina e del ciclo delle stagioni.
Le antiche usanze di Tutti i Santi e della Commemorazione dei Defunti in Penisola Sorrentina raccontano un tempo in cui la vita e la morte, la fede e la convivialità, la terra e la spiritualità si intrecciavano profondamente.
Rievocare queste tradizioni significa custodire un patrimonio di memoria, affetto e identità, che ancora oggi continua a parlare al cuore delle comunità locali.