Non serve impennare per sentirsi vivi
Riceviamo e pubblichiamo *Non serve impennare per sentirsi vivi*
Ragazzi, vi parlo con il cuore, da chi la moto la vive da una vita e porta addosso i segni del tempo, ma anche la gratitudine per ogni chilometro fatto. So bene che cosa si prova quando il motore vibra sotto di te e la strada ti chiama. È libertà, è respiro, è un’emozione che nessun’altra cosa può darti. Ma proprio perché è così bella, la moto merita rispetto.
Negli ultimi mesi, qui in Penisola Sorrentina, abbiamo pianto troppi ragazzi. Giovani come voi, pieni di sogni, che non sono più tornati a casa per colpa di un attimo di leggerezza, di una curva affrontata male o di un’impennata di troppo. Ogni volta è una ferita che si riapre per tutti noi che amiamo le due ruote. Perché non è solo dolore, è rabbia e impotenza. Sappiamo bene quanto basta poco per rovinare tutto.
Le impennate, le acrobazie, la voglia di sentirsi invincibili: le capisco. È l’adrenalina, è l’età, è il desiderio di mostrarsi. Ma la strada non è un’arena. La moto non serve a dimostrare qualcosa, ma a sentire qualcosa: il profumo del mare mentre pieghi, il sole che cala dietro Positano, il silenzio dopo il rombo. Le nostre strade sono un patrimonio, un sogno per chi viene da fuori. Non lasciamo che diventino croci bianche sul ciglio della SS163, o delle altre strade della nostra bella Penisola.
Andare in moto non è una sfida. È un modo di vivere. È rispetto — per sé, per la vita, per gli altri. Se volete misurarvi, fatelo in pista, con chi vi insegna davvero a dominare la potenza della vostra moto. Ma sulla costiera, sulle curve che il mondo ci invidia, guidate con la testa, e con il cuore.
La vera impresa non è impennare davanti a tutti. È tornare a casa ogni sera, con il sorriso sotto al casco.
— Un motociclista della Penisola Sorrentina



