Editoria. Recensione di Marco Spina sul libro di Paolo Cavana Minoranze religiose e pluralismo confessionale in Italia. Realtà e modelli giuridici, Giappichelli Editore, Torino 2025
Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo la recensione di Marco Spina sul libro di Paolo Cavana Minoranze religiose e pluralismo confessionale in Italia. Realtà e modelli giuridici, Giappichelli Editore, Torino 2025
L’opera si distingue per un’analisi chiara e sistematica del regime giuridico applicabile alle confessioni minoritarie presenti in Italia. Già nell’introduzione, l’autore chiarisce un punto essenziale: la locuzione “minoranze religiose” non possiede in sé un significato giuridico nel nostro ordinamento, non essendo mai stata formalmente adottata dal legislatore. Si tratta, piuttosto, di un’espressione sociologica, che può risultare fuorviante e, in certe circostanze, addirittura discriminatoria, poiché suggerisce che i gruppi non appartenenti alla confessione maggioritaria possano essere sottoposti a una disciplina meno favorevole.
L’intento del volume è opposto: proporre una lettura dell’ordinamento italiano che valorizzi le norme volte a promuovere il pluralismo confessionale, preservando nello stesso tempo l’eguaglianza dei culti e il rispetto delle identità proprie di ciascuna comunità religiosa. Tale prospettiva è resa ancora più necessaria dal progressivo consolidarsi di una società sempre più multietnica e plurireligiosa, fenomeno dovuto in gran parte ai continui flussi migratori che caratterizzano l’era della globalizzazione. In più punti l’autore sottolinea come il legame tra pluralismo religioso e immigrazione renda la questione particolarmente delicata, giacché molti immigrati aderiscono a visioni religiose e modelli di cittadinanza talora molto distanti da quelli assunti come riferimento dallo Stato italiano.
Tracciate le coordinate generali dell’indagine, il lavoro dedica specifica attenzione ai culti non cattolici più diffusi in Italia, analizzando in particolare l’Ortodossia, i Testimoni di Geova e l’Islam. Le comunità islamiche, in ragione sia della loro consistenza numerica sia delle loro peculiarità, vengono approfondite in modo particolare: tra le caratteristiche rilevanti emergono la frammentazione interna (icasticamente descritta come una “galassia islamica”), determinata non solo da motivazioni di fede ma anche da fattori politici ed etnici; la presenza di valori non sempre compatibili con i principi costituzionali, come la parità di genere o la laicità dello Stato; e, in alcuni casi estremi, il rischio di derive integraliste o perfino terroristiche.
Un tema centrale riguarda la distinzione tra la religione e altre forme di espressione del pensiero umano, come le convinzioni filosofiche di impronta ateistica o agnostica. Con rigore argomentativo, Cavana osserva che il rifiuto di ogni discriminazione verso chi compie scelte areligiose o antireligiose non comporta automaticamente che alle organizzazioni filosofiche debba applicarsi lo stesso regime giuridico previsto per i culti religiosi. Un’equiparazione totale rischierebbe infatti di sminuire le peculiarità della dimensione religiosa. Particolarmente equilibrata e ben motivata risulta la parte dedicata al caso dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR).
La seconda parte del volume si concentra sulle garanzie costituzionali a presidio del pluralismo religioso. Viene ripercorso in modo accurato il dibattito costituente, evidenziando come la scelta di maggiore portata innovativa sia stata l’estensione a tutte le confessioni del principio di bilateralità come metodo di regolazione dei rapporti con lo Stato. Questa estensione, insieme alla garanzia dell’uguaglianza, costituisce la cornice entro cui si inserisce la disciplina delle varie comunità religiose. Pur riconoscendo la difficoltà di attribuire un contenuto rigidamente definito alla nozione di “eguaglianza dei culti”, l’autore ne ricostruisce il regime distinguendo tre categorie: le confessioni di fatto (non riconosciute), quelle riconosciute e quelle titolari di un’intesa con lo Stato.
Questa classificazione rappresenta uno dei maggiori pregi del volume, poiché offre organicità a una materia per sua natura complessa e frammentata, e mostra come, attraverso una lettura costituzionalmente orientata della legge sui culti ammessi e del diritto comune, anche le comunità prive di intesa possano comunque godere delle garanzie ricavabili dagli articoli 2, 3, 8 (commi 1 e 2) e 19 della Costituzione. Degne di nota, in tale contesto, le considerazioni sulla nomina dei ministri di culto e sul loro accesso a strutture “segreganti”, incluse quelle destinate ai migranti. Quanto alle confessioni riconosciute senza intesa, si sottolinea come la procedura di personificazione giuridica dell’ente rappresentativo, da tempo non più mero strumento di discrezionalità politica, sia divenuta occasione per verificare l’effettiva natura religiosa e la consistenza numerica del gruppo, presupposti necessari per l’ottenimento di specifiche prerogative.
Ampio spazio è dedicato anche alle confessioni che hanno stipulato intese con lo Stato. L’autore esamina con particolare attenzione i contenuti e le implicazioni giuridiche degli accordi, soffermandosi su cinque casi emblematici: la Tavola Valdese, che ha inaugurato la “stagione delle intese”; l’Unione delle Comunità Ebraiche, con la quale si è realizzata una sostanziale parità di trattamento con la Chiesa cattolica; e le intese con le organizzazioni buddhiste (UBI e Soka Gakkai) e induista, che hanno segnato il superamento della tradizionale concezione di “confessione religiosa” limitata all’orizzonte giudaico-cristiano.
Da istituto nato per sottrarre alcune storiche minoranze religiose al regime della legislazione del 1929, l’intesa si è trasformata in uno strumento volto a promuovere il dialogo con un numero crescente di comunità, spesso insediate di recente in Italia e talvolta portatrici di valori distanti da quelli costituzionali. Torna così al centro il legame tra pluralismo religioso e immigrazione, che costituisce un filo conduttore dell’intera monografia: gli accordi diventano strumento di mediazione normativa fra universi culturali e simbolici differenti, elevandosi a pacta libertatis et cooperationis fondati sul reciproco impegno a collaborare con lo Stato.
L’analisi dimostra come l’approccio differenziato dello Stato alle diverse confessioni, in base al grado di adesione ai valori costituzionali e alla disponibilità a cooperare con le istituzioni, sia pienamente legittimo sul piano costituzionale. Non mancano riflessioni su aspetti di politica ecclesiastica spesso trascurati, come la soppressione della Commissione consultiva per la libertà religiosa e il trasferimento delle relative competenze alla Commissione per le intese, della quale Cavana stesso è membro, dotata di funzioni paralegislative di grande rilievo.
Il volume ribadisce così l’attualità dell’istituto dell’intesa come strumento capace di garantire pluralismo e integrazione, prevenendo frammentazioni dell’ordinamento giuridico. Tale impostazione trova conferma sia nella giurisprudenza della Corte costituzionale sia nelle scelte governative in materia ecclesiastica. Il principio pattizio, in questa prospettiva, appare coerente non solo con i parametri costituzionali, ma anche con quelli europei e convenzionali, come attestano le decisioni della Corte di Strasburgo.
Nella parte conclusiva, Cavana individua criticità e possibili riforme. Particolare attenzione viene riservata alla condizione delle comunità islamiche, che spesso preferiscono ricorrere al diritto comune piuttosto che a norme specificamente dedicate alla religione, scelta che può limitare l’effettivo esercizio della libertà di culto. Nonostante ciò, non mancano segnali positivi verso un progressivo riconoscimento istituzionale, come dimostrano i pareri favorevoli al riconoscimento della personalità giuridica a COREIS e UCOII. Interessante anche l’analisi della questione relativa all’edilizia di culto, tema reso più complesso dall’aumento delle nuove religioni che non sempre necessitano di edifici dedicati.
L’opera si chiude con una riflessione prospettica sull’opportunità di adottare una legge generale sulla libertà religiosa, che sappia garantire un quadro organico e coerente ai rapporti tra Stato e confessioni.
Marco Spina

