Una riflessione su un fenomeno oscurato dai media
|Crisi morale e istituzionale in Israele: l’esercito si sgretola tra rifiuti, suicidi e censura
Crisi morale e istituzionale in Israele: l’esercito si sgretola tra rifiuti, suicidi e censura
Il mondo intero civile condanna Gaza, solo chi ha legami politici e internazionali , come con gli Stati Uniti d’America, non vede la differenza abissale fra la guerra della Russia in Ucraina e la strage indiscriminata che avviene in Palestina. Ma è sbagliata l’equazione israeliano uguale criminale, anche loro sono vittime di un Governo e di un sistema di potere, come lo siamo stati noi italiani con Mussolini, e al loro interno ci sono proteste spesso silenziate dai media o punite severamente con la galera, bisogna condannare ma non odiare e intanto capire e aiutare chi si oppone . Dopo quasi due anni di guerra contro la popolazione palestinese – i cui metodi, secondo le Nazioni Unite, sono coerenti con il crimine di genocidio – si acuisce in Israele una crisi profonda che coinvolge non solo il governo guidato da Benjamin Netanyahu, ma anche uno dei pilastri della coesione nazionale: le Forze di difesa israeliane (IDF). Il legame tra cittadini e Stato appare sempre più fragile, lacerato da proteste crescenti, obiezioni di coscienza, atti di diserzione e un drammatico aumento dei suicidi tra i militari.
La sfiducia verso l’esercito, in un Paese dove il servizio di leva è obbligatorio e la militarizzazione attraversa ogni aspetto della società, non è mai stata così esplicita. Decine di migliaia di riservisti – parte fondamentale dell’apparato militare israeliano – si rifiutano oggi di rispondere alla chiamata alle armi. Il fenomeno, emerso in modo dirompente negli ultimi mesi, è stato documentato da Meron Rapoport, giornalista di Local Call e +972 Magazine, che ha stimato in oltre 100mila i riservisti che avrebbero disertato nell’ultimo anno.
La crisi nelle IDF non si limita ai numeri. Da aprile 2024, una serie di lettere pubbliche firmate da migliaia di riservisti – tra cui appartenenti all’Aeronautica, alla Marina e all’intelligence – hanno chiesto la fine della guerra e un accordo per la liberazione degli ostaggi a Gaza. Iniziative che hanno coinvolto finora oltre 10mila soldati, una frattura senza precedenti nella narrazione dell’esercito come forza coesa e “di popolo”.
Ma il rifiuto del servizio militare assume oggi nuove forme. Accanto agli obiettori di coscienza – circa 1.500 dall’inizio del conflitto – cresce il numero dei cosiddetti “rifiuti grigi”: soldati che si sottraggono alla leva per stanchezza, disagio psicologico o convinzioni personali, simulando talvolta disturbi mentali per ottenere l’esonero. Una dinamica difficile da tracciare ma rivelatrice di un malessere diffuso.
A pesare ulteriormente è l’aumento allarmante dei suicidi tra i militari. Secondo dati ufficiali delle IDF, dal 7 ottobre 2023 si sono tolti la vita almeno 28 soldati, che sommati ai 10 suicidi precedenti portano il totale biennale a 38: un incremento del 65% rispetto al biennio 2021–2022. Un numero che, secondo il regista israeliano Guy Davidi – autore del documentario Innocence, presentato a Venezia nel 2022 – è solo la punta dell’iceberg. Il film racconta, attraverso storie vere e materiali d’archivio, la tragica parabola di giovani israeliani suicidi schiacciati dal peso del servizio militare e della cultura bellica che permea fin dall’infanzia la società israeliana.
“Il suicidio di un soldato è la forma più estrema di rifiuto del sistema – spiega Davidi ad Altreconomia –. Per questo lo Stato fa di tutto per calare il silenzio: il tabù sociale e le pressioni sulle famiglie contribuiscono all’autocensura e all’invisibilità del fenomeno”.
Nel frattempo, cresce anche la pressione sul fronte mediatico. Rapoport denuncia come nell’ultimo anno le IDF abbiano raddoppiato il numero di articoli censurati su temi di sicurezza nazionale, e che la paura di ritorsioni abbia incentivato l’autocensura tra i giornalisti. “La vera emergenza oggi non è solo la censura ufficiale, ma il silenzio autoimposto da chi teme di raccontare la verità”, afferma.
Il governo, dal canto suo, tenta di minimizzare. Netanyahu ha risposto alle lettere dei riservisti con un tweet accusandoli di voler “distruggere la società dall’interno”. Segno di una volontà esplicita di contenere il dibattito e impedire che la crisi travalichi i confini nazionali.
Un altro segnale allarmante è il mutamento nella composizione dell’esercito stesso. “L’IDF sta perdendo laicità: oggi il 40% dei soldati proviene da ambienti ultranazionalisti e religiosi radicalizzati”, spiega ancora Davidi. Coloni e sostenitori dell’estrema destra – spesso affiliati a formazioni come Otzma Yehudit, il partito del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir – rappresentano ormai una parte significativa delle forze armate.
Il mito dell’esercito “di popolo”, che ha fondato e sostenuto l’identità israeliana per decenni, si sta così sgretolando. E con esso, il contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini. “La crisi è ormai sotto gli occhi di tutti – conclude Meron Rapoport –. Il crescente numero di rifiuti, suicidi e proteste è il sintomo di un abisso morale. La disumanizzazione dei palestinesi, in un contesto di profonda crisi economica e sociale, rischia di trasformarsi in un boomerang. Puoi continuare a sganciare bombe, ma come fai a sostenere una guerra senza soldati?”.
In un Paese dove la guerra è stata per decenni una narrativa condivisa, l’erosione del consenso interno segna un punto di non ritorno. E lascia intravedere una frattura profonda non solo nel cuore dell’esercito, ma nell’intero progetto politico e identitario di Israele.
di [Nome Autore]
Dopo oltre 18 mesi di guerra contro la popolazione palestinese – i cui metodi, secondo le Nazioni Unite, sono coerenti con il crimine di genocidio – si acuisce in Israele una crisi profonda che coinvolge non solo il governo guidato da Benjamin Netanyahu, ma anche uno dei pilastri della coesione nazionale: le Forze di difesa israeliane (IDF). Il legame tra cittadini e Stato appare sempre più fragile, lacerato da proteste crescenti, obiezioni di coscienza, atti di diserzione e un drammatico aumento dei suicidi tra i militari.
La sfiducia verso l’esercito, in un Paese dove il servizio di leva è obbligatorio e la militarizzazione attraversa ogni aspetto della società, non è mai stata così esplicita. Decine di migliaia di riservisti – parte fondamentale dell’apparato militare israeliano – si rifiutano oggi di rispondere alla chiamata alle armi. Il fenomeno, emerso in modo dirompente negli ultimi mesi, è stato documentato da Meron Rapoport, giornalista di Local Call e +972 Magazine, che ha stimato in oltre 100mila i riservisti che avrebbero disertato nell’ultimo anno.
La crisi nelle IDF non si limita ai numeri. Da aprile 2024, una serie di lettere pubbliche firmate da migliaia di riservisti – tra cui appartenenti all’Aeronautica, alla Marina e all’intelligence – hanno chiesto la fine della guerra e un accordo per la liberazione degli ostaggi a Gaza. Iniziative che hanno coinvolto finora oltre 10mila soldati, una frattura senza precedenti nella narrazione dell’esercito come forza coesa e “di popolo”.
Ma il rifiuto del servizio militare assume oggi nuove forme. Accanto agli obiettori di coscienza – circa 1.500 dall’inizio del conflitto – cresce il numero dei cosiddetti “rifiuti grigi”: soldati che si sottraggono alla leva per stanchezza, disagio psicologico o convinzioni personali, simulando talvolta disturbi mentali per ottenere l’esonero. Una dinamica difficile da tracciare ma rivelatrice di un malessere diffuso.
A pesare ulteriormente è l’aumento allarmante dei suicidi tra i militari. Secondo dati ufficiali delle IDF, dal 7 ottobre 2023 si sono tolti la vita almeno 28 soldati, che sommati ai 10 suicidi precedenti portano il totale biennale a 38: un incremento del 65% rispetto al biennio 2021–2022. Un numero che, secondo il regista israeliano Guy Davidi – autore del documentario Innocence, presentato a Venezia nel 2022 – è solo la punta dell’iceberg. Il film racconta, attraverso storie vere e materiali d’archivio, la tragica parabola di giovani israeliani suicidi schiacciati dal peso del servizio militare e della cultura bellica che permea fin dall’infanzia la società israeliana.
“Il suicidio di un soldato è la forma più estrema di rifiuto del sistema – spiega Davidi ad Altreconomia –. Per questo lo Stato fa di tutto per calare il silenzio: il tabù sociale e le pressioni sulle famiglie contribuiscono all’autocensura e all’invisibilità del fenomeno”.
Nel frattempo, cresce anche la pressione sul fronte mediatico. Rapoport denuncia come nell’ultimo anno le IDF abbiano raddoppiato il numero di articoli censurati su temi di sicurezza nazionale, e che la paura di ritorsioni abbia incentivato l’autocensura tra i giornalisti. “La vera emergenza oggi non è solo la censura ufficiale, ma il silenzio autoimposto da chi teme di raccontare la verità”, afferma.
Il governo, dal canto suo, tenta di minimizzare. Netanyahu ha risposto alle lettere dei riservisti con un tweet accusandoli di voler “distruggere la società dall’interno”. Segno di una volontà esplicita di contenere il dibattito e impedire che la crisi travalichi i confini nazionali.
Un altro segnale allarmante è il mutamento nella composizione dell’esercito stesso. “L’IDF sta perdendo laicità: oggi il 40% dei soldati proviene da ambienti ultranazionalisti e religiosi radicalizzati”, spiega ancora Davidi. Coloni e sostenitori dell’estrema destra – spesso affiliati a formazioni come Otzma Yehudit, il partito del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir – rappresentano ormai una parte significativa delle forze armate.
Il mito dell’esercito “di popolo”, che ha fondato e sostenuto l’identità israeliana per decenni, si sta così sgretolando. E con esso, il contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini. “La crisi è ormai sotto gli occhi di tutti – conclude Meron Rapoport –. Il crescente numero di rifiuti, suicidi e proteste è il sintomo di un abisso morale. La disumanizzazione dei palestinesi, in un contesto di profonda crisi economica e sociale, rischia di trasformarsi in un boomerang. Puoi continuare a sganciare bombe, ma come fai a sostenere una guerra senza soldati?”.
In un Paese dove la guerra è stata per decenni una narrativa condivisa, l’erosione del consenso interno segna un punto di non ritorno. E lascia intravedere una frattura profonda non solo nel cuore dell’esercito, ma nell’intero progetto politico e identitario di Israele.

