Logo

articolo aggiornato dagli inviati di Positanonews.

Generico luglio 2025

Punta Campanella: Un Tesoro Ritrovato dopo Quasi Mezzo Secolo di Dedizione

Massa Lubrense, Italia – A 49 anni dalla sua costituzione, l’Archeoclub di Massa Lubrense celebra uno dei momenti culturali più significativi della sua storia: il convegno dedicato a Punta Campanella. L’evento, introdotto con emozione dal presidente dell’associazione Stefano Ruocco, rappresenta un punto di svolta per la comprensione e la valorizzazione di un territorio la cui importanza storica e archeologica “va ben oltre la nostra immaginazione”.

L’introduzione ha ripercorso quasi mezzo secolo di attività, ricordando incontri memorabili come quelli con il compianto socio Giorges Vallet e i ragazzi di Massa, o la visita alla canonica della Zancani Montoro. Un caloroso omaggio è stato rivolto a tutti gli amici che hanno contribuito a costruire questa eredità, portando avanti con passione le attività dell’Archipolo.

Il Cuore dei Due Golfi: Un Punto di Riferimento Millenario

Punta Campanella, come sottolineato, non è solo il vertice terminale del Golfo di Napoli ma anche del Golfo di Salerno, rendendola un crocevia strategico per i traffici antichi. “Non solo dal punto di vista geografico, perché magari di fronte a Capri, ma per tutti i traffici dell’antichità che si sono spinti verso nord, hanno avuto in Punta Campanella un punto di riferimento importantissimo, fondamentale,” ha spiegato il presidente.

Il convegno segna la concretizzazione di un “piccolo sogno realizzato”: vedere finalmente studiati i materiali della Campanella in modo scientifico e l’imminente avvio di scavi archeologici. Un progetto di tre anni, guidato da Antonio Bianco, che si propone di analizzare i reperti e integrarli con le future scoperte derivanti dagli scavi, la cui gara d’appalto, si spera, è ormai in via di definizione grazie all’impegno di Luca di Franco.

Un Tributo agli Archeologi e ai Collaboratori Illuminati

Un sentito ringraziamento è stato rivolto agli archeologi, definiti “una delle categorie più sacrificate”, per il loro instancabile impegno nella fase preliminare di studio dei materiali e nella successiva, complessa, fase di scavo. L’occasione del convegno è vista come un’opportunità per “mettere un po’ di chiarezza ed esplicitare il lavoro che viene fatto sul campo.”

Tra i momenti storici ricordati, spicca il ritrovamento dell’iscrizione osca a Punta Campanella, avvenuto 40 anni fa nell’agosto, un evento che potrebbe essere celebrato con una futura conferenza. L’introduzione si è chiusa con espressioni di gratitudine verso figure chiave che hanno reso possibile il convegno e le future iniziative. Un “ringraziamento di cuore” è andato al Comandante Aniello Mastellone, descritto come una persona semplice e di cuore, il cui contributo ha indirettamente influenzato il successo di realtà come MSC, e ora dedito con straordinaria passione al suo giardino vivaio di agrumi.

Infine, un ringraziamento speciale è stato riservato a Luca di Franco, “regista di tutta questa operazione”, senza il quale la convenzione in essere e le iniziative attuali non sarebbero state possibili. L’auspicio è che possa continuare nel suo ruolo, nonostante le sue aspirazioni a diventare sovrintendente.

L’applauso finale ha suggellato un momento di grande emozione e prospettive future per la valorizzazione del patrimonio storico e archeologico di Punta Campanella.

La Soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro: Un Viaggio alle Origini del “Golfo Cumano” di Punta Campanella

Un Impegno decennale nella tutela del Patrimonio Archeologico Campano

Massa Lubrense, Italia – Nel convegno dedicato a Punta Campanella, uno dei tesori archeologici della Campania, la dottoressa Teresa Cinquantaquattro, già soprintendente dell’area metropolitana di Napoli e attualmente segretario regionale del Ministero della Cultura, ha tenuto una relazione di fondamentale importanza intitolata “Il Golfo Cumano: gli antecedenti“. Archeologa di grande fama ed esperienza, la dottoressa Cinquantaquattro si distingue per il suo impegno nella gestione e nel coordinamento degli scavi, nonché nella strenua difesa del patrimonio culturale.

Accolta da un caloroso applauso, la dottoressa ha subito ringraziato chi l’ha preceduta per la “difesa della categoria degli archeologi”, sottolineando la fatica e la natura “a staffetta” di un lavoro che richiede testardaggine e visione per trasformare idee in progetti di ricerca concreti. Un elogio particolare è stato rivolto a Luca di Franco per la sua capacità di raccogliere i frutti di anni di lavoro, come dimostrato dal progetto su Punta Campanella.


Un Paesaggio “Altalenante” e il Mistero delle Origini

La dottoressa Cinquantaquattro ha affrontato il compito di illustrare gli antefatti e le condizioni precedenti ciò che oggi conosciamo di Punta Campanella. Ha descritto la storia della ricerca in questo territorio come “contrassegnata da momenti un po’ altalenanti”, caratterizzati da improvvisi entusiasmi seguiti da periodi di stasi, durante i quali però una mole ingente di materiali e documentazione rimane “dimenticata nei depositi”, in attesa di essere recuperata e restituita alla conoscenza comune.

Punta Campanella, ha ribadito la dottoressa, è innanzitutto un punto di riferimento paesaggistico. La sua relazione si è addentrata nella definizione antica del Golfo di Napoli, chiamato da Strabone, geografo di età augustea e fonte cruciale per la storia della Campania antica, “Golfo Cumano” (κομαῖος κόλπος). Questa denominazione, ha spiegato la dottoressa, non è meramente geografica, ma esprime l’egemonia marittima di Cuma tra il VII e il VI secolo a.C., prima dell’ascesa di Neapolis. A tal proposito, Strabone stesso attesta che ai suoi tempi il nome era già mutato in “cratere”, riflettendo un quadro politico completamente diverso.


Le Prime Luci sul Popolamento e i Centri Fondamentali

Le attestazioni precedenti all’età arcaica nella penisola sorrentina sono scarse, con il popolamento che si concentra principalmente nella Valle del Sarno. La Penisola Sorrentina “si accende nelle carte archeologiche” dalla fine del VII – inizio VI secolo a.C., con l’attivazione di piccoli scali lungo la costa e le prime notizie sostanziali sull’insediamento di Sorrento. La documentazione più antica relativa a Punta Campanella si colloca invece nell’età arcaica, evidenziando un notevole cambiamento legato alla presenza di un luogo di culto.

La dottoressa si è chiesta come un luogo così strategicamente importante, al controllo delle Bocche di Capri, non fosse presidiato in precedenza, lamentando l’avarizia della documentazione. Tuttavia, ha espresso la speranza che la revisione dei materiali conservati presso il gruppo archeologico possa rivelare nuove informazioni.

Il contesto storico-insediativo generale del Cumaios Kolpos ha il suo punto di partenza nella metà dell’VIII secolo a.C., con l’arrivo degli Euboici in Occidente e la fondazione di Pithekoussai (Ischia). Questo insediamento, caratterizzato da una complessa struttura sociale, produzione ceramica e uso diffuso della scrittura, fungeva da porto per lo smistamento di merci provenienti dal Vicino Oriente lungo una rotta di lunga distanza che dall’Egeo si estendeva al Mediterraneo occidentale.


Cuma, Partenope e il Mosaico Culturale Campano

Le ricerche recenti condotte a Cuma hanno chiarito le dinamiche che hanno portato alla formazione della città. Da un villaggio indigeno preesistente, la Campania si è configurata come un “mosaico di culture”, con la compresenza di popolazioni native, Greci ed Etruschi. Gli scavi di Cuma, in particolare quelli di Matteo d’Acunto, hanno rivelato una capanna indigena distrutta a metà dell’VIII secolo a.C., con ceramiche greche e fenicie, a dimostrazione che il Golfo di Napoli era già un punto di arrivo per i traffici dall’Egeo.

Il periodo di transizione e formazione di Cuma, con una strutturazione urbana e organizzazione territoriale estesa fino alle falde del Vesuvio, si colloca tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C. Accanto a Pithekoussai e Cuma, l’occupazione del “Golfo Cumano” si concretizzò anche attraverso l’attivazione di piccoli punti di approdo. La dottoressa ha citato in particolare Partenope, l’insediamento che ha preceduto Napoli, situato sulla collina di Pizzofalcone, e la presenza di un’altra sede cumana nell’attuale Pozzuoli. L’arrivo dei Greci nel Golfo di Napoli, quindi, non fu “improvvisato”, ma si strutturò secondo un preciso piano di occupazione di un golfo “fondamentale per tutta una serie di ragioni”.


Il “Piccolo Indizio” e la Storia “Divertente” dell’Archeologia

La dottoressa Cinquantaquattro ha espresso il dubbio che la differenziazione strutturale tra questi centri possa derivare dalla qualità della ricerca piuttosto che da una situazione reale, sperando che future indagini possano fare chiarezza. Tuttavia, il mistero della silenziosa documentazione di Punta Campanella e persino di Capri in età più antica persiste.

Un “piccolo, apparentemente insignificante” frammento di un vaso, un collo di oinochoe vitrusana, segnalato da Luca di Franco e Teresa Laudonia, rappresenta un “primissimo labile indizio” di un’occupazione più antica. A questo si aggiunge un aneddoto “divertente” ma significativo, tirato fuori dal cassetto da Clodoaldo Borelli: la notizia di un frammento di vaso euboico tardogeometrico proveniente da Punta Campanella, citato da Mario Russo nel 1998 e ripreso da Borelli in un contributo del 2022.

La dottoressa ha letto un frammento della corrispondenza tra Borelli e Giorgio Buchner, lo storico scavatore delle necropoli di Pithekoussai. Buchner, esaminando uno schizzo del frammento, esprimeva il suo scetticismo, pensando a un “pesce d’aprile” per la sua incredibile importanza: “Se le mie maligne insinuazioni fossero sbagliate e la cosa fosse vera e non uno spiritoso pesce d’aprile, ma non è possibile, sarebbe troppo bello.” Questo scambio, ha commentato la dottoressa Cinquantaquattro, è un “piccolissimo pezzo di storia dell’archeologia” che rivela la convinzione tra gli studiosi che Punta Campanella abbia avuto un ruolo anche nella storia più antica del Golfo di Napoli.


Una Nuova Stagione della Ricerca

Concludendo la sua relazione, la dottoressa Cinquantaquattro ha ribadito che, nonostante la storia “diseguale” della ricerca su Punta Campanella, il grande lavoro di Luca di Franco e la sua vasta bibliografia rappresentano punti di riferimento cruciali. La giornata odierna e i progetti presentati segnano l’inaugurazione di una “nuova stagione della ricerca” per questo territorio.

La relazione della dottoressa Teresa Cinquantaquattro ha offerto una panoramica approfondita e ricca di spunti, tracciando un quadro complesso delle prime fasi di popolamento e delle dinamiche culturali che hanno plasmato il Golfo di Napoli, lasciando intravedere nuove e affascinanti prospettive per la ricerca archeologica a Punta Campanella.

Il Golfo Cumano tra Miti, Scambi e Trasformazioni: La Lezione del Prof. Carlo Rescigno

Un Viaggio nell’Evoluzione dei Porti Antichi e dei loro Contesti Sociali

Massa Lubrense, Italia – Il Prof. Carlo Rescigno, luminare dell’archeologia e docente presso la Scuola Superiore Meridionale, ha incantato il pubblico del convegno di Punta Campanella con una relazione densa e profonda intitolata “Il Golfo di Cuma tra città, approdo e santuario”. Partendo dalle suggestioni lasciate dalla Dottoressa Teresa Cinquantaquattro, il Prof. Rescigno ha guidato i presenti attraverso un’affascinante evoluzione del Golfo di Napoli, un tempo noto come “Golfo Cumano”, sottolineando come la percezione e l’utilizzo dei suoi approdi si siano modificati radicalmente nel corso dei secoli, riflettendo le trasformazioni socio-economiche delle civiltà che lo hanno abitato.

Il Golfo, con la sua ricchezza di isole, isolotti, approdi e promontori, ha offerto sin dall’antichità molteplici possibilità, non tutte sfruttate contemporaneamente. Rescigno ha evidenziato come il concetto stesso di porto sia mutato dall’VIII al V secolo a.C., passando da semplici scali a complesse infrastrutture, specchio del coagularsi di grandi città e di una progressiva presa di possesso della linea di costa.


Dall’Ancoraggio Mitologico ai Primi Insediamenti

L’VIII secolo a.C. ci restituisce un Golfo popolato non solo da scali, ma anche da riferimenti mitologici. Il Prof. Rescigno ha richiamato il radicamento di parte del viaggio di Odisseo in questi luoghi, un tema caro all’archeologia napoletana, che vede l’ancoraggio di coloni greci e la progressiva “grecizzazione” del paesaggio. Le Sirene, tra le prime figure fantastiche dislocate nel Golfo, ne sono un esempio lampante, rendendolo “greco e cumano” prima ancora che con conquiste militari.

Dopo la fondazione di Cuma, citata anche dalla Dottoressa Cinquantaquattro, si assiste alla nascita di numerosi piccoli scali, ognuno con una sorte individuale e risposte diverse alle sollecitazioni della storia. Questi approdi, nati per controllare la costa, come l’epìneion di Miseno – che diventerà il vero e proprio porto di Cuma, in un’analogia con Atene e il suo Pireo – e quello di Rione Terra, che sarà la futura Pozzuoli. Questi insediamenti sfruttavano le conformazioni vulcaniche della costa flegrea, creando luoghi adatti a installazioni sicure su promontori o in piccole rade. La scelta non era quella di costruire grandi città, ma di controllare una navigazione “libera nel Golfo”, che vedeva il dialogo costante tra insediamenti prevalentemente greci a nord e presenze di diversa marca etnica a sud, tutti inseriti in un contesto di scambi internazionali che coinvolgevano Greci, Etruschi e Italici.


Partenope e l’Ascesa delle Città

Il Prof. Rescigno ha poi illustrato il caso di Partenope, sul promontorio di Pizzofalcone, i cui scavi della metropolitana hanno permesso di recuperare un importante campionario di materiali risalenti al VII secolo a.C. Partenope, lungi dall’essere una grande città, era un piccolo scalo arroccato, che conviveva con una Cuma ben più estesa e orientata verso la Piana Campana. Questi piccoli scali erano come “digitazioni” della grande città sulla costa.

A partire dal VI secolo a.C., si assiste all’emergere di nuovi insediamenti nella Penisola Sorrentina, spesso associati alla cosiddetta “colonizzazione etrusca”, sebbene Rescigno abbia sottolineato come sia più corretto parlare di un momento in cui le città iniziano a prendere forma da piccoli insediamenti. Sono le origini di molti degli attuali centri della Penisola, come Quisisana (Castello Giusso), con il suo terrazzamento sul mare e due approdi, e l’enigmatico insediamento di Piano di Sorrento, con la sua importante necropoli. Infine, Sorrento, pur non raggiungendo la grandezza delle città coeve, si affermò come insediamento strutturato, sfruttando la conformazione naturale del luogo.


Convivium e Santuari: La Rete del Sacro nel Golfo

Il Prof. Rescigno ha poi affrontato il tema della coesistenza di culture diverse in un mondo in cui ogni gruppo etnico portava con sé ragioni di potenziale conflitto. La soluzione risiedeva negli “strumenti istituzionali” e nella natura stessa del commercio emporico, dove i mercanti godevano di maggiore libertà di circolazione. Trattati e alleanze permettevano l’equilibrio, e le difficoltà venivano spesso risolte “all’ombra del sacro”. I santuari, come nella città greca, costituivano una vera e propria rete sociale, unificando lo spazio collettivo e rendendo possibile l’esistenza della città, anche in assenza di mura. In questa dimensione internazionale si inserisce il popolamento di Punta Campanella, inizialmente con una frequentazione vicina al mondo delle Sirene, con Monte San Costanzo come possibile sede di un santuario precedente all’affermarsi del culto di Atena.


Il Santuario di Era e Afrodite a Cuma: Un Emblema del Commercio Emporico

Un focus particolare è stato dedicato al santuario di Era a Cuma, situato in un’area a sud della città, già identificato nell’Ottocento grazie al ritrovamento di un’anfora con l’iscrizione euboica “Tess Eres” (di Era). Gli scavi recenti della Scuola Superiore Meridionale e dell’Università Vanvitelli hanno confermato la presenza di un’area sacra molto estesa, a ridosso delle mura, a controllo del primo scalo marittimo. Il rinvenimento di ceramiche di importazione da tutto il Mediterraneo, non riscontrate sull’acropoli, indica una frequentazione internazionale. Un sostegno votivo con l’iscrizione “Simos mpoiese Terei” (Simos mi fece per Era), databile alla fine dell’VIII secolo a.C., conferma la presenza del culto di Era.

Ancora più significativa è la scoperta di una seconda iscrizione, degli inizi del VII secolo a.C., che attesta la presenza di Afrodite nello stesso santuario. Questa associazione tra Era e Afrodite è tipica dei culti emporici, come dimostrato anche dal santuario di Naxos e, in ambito etruscologico, da Gravisca, il porto di Tarquinia, che nelle sue prime fasi di vita era governato come un tempio greco con un doppio culto dedicato proprio a Era e Afrodite. Ciò suggerisce un mondo in cui le relazioni commerciali erano capillari e non ancora strettamente controllate da grandi porti.


La Nascita di Napoli e il Declino di un Mondo

A partire dalla seconda metà del VI secolo a.C., questo mondo di libera circolazione e coesistenza di diverse genti nel Golfo inizia a scricchiolare. Le città si chiudono su se stesse, i loro confini si definiscono meglio. In questo contesto di profonda trasformazione, Cuma decide di fondare Neapolis alla fine del VI secolo a.C. Un evento “di non ritorno”, che non crea un piccolo scalo, ma un vero e proprio porto. La grandezza di Napoli, ha spiegato Rescigno, non risiede solo nella sua piattaforma urbana, ma nel porto stesso, baricentro economico di un nuovo sistema che gestisce i commerci in modo completamente diverso rispetto alla frequentazione emporica. Napoli e Partenope, pur essendo considerate due città, sono in realtà “un unico grande organismo che ruota intorno al porto”.

Questo nuovo mondo si chiude su se stesso, definisce confini e spazi economicamente controllati dalla città nascente, rendendo inevitabile lo scontro. La battaglia di Cuma del 474 a.C., che vede i Greci di Cuma combattere contro gli Etruschi, segna la fine di un’epoca. Non c’è più spazio per la libera frequentazione nel Golfo di Napoli. Il mondo “si inclina, si spezza”, e la vittoria dei Napoletani trasforma il Golfo in qualcosa di diverso. Il culto di Atena, una divinità che “guarda molto lontano” e presidia le bocche di Capri, l’accesso al “mondo nuovo di Napoli”, prenderà piede a Punta Campanella dalla fine del VI secolo a.C.

La lezione del Prof. Rescigno ha delineato con maestria un quadro storico-archeologico complesso e affascinante, sottolineando la dinamicità dei paesaggi antichi e l’importanza della comprensione delle loro sottili interconnessioni tra mito, economia, società e sacro.


Generico luglio 2025

Luca Di Franco: Svelando i Segreti di Punta Campanella, dalla Sfida Iniziale alle Prospettive di Scavo

Un Anno di Lavoro per far Riemergere un Tesoro Nascosto

Massa Lubrense, Italia – L’archeologo Luca Di Franco ha preso la parola al convegno su Punta Campanella, portando i saluti del Soprintendente e ripercorrendo la genesi di un’iniziativa che, nata come una “piccola sfida” un anno fa, si sta rivelando cruciale per la comprensione di uno dei siti archeologici più affascinanti del Golfo di Napoli.

Tutto ha avuto inizio con una telefonata della Dottoressa Anna Anguissola , che aveva a disposizione una borsa di ricerca di dottorato profilata su temi archeologici a Punta Campanella. Dato il progetto già in corso sulle ville romane del Golfo, l’idea iniziale era di studiare materiali riconducibili a queste strutture. Tuttavia, il vero slancio è arrivato dalla disponibilità dell’Archeoclub di Massa Lubrense di cofinanziare la borsa. Di Franco ha spiegato che la presenza di una “villa romana” è sempre stata ipotizzata sulla punta estrema del promontorio, tanto da essere inclusa nel vincolo ministeriale e nel progetto di finanziamento degli scavi.

Nonostante le “grandi difficoltà burocratiche”, il progetto è stato portato a termine. L’iniziativa odierna ha un duplice scopo: dare merito al Comune di Massa Lubrense e all’Archeoclub per il loro supporto, e offrire al dottorando Antonio Bianco l’opportunità di esporre le sue ricerche e confrontarsi con studiosi di spicco come Teresa Cinquantaquattro, Carlo Rescigno e Anna Anguissola, con il supporto di Rosanna Scandia.


“Fare Rete”: L’Imperativo per la Ricerca Archeologica

Di Franco ha sottolineato l’importanza cruciale del “fare rete” nel lavoro archeologico, richiamando un concetto che la Dottoressa Cinquantaquattro gli aveva espresso al suo rientro in Campania. L’obiettivo è far rifiorire gli studi scientifici nella Penisola Sorrentina, dopo la ricchissima stagione portata avanti da Mario Russo. Questo convegno è dunque “una piccolissima occasione per far parlare del territorio, per cercare di fare rete tra Ministero, Comune, università e le varie università”. L’auspicio è che il futuro scavo, frutto di un piccolo finanziamento, veda la Soprintendenza, il Comune (proprietario del luogo), e tutti gli enti di ricerca collaborare costantemente, fornendo supporto al dottorando Bianco nel suo lavoro che abbraccia l’intero Golfo.


Gli Scavi Nascosti e la Via Minervia

Luca Di Franco ha poi offerto una panoramica delle evidenze archeologiche visibili e meno visibili a Punta Campanella, attingendo all’archivio della Soprintendenza e dell’Archeoclub, custode della memoria storica del territorio. Partendo dalle fonti, in particolare Strabone, ha ribadito lo stretto legame tra Sorrento e il santuario di Atena a Punta Campanella, la cui fondazione è legata al culto di Ulisse, pur mancando riscontri archeologici diretti.

Il focus si è poi spostato sugli scavi e le ricerche condotte nel tempo, spesso poco noti al grande pubblico. La Via Minervia, che collegava Castellammare di Stabia a Sorrento e al santuario, è una di queste. Nonostante gli importanti studi di Mario Russo e, più recentemente, di Giovanni Di Maio, gran parte del suo percorso rimane sconosciuto. Di Franco ha mostrato i risultati di indagini del 2015, condotte durante lavori per la rete elettrica, che hanno permesso di tracciare il percorso finale della Via Minervia, caratterizzato da basoli e da una tecnica costruttiva romana che si adattava alla parete rocciosa, con sostruzioni piene o cave.

Particolarmente interessanti sono due tratti iniziali: uno in opera incerta e l’altro in opera poligonale, che trova confronti con la Via Appia in fase medio-repubblicana (II secolo a.C.). Questi elementi suggeriscono una prima monumentalizzazione di una via preesistente, databile al II secolo a.C. Le immagini, sebbene con qualche difficoltà di visualizzazione, hanno mostrato i basoli “allettati” direttamente nel terreno, una tecnica statica peculiare che si conforma alla natura del luogo.


Il Santuario di Atena: Stratificazioni e Prospettive Future

Arrivati alla punta estrema di Punta Campanella, la digitalizzazione del promontorio, eseguita nel 2022, ha permesso di comprendere meglio l’orografia e la strutturazione delle evidenze archeologiche. Nonostante la documentazione ceramica suggerisca l’esistenza del santuario di Atena dalla fine del VI secolo a.C. (come ricordato dal Prof. Rescigno), sul posto sono visibili solo fasi più recenti.

Di Franco ha mostrato la planimetria più recente del sito, che, pur con qualche problema di visibilità, offre una lettura più chiara della situazione. Due rampe di scale antiche, una delle quali è la celebre scala con l’iscrizione osca che porta a una grotta sottostante, sono elementi di grande interesse.

Gli scavi degli anni ’80, condotti dall’Archeoclub e dalla Soprintendenza, hanno portato alla luce il tratto finale della Via Minervia e parte della terrazza inferiore antistante la torre medievale. Questo scavo, rimasto inedito, è fondamentale per comprendere l’accesso al sito, che avveniva a un livello inferiore, su cui si impostò la torre medievale (X secolo). La parte superiore è caratterizzata da una seconda terrazza, scavata tra il 2000 e il 2005, dove è stato rinvenuto un filare di un porticato in blocchi di calcare squadrati con colonne, che trova confronti con il Foro Triangolare di Pompei, databile alla fine del II secolo a.C.

Un indizio della presenza del santuario è una parete rocciosa scavata e intagliata con basamenti e segni di tabelle votive, suggerendo una zona votiva. La terrazza più alta, sebbene danneggiata dai secoli di uso militare, offriva un punto di presidio strategico e un accesso facilitato alla seconda scala.

In conclusione, Luca Di Franco ha riassunto le evidenze archeologiche, indicando la presenza di una struttura santuariale di epoca tardo-repubblicana (II – inizio I secolo a.C.), caratterizzata da terrazzamenti simili ai santuari ellenistici, con un criptoportico e un portico nella parte superiore, e un possibile tempio in quella più alta. La coerenza tra la datazione della Via Minervia e le strutture terrazzate suggerisce una contemporaneità. L’augurio finale di Di Franco è che le prossime ricerche, focalizzate sulla ricerca delle due terrazze superiori e dei luoghi di culto, possano svelare lo sviluppo di questa fase tarda del santuario e arricchire la conoscenza di un territorio che appartiene a tutti.


Anna Anguissola: L’Università di Pisa a Punta Campanella, tra Ville Romane, Nuove Tecnologie e la Promessa della Conoscenza Condivisa

Oltre Pompei: Un Nuovo Capitolo per le Ville Marittime Campane

Massa Lubrense, Italia – La Prof.ssa Anna Anguissola, archeologa e docente di Antiquaria presso l’Università di Pisa, ha presentato i progetti di ricerca del suo ateneo a Punta Campanella, offrendo uno sguardo sulle metodologie innovative e sulle prospettive future. Portando i saluti dell’Università di Pisa e della Scuola di Dottorato in Scienze dell’Antichità e Archeologia (che coinvolge anche le Università di Firenze e Siena), la Prof.ssaAnguissolaha ribadito l’importanza di “fare rete” – tra accademici, istituzioni e comunità locali – per la valorizzazione del patrimonio archeologico.

L’iniziativa su Punta Campanella, ha spiegato la Prof.ssa Anguissola , ha preso avvio grazie alla possibilità di una borsa di studio completa per il dottorato, resa concreta dal fondamentale supporto del Comune di Massa Lubrense e dell’Archeoclub. Questo ha permesso di avviare lo studio di materiali relativi alla presunta villa romana sul promontorio, un’idea che, pur necessitando di conferme archeologiche, ha guidato le prime fasi del progetto.


Dalle Ville di Pompei all’Ampio Paesaggio Costiero

La Prof.ssa Guzzola ha inquadrato le ricerche attuali nel contesto più ampio degli interessi dell’Università di Pisa per il territorio campano, in particolare il progetto decennale dedicato alle ville marittime lungo la costa reggiana e campana. Il punto di partenza è stato Pompei, con il progetto avviato nel 2016 nella Regio II, che ha investigato edifici dalla funzione incerta come il “complesso dei riti magici” e i “predia di Giulia Felice”. Quest’ultimo, inizialmente interpretato come una villa in miniatura, si è rivelato essere un giardino messo a coltivazione, un orto. Questa scoperta ha spinto a porsi domande più complesse su cosa sia realmente una villa, come si studi e come si inserisca nel paesaggio.

Da qui, è nato il desiderio di approfondire, in una prospettiva più ampia e organica, il tema delle ville romane lungo la costa laziale e campana. Il paesaggio costiero, in particolare quello da Sorrento, è un paesaggio letterario, che evoca immagini di cammini, gallerie e scalinate che connettevano il mare ai diversi terrazzamenti delle ville, come descritto da Plinio il Giovane.


La Villa di Capo di Massa: Un Laboratorio per la Conoscenza

L’attenzione si è concentrata sulla villa di Capo di Massa, un insieme di strutture oggi divise su diverse proprietà, per le quali la Prof.ssa Guzzola ha espresso gratitudine ai proprietari, Giudice e Auletta, che hanno permesso le prime indagini. La villa, visibile anche dal mare, ha incuriosito non solo per il suo assetto monumentale, ma anche per il suo apparato decorativo, in particolare un rilievo databile all’età di Adriano (II secolo d.C.). Questa fase decorativa è meno studiata rispetto alle prime costruzioni repubblicane o alle ville precedenti l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Gli scavi e gli interventi di conoscenza condotti nel secolo scorso avevano già prodotto le prime planimetrie, come la carta di Mingazzini, che identificava una parte residenziale più alta (oggi Villa Angelina), un xystus (camminamenti) e una pars maritima (strutture a mare per il soggiorno). La morfologia del terreno rendeva le strutture slegate tra loro, punteggiando la collina. Le fonti antiche evidenziano proprio la sfida di armonizzare corpi di fabbrica autonomi, per godere diversamente del paesaggio e dell’esposizione ai venti e alla luce, ma al contempo collegarli in un complesso organico. Questo problema, ha sottolineato la professoressa, è stato risolto dalle ville dell’area in maniera altamente individualizzata, pur condividendo elementi comuni come portici, scalinate e gallerie.

Sono state identificate tre fasi principali di occupazione della villa: augustea-tiberiana (sulla base delle murature), flavia (da lacerti di pittura) e adrianea (da rilievi che testimoniano un alto livello di uso).


Metodologie Innovative per la Ricerca del Futuro

Il lavoro attuale, iniziato solo ad aprile, è ancora in fase preliminare. È affidato a giovani studiosi, tra cui Daniele Renna, che affianca Antonio Bianco. Il suo compito è mettere a sistema le strutture oggi disperse sul pendio e nelle diverse proprietà, attraverso un lavoro di archivio e di puntuale documentazione (studio, fotografia, misurazione, rilievo e datazione degli apparati pittorici).

A supporto di questa ricerca, e come base per un futuro progetto di più ampia portata, è stato condotto un rilievo geofisico tra aprile e la mattina stessa del convegno. Affidato al collega Emanuele Taccola, che coordina il laboratorio di disegno e rilievo archeologico dell’Università di Pisa, il rilievo ha utilizzato tecnologie e strumenti all’avanguardia: dal ricevitore satellitare differenziale e stazione totale, a un dispositivo laser di mobile mapping (Navis BLK3) indossabile, fino alla fotogrammetria e al lidar da drone.

L’uso integrato di questi metodi, ha spiegato Guzzola, è fondamentale per superare le difficoltà poste dall’orografia del terreno e dalla vegetazione (limoni, ulivi). Il risultato è una nuvola di punti tridimensionali che permette di filtrare le informazioni, eliminare la vegetazione e restituire una cartografia il più possibile completa delle strutture.


La Promessa della Conoscenza Condivisa

I risultati mostrati, sebbene ancora in corso di elaborazione, rivelano già importanti allineamenti e l’andamento delle strutture a mare, incluse le rampe che salgono verso l’alto. Una volta completata, la mappa permetterà di comprendere come la villa si rivolgesse a tutti i lati del mare, sfruttando la sua posizione geografica privilegiata, con ambienti semicircolari che offrivano esperienze differenziate agli occupanti.

La Prof.ssa Anguissola ha concluso esprimendo l’auspicio di poter mostrare, tra qualche mese, piante più dettagliate e un programma di interventi più elaborato, insieme ai primi risultati del lavoro di tesi di Daniele Renna. L’obiettivo è fornire una base di conoscenza ampliabile, condivisa, solida e affidabile su cui costruire le ricerche future, per conoscere e valorizzare appieno il meraviglioso patrimonio di Punta Campanella.

https://www.academia.edu/129496805/LE_VILLE_MARITTIME_ROMANE?sm=b&rhid=33983795030


Antonio Bianco: Le “Capuzzelle” di Atena e i Primi Indizi dal Santuario di Punta Campanella

Un Giovane Archeologo Tra Reperti e Nuove Prospettive per la Penisola Sorrentina

Massa Lubrense, Italia – Con emozione e gratitudine, Antonio Bianco, borsista e dottorando in Archeologia presso l’Università di Pisa, ha presentato i primi risultati del suo lavoro di studio sui materiali archeologici di Punta Campanella. Specializzato nello studio della ceramica e con esperienze in numerosi scavi e musei in Italia e all’estero – da Cuma a Eretria, da Creta a Patras – Bianco ha sottolineato il suo recente legame con il territorio massese, che da napoletano “dell’entroterra” sta imparando a conoscere grazie a questo dottorato.

Un sentito ringraziamento è stato rivolto alla “triade responsabile” del progetto: la Prof.ssa Anna Anguissola, suo relatore, e l’archeologo Luca Di Franco, qui accanto a lui. Un riconoscimento speciale è andato anche a Stefano Ruocco e all’Archeoclub di Massa Lubrense, la cui “presenza spesso costante” e il cui supporto umano e logistico arricchiscono quotidianamente il suo lavoro sui reperti. Bianco si è detto “onorato” di poter parlare accanto a figure autorevoli come il Prof. Carlo Rescigno e la Dott.ssa Teresa Cinquantaquattro.


Un Patrimonio Sparso: Materiali da Riscoprire e Connettere

La relazione di Bianco ha delineato la storia degli studi sui materiali di Punta Campanella, un percorso frammentato ma ricco di potenziale. Già a fine anni ’60 e ’70, una prima classificazione dei reperti sporadici di Punta Campanella e della Baia di Ieranto fu curata da Paul Morel, con materiali oggi custoditi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Negli anni ’70 e fino al 1984, gli scavi condotti da Mario Russo e dalla Dottoressa Zancani Montoro portarono alla luce ulteriori reperti, oggi conservati nel Museo Archeologico Territoriale “Georges Vallet” di Massa Lubrense. Luigi La Rotonda nel 1984 realizzò un primo elenco di questi oggetti, ora depositati nella sede dell’Archeoclub, fulcro attuale del lavoro di Bianco.

Dal 1987 in poi, si sono succeduti diversi interventi di scavo e studio, tra cui quelli di Valeria  Sanpaolo. Il dottorando ha ribadito l’importanza degli studi di Mario Russo, in particolare sulla celebre iscrizione osca, la cui copia è esposta nel terrazzo esterno. Tuttavia, ha evidenziato una “piccola problematicità”: molti dei materiali sono distribuiti in diverse collezioni, incluse alcune private come la Collezione Fluess Anastasio, rendendo la loro consultazione complessa e destinata a studi futuri. Ulteriori saggi sono stati condotti nel 2004, 2015 e 2016 da Tommasina Budetta. Un ringraziamento particolare è stato rivolto a Teresa Laudonia, che ha fornito tutte le informazioni necessarie per avviare lo studio dei reperti.


Frammenti di Vita Antica: Ceramica e Coroplastica dal Santuario

Antonio Bianco ha poi mostrato alcune delle tipologie di materiali che ha potuto studiare in questi primi mesi, principalmente ceramica e coroplastica, con una minore quantità di metalli. La fase di studio consiste nell’apertura e catalogazione delle cassette, precedentemente suddivise per classi di materiali.

Tra la ceramica, spiccano frammenti a figure nere e rosse, ceramica sovraddipinta e a vernice nera. La presenza di oggetti legati al consumo di cibo e vino suggerisce l’uso del santuario per riti e cerimonie. Immagini di Dioniso con il tirso, elementi architettonici, animali e figure umane, come teste femminili, decorano questi vasi. Le cronologie della ceramica spaziano dalla fine del VII – inizio VI secolo a.C. fino all’epoca romana, con la presenza di vasi tipici campani con figure femminili del III-II secolo a.C. Particolarmente interessante è un frammento di oinochoe eisis, un vaso raro legato alle libagioni, e la ceramica sovraddipinta, una produzione campana legata al consumo di bevande e cibo.

La coroplastica, che copre un arco cronologico dal V secolo a.C. in poi, è altrettanto ricca. Include teste arcaiche, figure con polos (un copricapo), numerosi esemplari di kourotrophoi (figure femminili che allattano il bambino) e tanagrine (statuette femminili dipinte).


Le “Capuzzelle” di Atena: Un Simbolo di Punta Campanella

Il focus della presentazione si è spostato sulle celebri “capuzzelle di Atena”, definite “l’elemento più rappresentativo del santuario di Punta Campanella”. Bianco ha evidenziato che queste testine, in terracotta, presentano una caratteristica distintiva: sono coronate da un elmo di tipo frigio, ricurvo e tipico della regione della Frigia. Questa peculiarità ha generato dibattiti in passato sulle origini di Atena e sulla sua provenienza dall’Asia Minore, un tema ancora in fase di studio.

Il dottorando ha identificato due tipologie principali di Atena: quella stante con il braccio piegato verso il fianco, e una variante che tiene in mano una patera per la libagione su un pilastrino. Esiste anche un frammento che mostra una mano che mantiene lo scudo. Il numero di queste testine di terracotta è “spropositato” rispetto ad altri siti campani, e la loro varietà suggerisce una capacità di sfruttare diverse matrici per la produzione.

La rilevanza di queste figurine risiede nel loro legame con modelli scultorei più celebri, in particolare l’Atena del Partenone, opera di Fidia del V secolo a.C. Le “capuzzelle” di Punta Campanella sembrano ispirarsi a questo modello. Bianco ha concluso mostrando confronti con ritrovamenti pugliesi, come il santuario di Castro, dove sono state rinvenute statuette bronzee e una statua di dimensioni maggiori di Atena con l’elmo frigio, suggerendo una possibile connessione con questo “santuario gemello”.


Un Inizio Promettente: La Ricerca è Ancora ai Loro Albori

Antonio Bianco ha concluso la sua presentazione ribadendo che la ricerca è “ancora sul nascere” e che ci saranno sicuramente “riscontri e risvolti interessanti”. La sua emozione e la passione per lo studio dei materiali sono evidenti, e il suo lavoro promette di arricchire significativamente la comprensione del santuario di Punta Campanella e del suo ruolo nella storia antica del Golfo di Napoli.

Generico luglio 2025Generico luglio 2025Generico luglio 2025

GIOVEDI 3 LUGLIO, alle 18:00 a Palazzo Raja, si terrà un importante pomeriggio di studio sull’Archeologia del Golfo di Napoli con Punta Campanella.
L’evento, tra i più significativi appuntamenti culturali dell’estate 2025, viene proposto ad un anno esatto dalla convenzione stipulata tra Università di Pisa e Archeoclub Massa Lubrense finalizzata ad un corso di Dottorato in “Scienze dell’Antichità e Archeologia” sui materiali archeologici provenienti dal Santuario di Punta Campanella.
Il progetto di dottorato della durata di tre anni, che si svolge presso la Sede dell’Archeoclub, viene attuato sotto l’egida della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli e con il sostegno del Comune di Massa Lubrense.
Oltre all’archeologo vincitore del Dottorato di ricerca, dr. Antonio Bianco, e alle Autorità, hanno dato la loro adesione studiosi ed esperti di primissimo piano del mondo dell’archeologia. A breve il programma dettagliato.

articolo correlato  https://www.positanonews.it/2024/08/archeologia-in-penisola-punta-campanella/3731915/

Dott. Antonio Bianco  Punta Campanella: il materiale dello scavo e delle ricognizioni.

Nelle dinamiche insediative della Campania preromana, i siti di costa emergono per il loro valore fondamentale nell’incontro delle genti provenienti dal mare con le popolazioni locali, più o meno recettive, a seconda delle aree e dei singoli casi. Il sito di Punta Campanella, inquadrato in questa cornice, può rappresentare a buon diritto un caso di estremo interesse per la posizione nodale che occupa, con il passaggio creato ad ovest con l’isola di Capri, e a collegare l’area meridionale della Campania con quella settentrionale fino ai Campi Flegrei. In tutte le sue fasi di occupazione, la penisola sorrentina occupava una posizione chiave nelle dinamiche di influenza e di potere tra le aree limitrofe di costa e quelle più interne, verso la valle poseidoniate a sud e la piana pompeiano-sarnese a nord. Il santuario di Punta Campanella non può essere compreso in pieno se non si prende nella necessaria considerazione l’area geografica e il ruolo politico che esso ricopriva nell’analisi di un più vasto territorio. Tale ricerca ha una duplice finalità: a) da un lato studiare, attraverso un’analisi dettagliata dei materiali rinvenuti dalle ricognizioni e soprattutto dallo scavo del 1987, le singole classi di materiali restituiti dal sito, con particolare attenzione alla ceramica e alle sue fasi cronologiche; b) dall’altro approfondire il fondamentale ruolo del substrato culturale che porta alla probabile coesistenza di genti italiche, etrusche e greche, che fanno del santuario di Punta Campanella un luogo particolarmente denso di frequentazioni e un caso di studio eccezionale per la comprensione delle dinamiche insediative nella Campania meridionale. Il punto “a” resta fondamentale per lo studio degli orizzonti cronologici collegati alla stratigrafia, contribuendo all’interpretazione degli elementi architettonici ancora visibili e rinvenuti in alcuni saggi. Inoltre, può fornire preziose informazioni sulle diverse produzioni ceramiche e sulla loro provenienza. Il punto “b” affronta, attraverso l’inquadramento tipologico e cronologico della cultura materiale, questioni storiche di più ampia portata, indagando il ruolo del santuario nelle dinamiche di convivenza di questi popoli e la sua evoluzione nell’arco di sei-sette secoli.

Tutor: Anna Anguissola  Cotutor: Luca Di Franco

Generico giugno 2025