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Domenica 8 giugno: Giornata Mondiale degli Oceani 2025. Le grandi acque ci parlano, e ci chiedono aiuto.

Gli Oceani coprono tre quarti del nostro Pianeta, garantendo la sopravvivenza di 3 miliardi di persone e per questo vanno protetti.

La Giornata Mondiale degli Oceani, si celebra ogni anno in tutto il mondo l’8 giugno dal 2008, grazie alle Nazioni Unite, istituita per valorizzare gli oceani e il mare come beni del nostro ecosistema da proteggere e preservare.

Per questi nostri mari immensi, senza i quali non può esserci un pianeta sano, tra barriere coralline semidistrutte, fondali contaminati dalla plastica e un turismo marino incontrollato e pericoloso, occorre prendere coscienza che sono sotto pressione più che mai.

Che questa domenica diventi un’occasione per riflettere ed iniziare ad agire, con più conoscenza, più educazione, politiche mirate, ed azioni individuali da parte di tutti.

Ogni piccolo gesto può fare la differenza: gli oceani sono il “polmone blu” del Pianeta grazie alla loro capacità di assorbire anidride carbonica e produrre ossigeno e alla ricca biodiversità di questo ambiente.

Quest’anno il tema sotto i riflettori è quello dell’overtourism marino, un fenomeno sempre più pericoloso.

La crescita esponenziale del fenomeno di un turismo di massa ancora molto irrispettoso verso l’ambiente, sta devastando alcuni degli ecosistemi marini più delicati al mondo.

L’associazione Marevivo non a caso lancia oggi questo allarme e parla di fenomeno molto sottovalutato: ancoraggi selvaggi, snorkeling di massa e costruzione di villaggi turistici in aree sensibili stanno causando danni irreversibili: “Oltre l’80% dei fondali marini e il 98% di quelli abissali sono ancora inesplorati. Non conosciamo la biodiversità del mare, eppure continuiamo a sfruttarla in ogni modo possibile”.

Le zone più colpite sono tante nel mondo, da Maya Bay in Thailandia, la Maddalena in Sardegna, Hanauma Bay alle Hawaii, ma anche la Grande Barriera Corallina in Australia.

A questo si aggiungono l’inquinamento causato dalla plastica (39,8%), seguito dall’inquinamento idrico (26,9%) e dagli sversamenti di petrolio (21,7%), ed infine non meno importanti, i cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature marine, l’acidificazione delle acque e l’innalzamento del livello del mare producono effetti drammatici per molte comunità costiere, e soprattutto per l’equilibrio ecologico degli oceani.