Tra omissioni nei documenti ufficiali, fondi di dotazione dimezzati e statuti riscritti, l’ASCCCA rischia di partire su basi fragili
|Azienda Speciale Cava – Costa d’Amalfi: un puzzle giuridico tra fondi fantasma, atti irregolari e nomine sospette
L’Azienda Speciale Consortile Cava – Costa d’Amalfi (ASCCCA), nata con l’obiettivo ambizioso di gestire servizi sociali in un territorio delicato come quello della Costiera Amalfitana, rischia di avere il fiato corto già ai blocchi di partenza. A guardare bene le carte, i nodi sono tanti, e tutti stringono un cappio preoccupante intorno alla validità giuridica e alla sostenibilità finanziaria dell’ente.
Il primo campanello d’allarme riguarda un elemento tecnico che chiunque abbia sfogliato il Testo Unico degli Enti Locali conosce bene: il fondo di dotazione. È questo, secondo l’art. 114 del TUEL, uno degli elementi essenziali per la nascita di un’azienda speciale. Senza, l’atto costitutivo rischia la nullità giuridica. Eppure, alla firma davanti al notaio, le delibere consiliari dei Comuni coinvolti non riportavano – in copia conforme – l’indicazione del fondo previsto. Solo il Comune di Positano avrebbe trasmesso una versione allineata.
La domanda è inevitabile: com’è possibile che il notaio non abbia rilevato una lacuna così macroscopica? E su quale base giuridica sono stati firmati atti divergenti da quelli approvati nei consigli comunali?
A peggiorare il quadro, è arrivata la cosiddetta “regolarizzazione” tentata dal Comune di Cetara, che ha messo nero su bianco una contraddizione imbarazzante: da un lato si ratifica un fondo di 625.000 euro, dall’altro il nuovo statuto, con un emendamento all’art. 9-bis, prevede un fondo ridotto a 0,30 euro per abitante. Tradotto: da oltre mezzo milione a circa 25.000 euro per tutto il comprensorio. Il tutto, senza copertura, senza istruttoria, senza un parere contabile. E soprattutto, senza spiegazioni.
Chi si assume la responsabilità di questa retromarcia patrimoniale? E ancora: che fondo di dotazione è stato riportato nel bilancio 2024 dell’azienda se i Comuni non hanno mai deliberato formalmente i relativi stanziamenti?
E non è tutto. Il Piano Economico Finanziario, previsto dall’art. 17 del D.Lgs. 201/2022 per tutti gli affidamenti diretti in house di servizi pubblici a rilevanza economica, non è stato predisposto. Qualcuno prova a giustificare l’assenza sostenendo che si tratti di un obbligo per le sole società in house. Ma nel nuovo statuto dell’ASCCCA è chiaramente scritto che l’azienda potrà gestire anche farmacie pubbliche, attività che rientrano a pieno titolo nella sfera commerciale. Dunque, la redazione del PEF era obbligatoria.
Nel frattempo, si chiede ai Consigli comunali di “ratificare” atti diversi da quelli originariamente approvati, compresa la nomina del Presidente dell’Assemblea, assegnata al Sindaco di Ravello in un contesto in cui alcuni firmatari non sono più in carica. È legittimo oggi ratificare una votazione espressa da chi non rappresenta più l’ente?
Ma il passaggio più inquietante riguarda la nomina del Direttore Generale dell’azienda. Il primo statuto dell’ASCCCA prevedeva, in linea con la convenzione del Piano di Zona e la normativa regionale, che il direttore fosse una figura professionale sociale, selezionata tra quelle iscritte nell’elenco regionale. Ma con una modifica silenziosa, l’art. 25 del nuovo statuto cambia le carte in tavola: ora si fa riferimento alla normativa nazionale in materia di accesso alla dirigenza pubblica.
Una mossa in apparenza tecnica, ma che potrebbe nascondere una finalità politica: aggirare la selezione tra professionisti qualificati regionali per procedere a una nomina fiduciaria. La Regione Campania, con una nota ufficiale del 5 marzo 2025, ha già avvertito: “La figura del Direttore deve essere selezionata esclusivamente dall’elenco regionale. In caso contrario, scatteranno sanzioni amministrative da 5.000 a 15.000 euro.”
Insomma, l’ASCCCA sembra nascere su basi giuridiche fragili, patrimoni ballerini e statuti manipolati. Si può davvero affidare a una struttura simile la gestione di milioni di euro per servizi destinati a minori, disabili, famiglie e anziani? La risposta dovrebbe venire, senza esitazioni, da segreteri comunali, revisori dei conti e – perché no – dalla stessa Corte dei Conti.
Nel frattempo, anche il notaio che ha firmato l’atto costitutivo non può restare in silenzio. La responsabilità di chi ha autenticato, registrato e forse ignorato non è più solo formale. Ora è sostanziale. E il tempo delle firme a cuor leggero è finito.


