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Prepararsi al disastro. Seconda parte: dalla partecipazione alla  democrazia della sicurezza

Ogni strategia di prevenzione e gestione del rischio si basa su un presupposto fragile ma indispensabile: la partecipazione attiva della popolazione. Tuttavia, questa partecipazione è spesso data per scontata, come se fosse automatica, uniforme, garantita da una buona comunicazione istituzionale o da un senso civico diffuso. Il caso della simulazione di evacuazione a Pozzuoli, organizzata nel 2024 per testare il piano di emergenza in caso di bradisismo o eruzione vulcanica, ha messo in crisi questa illusione.
La scarsa adesione all’esercitazione ha sollevato numerose reazioni, molte delle quali animate da un tono giudicante: si è parlato di disinteresse, di menefreghismo, persino di “apatia endemica”. Ma questi giudizi, oltre ad alimentare lo stigma e a generare distanza tra istituzioni e cittadini, non aiutano a capire davvero cosa accade nei territori a rischio.
Le motivazioni che portano una persona a non partecipare a un evento preparatorio sono complesse e stratificate. Possono includere una comunicazione inefficace (o percepita come tale), una cronica sfiducia nelle istituzioni, la memoria di esperienze negative passate (come evacuazioni inutili o allarmi infondati), oppure uno stato di logoramento psico-emotivo dovuto alla lunga esposizione a notizie preoccupanti. A ciò si aggiunge l’effetto spettatore: un meccanismo psicologico ben noto secondo cui, in presenza di molti potenziali “testimoni”, la responsabilità di agire si dissolve: quando molti testimoni assistono a una crisi o a una situazione che richiede un’azione (un incidente, una chiamata d’aiuto, un’esercitazione…), ognuno tende a pensare che qualcun altro si farà avanti, assumendo l’iniziativa. Questo porta, paradossalmente, all’inazione collettiva.
È un meccanismo psicologico potente, che però può essere disinnescato quando si attivano relazioni di prossimità, fiducia e responsabilità condivisa: nei gruppi piccoli e coesi, o in comunità ben connesse, l’effetto spettatore si riduce drasticamente.
Evidentemente, la preparazione non può essere imposta, ma deve essere costruita insieme, coinvolgendo le comunità locali, le reti informali, i legami già esistenti.
Evidentemente, la partecipazione non è solo una questione di volontà individuale, ma il prodotto di dinamiche sociali, storiche, psicologiche e relazionali. Coinvolgere davvero la popolazione significa riconoscere queste dinamiche, non negarle.
Ciò significa che il concetto stesso di partecipazione merita un ripensamento: non può essere ridotta alla mera presenza a un’esercitazione o alla risposta a un messaggio d’allerta, ma va considerato un processo continuo, fatto di riconoscimento, ascolto, dialogo e co-costruzione. È qualcosa che si coltiva quotidianamente, anche nei periodi di “pace”, e che va incardinato nei luoghi reali della socialità: associazioni, scuole, parrocchie, gruppi sportivi, circoli culturali. Sono questi gli spazi in cui le persone costruiscono fiducia, riconoscono leadership informali, si sentono parte di una comunità.
Allora, la bassa partecipazione a Pozzuoli non va intesa come un fallimento, bensì come un segnale: è un’indicazione chiara che la preparazione non può essere solo tecnica, ma deve essere relazionale, narrativa, politica. Solo così sarà possibile trasformare l’inerzia in azione, la sfiducia in coinvolgimento, l’indifferenza apparente in cura collettiva.

L’universo prepper
Per lungo tempo considerati eccentrici, paranoici o semplicemente esagerati, i prepper sono oggi protagonisti di una trasformazione culturale silenziosa ma profonda. Non si tratta più soltanto di uomini solitari armati fino ai denti in un bunker sotterraneo: il prepping è diventato un orizzonte trasversale, che va dalla Silicon Valley alle periferie urbane, dai libertari americani alle famiglie europee che fanno scorta di candele e acqua minerale.
Il prepping è, prima di tutto, una cultura materiale che si struttura attorno a oggetti, tecniche, manuali e pratiche. Nella sua forma più basica, consiste nell’avere un “kit di sopravvivenza” – uno zaino con viveri, torce, radio, medicinali – e un piano di emergenza personale. Ma è anche una forma di immaginazione sociale: una visione del mondo secondo cui il sistema può collassare da un momento all’altro, e solo chi si è preparato in anticipo potrà cavarsela. In questa prospettiva, prepararsi è una forma di responsabilità, ma anche di isolamento: “prepararsi a farcela senza gli altri”.
Accanto al prepper si sviluppa, fin dagli anni Settanta, la figura del survivalist: inizialmente ispirato ai programmi di difesa civile in vista di un conflitto nucleare, ma progressivamente inglobato da movimenti antigovernativi, suprematisti bianchi e milizie armate statunitensi. Il survivalist classico è iper-mascolinizzato, autosufficiente, diffidente verso lo Stato, convinto della necessità di armarsi per difendere sé stesso, la propria famiglia e le proprie scorte in uno scenario post-apocalittico di legge della giungla. Mentre i prepper contemporanei tendono a privilegiare la prevenzione quotidiana e la resilienza locale, i survivalist storici incarnano una logica di assedio permanente e di rottura radicale con la società.
Queste due figure si sono intrecciate negli anni, ma oggi è possibile tracciarne una distinzione: il prepping si è pluralizzato e normalizzato, aprendosi a nuovi immaginari e comunità; il survivalism, invece, resta in parte legato a un universo ideologico specifico, militarizzato e reazionario, che si nutre spesso di paure razziali e teoriche del complotto.
Negli ultimi anni, il prepping si è rinnovato: sono emerse versioni anarchiche, ecologiste, femministe, afroamericane. Esistono eco-prepper che integrano la permacultura e la decrescita, black preppers che vedono nel prepping uno strumento di autodifesa contro la violenza sistemica, o donne che riscrivono le logiche patriarcali del survivalismo tradizionale. Come nota Leonardo Bianchi nella sua newsletter “Complotti!” (di sabato 3 maggio 2025), il prepping oggi è una risposta plausibile a un’epoca che produce scenari apocalittici in serie: pandemie, blackout, guerre, crisi energetiche e climatiche.
In questo contesto, prepararsi non appare più come una fissazione paranoica, ma come una forma di prudenza evoluta. È ciò che afferma Paloma Llaneza nel suo racconto sul blackout spagnolo: non una visione da fanatica, ma “una che ha ascoltato sua nonna”.
Al tempo stesso, il prepping è diventato un prodotto di mercato. Aziende specializzate vendono bunker di lusso ricavati da silos nucleari dismessi, dotati di piscine, serre, cinema e ambienti blindati. I miliardari della tecnologia – come Peter Thiel o i fautori delle “network states” – immaginano città-stato autonome, rette su criptovalute e governate da algoritmi, progettate per sopravvivere al collasso globale.
In queste visioni, il futuro non è più un bene comune, ma una riserva privata. Anche la cultura pop ha risignificato la figura del prepper: da “The Last of Us” a “Leave the World Behind”, i prepper sono oggi archetipi ambigui – a volte saggi e profetici, altre volte folli e violenti – ma sempre portatori di una verità scomoda. La loro presenza ci interroga: “E se avessero ragione loro?”.
Il rischio, tuttavia, è che il prepping degeneri in un’ideologia dell’abbandono. Quando lo Stato smette di proteggere, quando la collettività è percepita come una minaccia, quando ogni relazione è vista come un rischio, allora prepararsi diventa sinonimo di ritirarsi, blindarsi, diffidare di tutto. Non è più una risposta al pericolo, ma una fuga dal mondo.
Per questo, è fondamentale distinguere tra una preparazione responsabile, inclusiva e comunitaria, e un prepping che diventa specchio dell’egoismo, del darwinismo sociale, della guerra di tutti contro tutti. La preparazione può e deve essere anche un atto di cura collettiva, come mostrano le esperienze mutualiste e le reti solidali nate dal basso durante le crisi.

Lo Stato-bunker e il fascismo della fine dei tempi
Se il prepping nasce come risposta individuale o comunitaria a scenari di crisi, negli ultimi anni si è affermata una sua versione molto più inquietante: quella istituzionale e autoritaria. Lo chiamano “prepping di Stato” ed è, a tutti gli effetti, un paradigma emergente: non più lo Stato che protegge i cittadini, ma lo Stato che si fortifica per proteggersi dai cittadini, o per garantire la continuità del potere, non della vita umana.
Questa deriva affonda le radici nella cultura survivalista americana, nata negli anni ’70 e alimentata da una visione profondamente diffidente verso lo Stato federale, ossessionata dall’autosufficienza armata e da un collasso imminente della civiltà.
Quel modello, una volta marginale e relegato ai margini estremisti del dibattito pubblico, ha finito per contaminare anche le logiche della sicurezza nazionale, soprattutto in contesti di polarizzazione politica, ansia climatica e crisi migratorie.
A raccontare con lucidità questa trasformazione sono Naomi Klein e Astra Taylor, che hanno coniato l’espressione “fascismo della fine dei tempi”. Si tratta di una rielaborazione del concetto di Ur-fascismo teorizzato da Umberto Eco, in cui la guerra è vista come un valore eterno e la fine del mondo assume le forme di un Armageddon salvifico: una battaglia finale in cui i “giusti” trionferanno e ogni ordine sarà ristabilito.
Ma, sottolineano le due autrici, c’è una differenza cruciale rispetto ai totalitarismi del Novecento: le destre apocalittiche contemporanee non promettono alcun futuro, nessuna redenzione, nessun progetto alternativo di società. Solo sopravvivenza per pochi, magari armati e protetti da muri, algoritmi e droni.
In questa logica, la nazione viene trasformata in un bunker sovrano, chiuso a doppia mandata. Le frontiere si induriscono, i diritti si riducono, la sorveglianza si intensifica.
Il nemico può essere esterno (i migranti climatici, le potenze rivali) o interno (giudici, giornalisti, attivisti, minoranze religiose). L’obiettivo non è più la protezione di tutti, ma la conservazione del potere attraverso l’accaparramento selettivo delle risorse: terre fertili, canali strategici, riserve idriche, materie rare, rotte artiche. È una forma di neocolonialismo da bunker, che non si maschera più con la retorica della democrazia o della civilizzazione, ma con quella del disastro inevitabile.
Questa ideologia prende forma in politiche concrete. Negli Stati Uniti, il trumpismo ha alimentato visioni ultra-nazionaliste fondate sulla militarizzazione del confine, sulla costruzione di zone franche per super-ricchi e sulla normalizzazione del linguaggio bellico in tempo di pace. In Europa, le retoriche sovraniste flirtano sempre più con dispositivi di emergenza permanente: piani pandemici militarizzati, simulazioni top-down, decreti speciali, stati d’eccezione reiterati. Persino gli apparati dell’Unione Europea hanno sperimentato forme di “prepping soft”, come nel caso del video della commissaria Hadja Lahbib che promuoveva il kit domestico per le emergenze: un’iniziativa in sé sensata, ma ambigua se non inserita in un quadro democratico, partecipativo e redistributivo.
Il vero rischio è che lo Stato-prepper finisca per assomigliare troppo al prepper individualista più paranoico: chiuso, armato, autosufficiente, ossessionato dalla minaccia e privo di fiducia nel tessuto sociale. Un modello di sicurezza che non si fonda sulla cura collettiva, ma sulla selezione e l’esclusione. In questo scenario, la cittadinanza si svuota, e il diritto si piega alla logica dell’eccezione. La protezione non è più un bene pubblico, ma un privilegio acquistabile, come un bunker di lusso, un’assicurazione privata o un visto per “sopravviventi autorizzati”.
Come osserva il giornalista e saggista Mark O’Connell, i prepper – siano essi individui o Stati – non si preparano alle loro paure, ma alle loro fantasie. Fantasie di collasso selettivo, di sopravvivenza meritocratica, di rinascita per eletti. Ma ogni fantasioso scenario apocalittico presuppone, in fondo, l’abbandono dell’idea stessa di società.
In questa visione, l’apocalisse diventa un affare: un’occasione per consolidare il potere, per legittimare l’esclusione, per trarre profitto dalla paura. Una profezia che si autoavvera, un’ideologia che, paradossalmente, contribuisce a produrre il disastro che pretende di affrontare.
Nella prossima e ultima sezione, si proverà a suggerire un’alternativa a questo scenario: una cultura della sicurezza fondata sulla condivisione, la trasparenza e la partecipazione, capace di riumanizzare il rischio e restituire centralità alla solidarietà collettiva.

Per una cultura della sicurezza democratica
Abbiamo visto come il disastro, reale o ipotetico, attivi un ampio spettro di reazioni: dalla scotomizzazione all’attivismo, dal prepper razionale al survivalist armato, dal mutualismo solidale al ritiro apocalittico. Ognuna di queste posture racconta un modo diverso di abitare l’incertezza, di costruire un senso attorno alla vulnerabilità, al tempo e alla collettività.
Ma il punto più critico è quando queste reazioni si istituzionalizzano senza visione comune, diventando dispositivi selettivi, escludenti, predatori. È il rischio del “prepping di Stato”, in cui la sicurezza non è più un bene condiviso ma un privilegio per pochi; in cui l’emergenza permanente giustifica la disuguaglianza, la sorveglianza, la chiusura.
Contro questa deriva, occorre proporre una cultura della sicurezza democratica: non ingenua, non tecnocratica, ma costruita a partire dai legami sociali, dalla partecipazione attiva e dalla memoria delle crisi passate.
In un recente contributo pubblicato su “Sustainability” (2023), scritto da me e Gabriella Duca, spieghiamo che la cultura della sicurezza non è un dispositivo precostituito da trasmettere ai cittadini, ma un processo culturale e situato, che implica la valorizzazione dei saperi locali, delle percezioni sociali, dei codici simbolici e delle pratiche quotidiane. Riconoscere la dimensione culturale della sicurezza significa non ridurre il rischio a un dato tecnico, ma affrontarlo come un fatto sociale complesso, che interseca vulnerabilità, storie, aspettative, relazioni.
Questa cultura si fonda su alcuni pilastri imprescindibili:
L’accesso equo all’informazione, in forme comprensibili e multilivello, evitando linguaggi allarmistici o paternalistici.
La partecipazione reale, che non si esaurisce nell’adesione a un’esercitazione, ma implica coinvolgimento nella valutazione del rischio e nella progettazione delle risposte.
La fiducia come infrastruttura invisibile, da ricostruire laddove è stata erosa da decenni di esclusione, retorica della colpa e assenza di ascolto.
La riumanizzazione del disastro, ossia la capacità di riconoscere nel rischio non solo un problema tecnico, ma un’esperienza umana, collettiva, trasformativa.
Prepararsi, in questa prospettiva, non è accumulare scorte o blindarsi in un rifugio, ma attivare relazioni affidabili, mappare bisogni e risorse, rafforzare reti di prossimità, e riconoscere le disuguaglianze che espongono alcuni più di altri. In altri termini, non è ritirarsi dal mondo, ma prendersene cura: non è chiudersi, ma aprire nuovi spazi di responsabilità condivisa. Non è salvarsi da soli, ma immaginare come salvarsi insieme.

(Foto di copertina: Raffaello Sanzio, “Incendio di Borgo”, 1514, Musei Vaticani, Città del Vaticano).